Garlasco-David Rossi-Ustica-Pasolini- Avv. Masi in Abruzzo
Il passato che non passa, la verità che non arriva. Fascicoli che si riaprono, inchieste che ripartono, processi che ricominciano. Ma una giustizia costretta a tornare continuamente sui propri passi è una giustizia che rischia di non arrivare mai al traguardo.
C’è qualcosa di profondamente inquietante in una giustizia che, a distanza di anni, talvolta di decenni, torna continuamente sui propri passi. Archivia, riapre, indaga di nuovo, cambia prospettiva, cerca un’altra verità. E così il passato non passa mai, mentre il presente resta ostaggio di domande senza risposta.È la giustizia del chiudo e apro. Una porta che non si chiude mai davvero, un fascicolo che sembra non trovare pace, una verità che viene continuamente inseguita senza essere mai definitivamente raggiunta.L’ultima vicenda è quella di Pier Paolo Pasolini, con la riapertura dell’inchiesta sul suo omicidio a oltre mezzo secolo dalla morte. Cinquantuno anni dopo, siamo ancora a interrogarci su una delle pagine più oscure della storia italiana. Non è meno significativo il caso di David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, precipitato dalla finestra della sede della banca: una vicenda archiviata due volte come suicidio e successivamente tornata al centro di nuove ipotesi investigative. E poi c’è Ustica. A oltre quarant’anni dalla strage del 1980, la Procura di Roma ha ritirato la richiesta di archiviazione, riportando l’attenzione giudiziaria su una tragedia che continua a reclamare risposte. C’è Garlasco, dove la Procura di Pavia ha indicato una nuova ipotesi investigativa e un altro possibile responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi. C’è il caso di Serena Mollicone, che dopo venticinque anni è ancora segnato da un nuovo processo, nel tentativo di arrivare a una verità giudiziaria che finora è sfuggita.Storie diverse, vicende non sovrapponibili, ma accomunate da una domanda: perché in Italia la verità giudiziaria sembra arrivare sempre troppo tardi, quando arriva?Naturalmente, riaprire un’indagine non è di per sé un errore. Sarebbe persino pericoloso sostenere il contrario. Quando emergono nuovi elementi, quando una pista non è stata approfondita, quando un errore giudiziario rischia di lasciare impunito un delitto, la magistratura ha il dovere di tornare a indagare. La giustizia non può diventare prigioniera delle proprie decisioni, né un’archiviazione può trasformarsi in uno scudo contro la verità.Ma proprio qui sta il punto: un conto è correggere un errore, un altro è trasformare la provvisorietà in un metodo. Un conto è riaprire perché sono emersi fatti nuovi e concreti, un altro è ricominciare ogni volta da capo, inseguendo ipotesi che si sovrappongono, responsabilità che cambiano e ricostruzioni che si contraddicono.Perché una giustizia che riapre tutto rischia di non chiudere nulla. E soprattutto rischia di perdere la propria credibilità.Le vittime e i loro familiari non hanno bisogno di una giustizia che prometta continuamente nuove verità. Hanno bisogno di una giustizia che sappia cercarle, verificarle, dimostrarle e, infine, pronunciare una decisione definitiva. Hanno bisogno di risposte, non di un eterno rinvio. Non possono trascorrere una vita intera dentro un fascicolo giudiziario, aspettando che qualcuno, prima o poi, riesca a mettere la parola fine.E non è soltanto una questione di tempi. È una questione di qualità delle indagini. Bisognerebbe indagare meno in fretta e meglio, raccogliere le prove con rigore, non trascurare piste, non innamorarsi di una ricostruzione, non piegare i fatti a un’ipotesi investigativa. Bisognerebbe utilizzare fino in fondo le competenze scientifiche, valorizzare ogni elemento utile e sottoporre ogni tesi alla verifica più severa. La fretta non è giustizia. Ma neppure l’eternità lo è.In Abruzzo, la vicenda del duplice omicidio dell’avvocato Masi e di sua moglie rappresenta, in modo diverso, un’altra faccia di questa inquietudine: un caso archiviato due volte, sul quale si è continuato a interrogarsi, e che ora è a un’altra chiusura. Anche qui resta il peso di una domanda che attraversa tante vicende giudiziarie italiane: quando finisce davvero una storia giudiziaria? E soprattutto, quando una decisione riesce a restituire ai cittadini la certezza che lo Stato abbia fatto tutto ciò che era necessario fare?Non si tratta di invocare sentenze frettolose, né di pretendere che ogni mistero venga risolto a qualsiasi costo. La giustizia non è una macchina che deve necessariamente produrre un colpevole. È un’istituzione che deve accertare i fatti, rispettare le garanzie, distinguere le responsabilità dai sospetti e avere il coraggio di riconoscere anche quando non esistono prove sufficienti per condannare. La vera forza della giustizia non sta nel riaprire continuamente le porte, ma nel saperle attraversare fino in fondo. Nel costruire indagini solide, processi rigorosi e decisioni capaci di reggere alla prova del tempo.Perché ogni riapertura ha un costo: per le famiglie, per gli indagati, per le vittime, per la collettività e per la credibilità delle istituzioni. E quando si riapre senza riuscire a concludere, il rischio è che la giustizia finisca per alimentare proprio quella sfiducia che dovrebbe combattere.L’Italia non ha bisogno di una giustizia che viva di eterni ritorni. Ha bisogno di una giustizia che sappia fare bene il proprio lavoro al primo tentativo, senza lasciare zone d’ombra per superficialità, omissioni o indagini incomplete. E, quando emergono davvero nuovi elementi, che abbia la capacità di correggersi senza trasformare ogni vicenda in un processo infinito.Indagare meglio, riaprire meno, giudicare con rigore e arrivare a una conclusione definitiva. Tutto una volta, ma bene.Perché la giustizia non dovrebbe essere una porta girevole. Dovrebbe essere un punto d’arrivo. E la verità, quando finalmente viene accertata, non dovrebbe avere bisogno di essere cercata all’infinito.