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Dopo la firma, il cambiamento?


Valore & Valori / Mario Travaglini / 255

 Tema: Gli assestamenti geopolitici culminati nel “memorandum” del 17 giugno sono solo l’avvio di un riavvicinamento tra Washington e Teheran dietro il quale si nasconde un pesante costo militare per la ricostruzione degli arsenali americani e una possibile ridefinizione del rapporto strategico tra Stati Uniti e Israele. Come interpretare tutto questo?

Svolgimento: Gli Stati Uniti e l’Iran alla fine l’hanno fatto! Addirittura la firma del “Memorandum d’intesa di Islamabad” è arrivata con 36 ore di anticipo rispetto al previsto: Trump da Versailles, il Presidente del Parlamento iraniano, con l’approvazione delle Guardie Rivoluzionarie, in collegamento remoto. Sembra l’inizio di un processo di normalizzazione tra Teheran e Washington, destinato a estendersi anche agli alleati americani sebbene l’accordo sia stato immediatamente mortificato dal rinvio della riunione prevista questo fine settimana a Lucerna.  La priorità più urgente era però ristabilire la fiducia dei mercati e garantire la rapida riapertura dello Stretto di Hormuz. Il primo passo sarà la bonifica dalle mine, un’operazione che richiederà tra i 15 giorni e un mese. Solo allora gli armatori potranno ottenere il via libera dalle compagnie assicurative, che osserveranno un periodo di prova molto rigoroso: al minimo incidente il conto alla rovescia ripartirà da zero. Il cessate il fuoco regge per ora, ma resta estremamente fragile. Israele, principale alleato degli Stati Uniti nella regione, si è rifiutato di aderirvi e ha tentato, fino all’ultimo momento, di sabotare i colloqui in corso dal 8 aprile, in particolare quelli del fine settimana scorso.

Trump è riuscito a scongiurare il peggio rivelando all’ultimo minuto concessioni sostanziali agli iraniani, proprio mentre le riserve strategiche di petrolio americane toccavano il livello più basso degli ultimi vent’anni, all’inizio della stagione dei viaggi estivi. Al G7 di Évian ha ammesso: «Avremmo esaurito le riserve in circa quattro settimane». Ha però rivendicato il merito di aver evitato una recessione globale, previsione sostenuta dalla Fed che ha rivisto al rialzo le stime di crescita del PIL per il 2026 e 2027.

Il costo complessivo della guerra sarà comunque elevato. Oltre ai più di 300 miliardi previsti per la ricostruzione iraniana, gli Stati Uniti devono affrontare una spesa militare intorno ai 100 miliardi di dollari. Sono andate distrutte 13 basi americane in Medio Oriente, sono stati lanciati centinaia di intercettori (tra cui oltre 200 THAAD da 13 milioni di dollari l’uno) e ingenti risorse di intelligence. L’unico lato positivo è che tutto questo materiale dovrà essere sostituito, garantendo milioni di ore di lavoro all’industria della difesa americana. Meno confortante è il conto che pagheranno i contribuenti e i consumatori attraverso l’inflazione.

Sul piano politico-strategico, la partita più delicata riguarda Israele. Il senatore Tom Cotton ha supervisionato un National Security Presidential Memorandum (NSPM) che, attraverso le sezioni 224 e 622, propone di fatto una fusione permanente di intelligence militare, produzione e appalti tra Stati Uniti e Israele. Una proposta che molti ritengono incostituzionale e che rischia di rappresentare una cessione eccessiva di sovranità americana.

Trump ha cambiato tono in modo evidente. Ha criticato apertamente l’estrema destra israeliana per l’«inutile distruzione» a Beirut e ha ribadito con durezza: «Sono io il capo». La cooperazione tra i due Paesi sembra destinata a essere profondamente ridefinita nelle prossime settimane,  salvo, beninteso, ulteriori colpi di coda tutt’altro che imprevedibili. Altra cosa sono i rapporti che il bullo americano intrattiene con gli europei e con la presidente Meloni. Ma questa è un’altra storia che, forse, varrà la pena affrontare fra qualche settimana.

 

 

 

 

   

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