Home La Rivista Attualità e Amarcord COME SALVARCI DALLA PLETORA DI ENTI INCAPACI A SPENDERE

COME SALVARCI DALLA PLETORA DI ENTI INCAPACI A SPENDERE

Attualità&Amarcord/ Marcello Martelli/Io penso/ 188

Nel cosiddetto “riordino” delle Province non avevamo mai creduto. Speravamo in uno stop dell’ultim’ora. Invece, ci sbagliammo nelle previsioni, e le “proteste localistiche” non fermarono una riforma inutile e sbagliata.

Del resto, non era una novità che il governo Monti sapeva essere forte con i deboli. E il pasticcio all’italiana alla fine fu servito con sicuri danni e pessimi risultati per la collettività. Le Province non servono? Adesso, a conti fatti, dicono che bisogna fare di più e meglio, per evitare sperperi e migliorare i servizi. Il debito pubblico è ormai arrivato alla soglia esplosiva dei 3000 miliardi, mentre le richieste e il fabbisogno degli enti pubblici non si fermano. Andava bonificato il pantano di sprechi e ruberie delle Regioni, che sono Repubblichette locali che moltiplicano per 20 malgoverno e sprechi della Repubblica di primo livello.

 Le vecchie Province, con tutte le inefficienze e gli errori visti negli anni, almeno potevano rivendicare un reale radicamento sul territorio, mai avuto dalle Regioni. “Scatole vuote e costose”, le Province? Bastava riempirle di funzioni ed efficienza per renderle utili e al servizio dei cittadini. Un’operazione semplice, che avrebbe consentito di azzerare tutti i costosi carrozzoni, piccoli e grandi, che infestano il territorio, senza alcun beneficio per la collettività. Certo, per procedere ci voleva coraggio e il “governo dei professori” ha preferito far finta di riformare a spese dei più deboli.

Ora che tutti i nodi sono venuti al pettine, il vero risparmio per fermare la valanga del debito pubblico può venire proprio dagli enti pubblici. Sempre se si trovano la voglia e il coraggio di prendere in seria considerazione il piano studiato dalla Società geografica italiana, riducendo a 35-40 le province, “stabilendo una soglia minima di abitanti ed unificando aree storicamente ed economicamente affini”.

Pensiamo, ad esempio, a Teramo ed Ascoli, due città-capoluogo vicine e facilmente da accorpare in una sola provincia. Perché no? Certo, lungo il percorso ci sono campanilismi, clientele e interessi vari da abbattere, ma la strada giusta è quella. Come per la fitta foresta di piccoli comuni che sia in Abruzzo che nelle Marche andrebbero uniti, per ridurre le spese e creare servizi efficienti. Come hanno già fatto nel Canton Ticino, dove 135 municipi sono stati ridotti a 31, con il consenso dei cittadini. Ma si tratta della Svizzera, mentre noi siamo in Italia, dove il campanilismo e gli sprechi sono il nostro pane quotidiano

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