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FRANCA MANCINELLI: LA POESIA COME ESERCIZIO DI SOTTRAZIONE, CONOSCENZA E RINASCITA DELLO SGUARDO

 La sua scrittura, riconoscibile per l’intensità visionaria, la densità semantica e una rigorosa economia espressiva, si sviluppa in una zona di confine tra parola e silenzio, esperienza biografica e conoscenza del mondo, percezione individuale e dimensione universale. È una poesia che non cerca di raccontare l’esistenza, né di ricomporla attraverso una successione ordinata di eventi, ma tenta piuttosto di raggiungerne i nuclei più profondi, là dove la realtà si manifesta nella sua condizione originaria, ancora informe, vulnerabile e misteriosa.

Il principio costruttivo della sua poetica risiede in un equilibrio estremamente difficile tra esattezzaeconcentrazione, tra intensificazione dell’immagine e progressiva eliminazione del superfluo. Laparolaviene sottoposta a un processo di selezione rigoroso, quasi chirurgico, attraverso il quale ognielementoaccessorio è rimosso affinché possa emergere una maggiore densità di significato. Non sitrattasemplicemente di una scelta stilistica orientata alla brevità, ma di una precisa concezione dellapoesiacome forma di conoscenza: scrivere significa avvicinarsi all’essenziale, sottraendo alla lingua tuttociò cherischia di alterare o disperdere l’intensità dell’esperienza.

In questo senso, la sottrazione non coincide mai con un impoverimento del linguaggio. Al contrario,èproprio attraverso la riduzione che la parola acquista una straordinaria capacità di espansionesemantica.Il verso breve, il frammento, la frase interrotta o appena accennata diventano luoghi dicondensazione, neiquali si concentra una pluralità di significati che la scrittura non esplicitacompletamente. Ogni immaginesembra custodire una profondità ulteriore, una zona di senso che rimaneintenzionalmente aperta. Lapoesia non esaurisce ciò che nomina, ma lo lascia affiorare, come se la parolafosse soltanto la superficievisibile di un’esperienza più vasta e inafferrabile.

La precisione di Mancinelli si manifesta anche nella costruzione architettonica dei libri. La disposizionedeitesti, le sequenze, i raccordi interni, le pause e gli spazi bianchi partecipano attivamente allaproduzionedel significato. La pagina non costituisce un semplice supporto materiale, ma diventa parteintegrante deldispositivo poetico. Il bianco assume una funzione espressiva: separa, sospende, creaattese, permettealle immagini di sedimentarsi e di continuare a risuonare oltre il limite della parola. Inquestaorganizzazione minuziosa, anche il silenzio acquista una consistenza formale e diventaelementocostitutivo della scrittura.

Particolarmente significativa, in questa prospettiva, è la raccolta Tutti gli occhi che ho aperto, il cuititolocontiene già una dichiarazione di poetica. L’apertura degli occhi suggerisce un’esperienza diconoscenzache non è soltanto visiva, ma esistenziale: significa esporsi al mondo, accoglierne lacomplessità,attraversarne le forme e le ferite. Ma ogni apertura comporta anche una perdita. Il verso«sono i rami cheho perso» introduce infatti il contrappeso doloroso di questa esperienza: vedere significasepararsi daqualcosa, abbandonare parti di sé, rinunciare a una precedente integrità. La conoscenza nonè dunque unprocesso pacificato di acquisizione, ma un attraversamento che modifica profondamente ilsoggetto,trasformandolo attraverso ciò che incontra e attraverso ciò che inevitabilmente lascia andare.

La dimensione biografica, pur costituendo una componente essenziale di questa poesia, non sitraducemai in un’esibizione confessionale. L’esperienza privata viene sottoposta a un processo ditrasfigurazioneche ne elimina la componente meramente autobiografica, restituendola come condizionecondivisibile. Ildolore, la perdita, la fragilità del corpo, la precarietà degli affetti e la percezione della mortenon vengonoesposti attraverso un linguaggio emotivamente esplicito, ma emergono da immaginiimprovvise,essenziali, talvolta enigmatiche. La poesia non dichiara il dolore: ne restituisce la presenzaattraverso unafigura, un gesto, una trasformazione della materia.

È proprio questa capacità di trasformare l’esperienza individuale in una forma di conoscenza aconferirealla scrittura di Mancinelli una profonda dimensione etica. La sua attenzione si rivolgecostantemente allezone più vulnerabili dell’esistenza, a ciò che rischia di essere escluso, dimenticato odistrutto. Il corpo, glianimali, gli elementi naturali, le presenze marginali e le forme minime della vitadiventano interlocutori diuna sensibilità che rifiuta ogni gerarchia antropocentrica. Il soggetto poetico nonsi pone al centro delmondo come osservatore privilegiato, ma cerca continuamente una relazione con ciòche gli è esterno,riconoscendo nella fragilità dell’altro una condizione che lo riguarda direttamente.

Da questo punto di vista, la natura non rappresenta uno scenario decorativo né un repertoriosimbolicoconvenzionale. È piuttosto una dimensione originaria nella quale l’umano può riconoscere lapropriaappartenenza a un sistema di relazioni più ampio. Le immagini vegetali, animali e organiche nonillustranosemplicemente stati d’animo, ma sembrano possedere una vita autonoma, una capacità dirivelazione cheprecede il linguaggio umano. La poesia si avvicina così a una sorta di conoscenzaprelogica, nella quale ilpensiero non procede attraverso dimostrazioni, ma per analogie, apparizioni ecorrispondenze.

Anche la forma frammentaria della scrittura risponde a questa esigenza. I testi si sviluppanospessoattraverso segmenti brevi, quasi stenografici, che sembrano registrare il momento esatto incuiun’immagine si manifesta alla coscienza. La sintassi, essenziale e talvolta ellittica, evita leconnessioniesplicative e lascia che siano le immagini a stabilire rapporti inattesi. Ne deriva una linguaaffilata,prosciugata, nella quale ogni parola sembra possedere il peso di una presenza irriducibile. Labrevità nonè dunque un semplice dato quantitativo, ma una modalità di organizzazione del pensieropoetico: ogniframmento apre uno spazio di risonanza, ogni interruzione suggerisce una continuitàsotterranea.

In questa prospettiva, la distinzione tra prosa e poesia perde parte della propria rigidità. Mancinelli attraversa entrambi i territori, sperimentando forme di scrittura differenti, ma mantiene una medesima tensione lirica, una medesima intensità di percezione e una costante ricerca dell’essenziale. Anchecquando la struttura si avvicina alla prosa, la lingua conserva la concentrazione e la tensioneverticaleproprie della poesia. Ciò che definisce la natura lirica della sua scrittura non è quindi ladisposizionetipografica del testo, ma la qualità dello sguardo, la capacità di trasformare un’esperienzaminima in unevento conoscitivo.

Un elemento decisivo della sua originalità è inoltre la componente visionaria ed enigmatica. Leimmagininon si offrono sempre a una decifrazione immediata e spesso resistono a qualsiasi tentativodiinterpretazione univoca. Questa oscurità non deve essere intesa come un limite comunicativo o comeunaforma di ermetismo fine a se stesso. È piuttosto la conseguenza di una poesia che si avvicina a ciòcheprecede le categorie razionali e che, proprio per questo, non può essere interamente tradotto inundiscorso esplicativo. L’oscurità diventa una forma di profondità: non nasconde arbitrariamenteilsignificato, ma protegge la complessità dell’esperienza dalla semplificazione.

La poesia di Mancinelli sembra così procedere verso una dimensione originaria della realtà, una sortadimateria primigenia nella quale le forme non sono ancora definitivamente separate e le relazionipossonocontinuamente generarsi. È una ricerca che potremmo definire ontologica, perché non si limitaainterpretare il mondo, ma tenta di raggiungere il punto in cui il mondo stesso prende forma. Laparolapoetica si avvicina a una condizione germinale dell’esistenza, a quella «pasta madre» dalla qualepossonolievitare nuovi significati, nuove immagini e nuove possibilità di relazione.

In questa tensione si riconosce anche la particolare idea di rinascita che attraversa la sua opera. Nonsitratta di una rigenerazione consolatoria, né della promessa di un superamento definitivo del dolore.Larinascita coincide piuttosto con la possibilità di tornare a percepire il mondo dopo la perdita, direcuperareuno sguardo non assuefatto, capace di riconoscere la vita nelle sue manifestazioni più fragilieimprevedibili. La poesia diventa allora un esercizio di attenzione radicale, una pratica di aperturaall’alteritàe, insieme, una forma di resistenza alla progressiva indifferenza dello sguardo.

La scrittura di Franca Mancinelli si distingue, in definitiva, perché riesce a coniugare una rigorosadisciplinaformale con un’intensa disponibilità all’ignoto. La sua lingua è esatta, ma non chiusa; essenziale,ma maipovera; visionaria, ma profondamente radicata nella concretezza del vivente. In essa la sottrazionediventagenerativa, il frammento si apre all’universale e il silenzio acquista la stessa dignità della parola. Èunapoesia che non pretende di possedere il mondo attraverso la sua rappresentazione, ma cerca dientrarvi inrelazione, accettandone l’opacità, la vulnerabilità e il mistero.

La sua contemporaneità risiede proprio in questa capacità di sottrarsi tanto all’autobiografismoimmediatoquanto alla comunicazione semplificata, recuperando alla poesia una funzione conoscitiva edetica. In untempo dominato dalla sovrabbondanza delle immagini e dalla dispersione dell’attenzione,Mancinellirestituisce alla parola il compito di guardare in profondità. I suoi versi sembrano ricordarci chevedere nonsignifica semplicemente registrare ciò che appare, ma lasciarsi trasformare da ciò che siincontra. Apriregli occhi, nella sua poesia, comporta sempre una perdita, ma anche la possibilità di unanuovaappartenenza al mondo. È forse in questa tensione, insieme dolorosa e generativa, che si trova ilnucleopiù autentico della sua ricerca: fare della poesia non il luogo in cui l’esistenza viene spiegata, maquello incui torna, ogni volta, a manifestarsi.

cucchiaio nel sonno, il corpo
raccoglie la notte. Si alzano sciami
sepolti nel petto, stendono
ali. Quanti animali migrano in noi
passandoci il cuore, sostando
nella piega dell’anca, tra i rami
delle costole, quanti
vorrebbero non essere noi,
non restare impigliati tra i nostri
contorni di umani.

*
un colpo di fucile
e torni a respirare. Muso a terra,
senza sangue sparso.
Cose guardate con la coda
di un occhio che frana
mentre l’altro è già sommerso, e tutto
si allontana. Gli alberi
si piegano su un fianco
perdono la voce in ogni foglia
che impara dagli uccelli
e per pochi istanti vola.

*

dopo la mietitura
si affacciano allo specchio
con i nodi e le doppie
strade sforbiciate, e molta luce
entrata a mulinare
nel petto come
tra i raggi di una bici.

*

darò minimi baci di sutura
verserò saliva a ogni giuntura
sarò sbucciata e dolce ai denti.
Ogni mattino ti coglierò un pugno
di fiori dal selciato.

Per te avrò aghi sempreverdi
e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

*

sulla riva deserta una donna
lentamente avanza oltre la sponda
fino a coprirsi le labbra nel freddo
di un lenzuolo che si apre
al dimenarsi dei piedi.
Oltre la superficie
una mano scende
a toccarle la nuca. Un attimo
e la corrente si ferma, si rischiara

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