IL LIMITE/ Raniero Regni / 262
| Distruggere la natura è peccato contro il Creato
Papa Leone XIV |
Finalmente torniamo a respirare. La temperatura si è abbassata, i temporali hanno riportato un po’ di fresca umidità, l’afa opprimente ha mollato la presa sulla nostra vita. Questa estate infinita che si sta concludendo non è solo la più calda di sempre, ma è la più fresca dei prossimi anni.
A chi è capitato di dover lavorare in questi primi giorni di settembre, magari facendo lezione in un corso in un ambiente non climatizzato, surriscaldato, sarà capitato, sollevando gli occhi dai propri appunti, di vedere decine di ventagli che cercano di muovere l’aria, aiutando il lavoro dei ventilatori che girano a tutta velocità. Spostare l’aria calda da un posto ad un altro, non migliora la somma totale del calore. Peggio ancora è l’aria condizionata, che per abbassare la temperatura e l’umidità in un ambiente ne genera ancora di più in altro. Certo, questa è una forma di adattamento ma non di mitigazione, perché i mezzi che si usano aggravano ancora di più la situazione. Non a caso il picco di consumo di energia si tocca sempre nei mesi più caldi, e se per produrla usiamo le fonti fossili, il rimedio diventa parte del problema.
Come hanno scritto sui giornali molti osservatori, “nel 2015, a Parigi, ci eravamo impegnati a mantenere il riscaldamento ben al di sotto dei 2°C e a fare ogni sforzo per limitarlo a 1,5. Ci siamo già arrivati: nel triennio 2023-25 la temperatura globale è stata in media 1,48 gradi oltre i livelli preindustriali. Abbiamo aggiunto calore e perso risorse: gli Stati Uniti di Donald Trump hanno disertato il patto, è noto, ma la verità è che (secondo i dati del Climate Action Tracker) nessuno dei Paesi con il tasso più alto di emissioni dispone oggi di un piano allineato alla soglia di 1,5 gradi giudicato ‘credibile’”.
“Osserviamo il termometro e chiamiamo ‘adattamento’ un’acquiescenza progressiva al disastro – come ha scritto Barbara Stefanelli sul Corriere della sera -. Contiamo le «ondate di calore», sei in poco più di tre mesi e dovremmo piuttosto dirci che non sono «ondate»: sono ormai la struttura infiammata di una stagione intera. Il vocabolario dell’eccezionalità ci fa sognare la transitorietà, ci illude e presto ci deluderà: non è maltempo, bensì un destino contro il quale dobbiamo metterci a remare — nostra Odissea contemporanea — per scongiurare un’estate 2027 peggiore di questa”.
La politica appare patetica complice di un’economia che vede solo il breve termine. Limare le accise per mitigare, di settimana in settimana, il prezzo dei combustibili fossili, mentre il costo dell’energia da fonti rinnovabili diminuisce velocemente. In Italia, e purtroppo in larga parte del mondo, si continua ad incentivare un sistema fondato sul petrolio e non si fanno azioni di incentivazione e di creazione di infrastrutture decentrate e credibili, non megaimpianti dettati dalla stessa logica di massimizzazione del profitto che ha generato il problema, a favore delle fonti rinnovabili di energia. Il nostro governo appare un campione di questa economia del breve termine, che ignora “quanto il computo generale dell’inazione sia più alto — e sempre di più — rispetto a quello della prevenzione”. Non si tratta di un principio econometrico astratto il fatto che 1 dollaro investito in programmi di contrasto evita da 3 a 7 dollari di spese in risposta. Oramai è qualcosa che ognuno di noi sperimenta quotidianamente. Come osserva acutamente la giornalista citata, “rimandare non è mai stato un risparmio, ma finché era proiezione pareva funzionare: funzionava perché posticipare significava spostare gli interessi sulle spalle di altri a venire. Adesso, però, è la nostra esperienza diretta, individuale e familiare: è pratica, non teoria. Sono fatture emesse”. Fatture che stiamo già pagando tutti noi ogni giorno, non solo i nostri figli e nipoti.
Un ragionamento diverso e più adeguato è quello che invece interpetra la crisi climatica in termini politici e sociali seri. Il faut politiser la canicule è il titolo di una celebre prima pagina del quotidiano francese Libération, che ha fatto il giro del mondo durante le ondate di calore estive. Bisogna ciò trovare risposte politiche ad una sfida ambientale che si fa ogni giorno più esistenziale. Inseguire i sintomi, senza mai affrontare le cause, con soluzioni che diventano così parte del problema, non serve. Continuiamo ad estrarre dalla Terra senza guardare le conseguenze, estraiamo i beni naturali senza dare tempo alla natura stessa di rigenerarsi. Quella che appare sempre più urgente è una svolta nel modo di pensare e di agire, di tutti e di ognuno, accompagnata da forme adeguate di educazione e di aiuto perché, come già sosteneva uno dei primi grandi ambientalisti italiani, Alexander Langer, “la conversione ecologica deve essere socialmente accettabile”, evitando che siano di nuovo i più poveri a scontare le conseguenze del riscaldamento globale.
È oramai chiaro che il modello estrattivista è la causa su cui bisogna agire, trasformando la crisi in un’opportunità. Abbiamo perso il senso del limite, abbiamo estratto e spremuto la natura ovunque, fino e oltre il possibile, ma oggi dobbiamo ritrovare il senso del limite assieme al senso di comunità, farlo cioè assieme. Ridurre le cause, ridurre l’uso dei combustibili. L’orizzonte della politica, anche di quella democratica sempre più sotto attacco, è di troppo breve respiro e non è capace di produrre proposte di medio termine che possano davvero invertire il modello di sviluppo di tipo estrattivista, basato sullo sviluppo illimitato. L’economia è indifferente ai costi ambientali, finché questi non hanno un prezzo, e il mercato fallisce perché espelle questi costi come mere esternalità, ignorando che non c’è nessun esterno rispetto alla biosfera nella quale viviamo tutti. E quando se ne accorgerà sarà troppo tardi.
E non lo dicono solo uno sparuto, ancorché sempre più numeroso, gruppo di ambientalisti. L’analisi delle cause è proclamata oramai in maniera unanime dalla scienza e la critica all’estrattivismo non viene da frange marginali della società ma dal cuore stesso di un’istituzione centrale come la Chiesa. In un recente documento della Commissione Teologica Internazionale, autorizzato da Papa Leone XIV ad essere diffuso nei primi giorni di questo mese, intitolato “Prendersi cura della nostra Casa comune: risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario”, si parla della necessità urgente di una conversione ecologica, capace di ispirare la transizione ecologica. Il termine conversione è proprio del linguaggio religioso, spirituale e morale, ed è l’equivalente del cambiamento di paradigma sul piano della conoscenza e della società. La conversione ecologica coinvolge infatti la prospettiva teologica ed etica, ma anche tecnologica e sociale. Il punto di partenza, che intesse tutto il ragionamento proposto dal documento pontificio, è quello di ecosistema, ovvero la consapevolezza di un mondo in cui tutto è connesso. E questo mondo è creato e dato come dono.
Il documento parla di una “svolta ecologica”, secondo la quale “intendiamo dunque l’acquisizione condivisa della consapevolezza che tutta la realtà è interconnessa, proviene da Dio come dono e fa trasparire la sua impronta trinitaria. La svolta ecologica non è solo un cambiamento di paradigma che riguarda la mente, ma implica una profonda conversione spirituale, sull’esempio di quella testimoniata da san Francesco d’Assisi….Con le parole di Papa Francesco: ‘oggi non possiamo non riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare sia il grido della terra che il grido dei poveri’”.
Il documento teologico poi mette al centro un concetto che era stato anch’esso enunciato da papa Francesco nel 2015 e che l’attuale pontefice riprende con forza, quello di peccato ecologico. Nel capitolo intitolato Una diagnosi audace: il peccato contro il creato e il Creatore leggiamo, “proponiamo di definire il peccato ecologico come un’azione o un’omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente. È un peccato contro le generazioni future e si manifesta in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, trasgressioni contro i principi di interdipendenza e rottura delle reti di solidarietà tra le creature”. Nella visione religiosa, il peccato è il rifiuto di seguire il disegno voluto da Dio per la creazione. “Proponiamo di intendere questo peccato contro la Casa comune come peccato contro il creato e contro il Creatore in quanto viola il senso della creazione voluto da Dio Creatore”.
Ecco che anche la religione si mobilita cercando di ricomprendere l’essere umano all’interno delle relazioni con gli altri esseri viventi. Contro la visione “antropocentrica e predatrice” nel rapporto con la natura. Con in più una sensibilità sociale perché “nell’ impegno ecologico si devono privilegiare quelle azioni che in prima istanza vanno a beneficio dei più poveri, di coloro che sono maggiormente danneggiati dall’attuale deterioramento ambientale e che dispongono di minori risorse per mitigarne gli effetti nocivi”.
È vero, l’attenzione alla Terra non significa non guardare più al cielo della salvezza. Il documento unisce infatti la dimensione trascendente con quella pratica e concreta. Inviata ad impegnarsi in tutte le azioni possibili, andando oltre il semplice allarmismo che porta all’inazione e la ecoansia che porta all’immobilismo.