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LA TRAPPOLA DELL’AVVERSIONE AL PESSIMISMO

 Il Limite /164

di Raniero Regni    

 

Normalmente non sono le nostre idee che ci fanno ottimisti o pessimisti, ma è il nostro ottimismo o il nostro pessimismo – entrambe di origine fisiologica o forse patologica – a fare le nostre idee

Miguel de Unamuno

Pessimismo e ottimismo non sono categorie filosofiche né tantomeno scientifiche eppure costituiscono orientamenti esistenziali fondamentali per affrontare la vita e i cambiamenti storici e sociali. Di fronte alla sfida che si prospetta con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale (IA), che si annuncia come una svolta epocale paragonabile a quella del motore a scoppio o dell’energia elettrica o alla diffusione di internet, ci si può porre con un atteggiamento fiducioso oppure spaventato. Si può essere apocalittici o integrati, per riprendere un’oramai classica opposizione inaugurata da U. Eco, oppure si può avere un atteggiamento tecnofobo e luddista, oppure tecnolatro e sviluppista. Ci sono enormi ragioni a sostegno dell’uno atteggiamento e dell’altro. L’”onda che verrà”, per riprendere il titolo di un libro scritto di recente da uno dei protagonisti della creazione dell’IA, cambierà molti aspetti della nostra vita. Sì perché si tratta di una forma di tecnologia applicabile ad ogni ambito, molto flessibile, correlata ad altre forme di tecnologia le cui applicazioni trasformative favoriranno il genere umano e al tempo stesso presenteranno rischi senza precedenti.

Mustfa Suleyman, uno degli ideatori di Deep Mind, una delle aziende leader nel settore dell’intelligenza artificiale, e vicepresidente dell’area IA di Google, propone una riflessione molto persuasiva. Parla infatti dell’avversione al pessimismo. Si tratta di un atteggiamento tipico di chi cavalca l’onda del cambiamento, di quegli imprenditori o di quegli ingegneri, delle élites che spingono verso l’accelerazione del cambiamento. Si tratta della tendenza a ignorare, sottovalutare o rifiutare narrazioni ritenute eccessivamente negative. Variante del bias ottimistico questo atteggiamento permea in particolare il dibattito sul futuro negli ambienti tecnologici e rappresenta una trappola. Non si ignorano i rischi ma c’è la certezza, in realtà infondata, che la nuova tecnologia risolverà tutti i problemi che l’introduzione dell’IA può provocare.

Suleyman, partendo dalla storia della tecnologia vede che è sempre esistito il problema del contenimento degli effetti di ogni innovazione. Si tratta di problemi emergenti che erano impossibili da prevedere quando si è cominciata ad impiegare una certa tecnologia, problemi che emergono con la diffusione del suo uso. Oggi, di fronte ai rischi emergenti di una diffusione di massa dell’IA, il problema del contenimento associato alla trappola dell’ottimismo pone l’umanità di fronte ad una grave minaccia. Non si possono attendere le conseguenze dell’uso dell’IA artificiale e poi ricorrere ai ripari, il problema del contenimento, ovvero della limitazione e della regolazione dell’uso dell’IA, deve essere affrontato subito, prima e non dopo, la generalizzazione del suo uso. Una tecnologia che impiega il linguaggio umano e che simula il pensiero e può sostituire molti lavori intellettuali è una tecnologia inedita. Il rischio di un autoritarismo tecnologico, di un capitalismo della sorveglianza ma anche il rischio di risposte distruttive e luddiste sono molto alti. Proibire le nuove tecnologie appare rischioso quanto svilupparle. Per questo è necessario un uso sorvegliato e regolamentato, un’educazione preventiva. La trappola della avversione al pessimismo, che ci spinge ad evitare le analisi potenzialmente molto critiche e che ci spinge, al contrario, a girarci dall’altra parte di fronte ai pericoli, questa volta potrebbe essere fatale.

Già il grande filosofo che ha pensato, come pochi altri, un’etica per l’era tecnologica, H. Jonas, ci aveva messo in guardia invitandoci ad ascoltare le cassandre e coloro che paventano le minacce, utilizzando una “euristica della paura”. “Si deve prestare più ascolto alla profezia di sventura che non a quella di salvezza”, aveva scritto. Se i profeti di sventura sono stati spesso smentiti altrettante volte avevano ragione e questa volta potrebbe essere fatale non prenderli in considerazione.

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