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Caccia senza frontiere?

Il Limite /Raniero Regni / 255 

“Con la caccia l’uomo ottiene in concreto di annullare l’evoluzione storica, sciogliersi dal presente e rinnovare la situazione primitiva… ” Ortega y Gasset (1942)

 

 C’è una legge, in discussione in questi giorni al Senato, relativa alla regolamentazione sulla caccia. Essa sembra ispirata ad un principio per cui i cacciatori diventano addirittura “bio-regolatori” e la caccia si fa contro-intuitivamente “attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi”. La conseguenza è che aumenta il numero delle specie cacciabili e aumentano le aree di caccia consentite come spiagge ed aree protette. Il ddl incide anche sui calendari venatori, aprendo alla possibilità di cacciare anche durante le fasi di migrazione e nidificazione degli animali, o con il buio perché si potranno usare visori notturni e silenziatori. Previsti, infine, limiti meno rigidi sui richiami vivi ossia gli uccelli usati come esca sonora negli appostamenti di caccia.

È chiaro che la proposta ha tanti dettagli, tanti rimandi alla legge che vuole modificare, e la discussione si preannuncia accesa, ma non è di questo che si vuole parlare qui. È evidente che l’intento è quello di rimuovere i limiti, come si era cercato di rimuovere i limiti perché i mezzi fuoristrada potessero transitare sui sentieri di montagna. La filosofia che la ispira è nel tutto e nella parte, con anche alcuni paradossi comico-tragici, come l’uso dell’espressione “concezione olistica della caccia”, quello di autorizzare quello che fino ad oggi era proibito. A dimostrazione che la destra al governo, al di là dell’etichetta, non vuole conservare ma lasciare sempre più mano libera, per cui è in realtà neoliberista in tante materie, più che conservatrice.

L’uomo e la caccia, sono però un binomio antico, anzi arcaico. Guardando nel pozzo senza fondo della preistoria della nostra specie la figura del cacciatore è centrale. Cacciatori e raccoglitori nomadi, forse più numerosi i secondi che i primi, sono stati per moltissima parte del nostro passato i nostri antenati. Il tema ha impegnato antropologi e filosofi. Penso alla Filosofia della caccia, il saggio scritto da Ortega y Gasset nel 1942 in cui, il grande filosofo spagnolo, affronta un tema nel quale esprime una sintesi del suo modo di pensare la natura umana e la sua storia. L’essere umano non ha una storia, è la sua storia. La sua identità è la sua storicità. L’analisi scientifica cerca di comprendere l’essere umano nella sua natura fissa, la ragione storica cerca di comprendere e raccontare un essere, che non è identico a se stesso, ma cambia nella sua storia.  Per questo, per comprendere il presente è necessario rivivere il passato.

Nel nostro passato arcaico c’è la caccia, quell’antico gioco crudele, come la guerra, che consiste nella gara tra il cacciatore e la preda, richiama il mondo animale. Nella caccia c’è l’eco dei rituali magici preistorici che hanno portato i nostri antenati trenta, quarantamila anni fa, a dipingere straordinarie immagini di animali sulle grotte, in una specie di Cappella Sistina della preistoria. Raffigurazioni di cervi, leoni, cavalli selvaggi, bisonti, rinoceronti lanosi, si alternano a figure umane, simboli e impronte colorate delle mani. I nostri antenati ammiravano la potenza animale. E l’essere umano si deve immedesimare e confondere con l’animale se vuole cacciarlo. Ecco il primo dato, anche per Ortega, “la caccia è imitazione dell’animale”.

Ma poi lui sposta il suo ragionamento dal cacciatore primitivo al cacciatore moderno, il cacciatore per sport. Una pratica remotissima sopravvive ai tempi di Ortega e ai nostri come sport. L’uomo oramai si è separato dalla natura, dal suo fondo animale. Nella caccia sportiva Ortega vede questa frattura e il tentativo di riunire qualcosa che la ragione e la storia hanno spezzato. L’essere umano nella caccia cerca di riconnettersi al perduto mondo naturale e animale . Regredisce per un momento e torna nella vicinanza agli animali e all’habitat naturale, alle sue lontane origini. Per un momento l’essere umano si dimentica di essere quello che è, torna vicino al mondo vegetale, animale, minerale. Cacciando si distrae, come succede anche in altri giochi e sport.  Il gioco è distrazione. L’uomo ha bisogno di riposare dalla vita e quindi di mettersi in contatto, tornare o a riversarsi in un’ultra vita. Questo ritornare o reinventarsi del nostro essere verso l’ultra-vitale o irreale è il divertimento.

La distrazione, il divertimento, è qualcosa di consustanziale alla vita umana, non è un incidente, non è qualcosa da cui si possa prescindere. Per cui l’elemento fondamentale della cacia, il suo segreto, non è l’uccisione della preda, ma nel ripercorrere quei rituali attraverso cui il cacciatore sportivo riavvolge il divenire storico e si avvicina al suo antenato primitivo. “Con la caccia l’uomo ottiene in concreto di annullare l’evoluzione storica, sciogliersi dal presente e rinnovare la situazione primitiva…il cacciatore è allo stesso tempo l’uomo di oggi e quello di diecimila anni fa. Nella battuta di caccia il lunghissimo processo della storia universale si avvolge su sé stesso e si morde la coda”. È il ritorno del cacciatore sportivo ai primordi della preistoria, quando eravamo animali tra gli animali. La caccia è un ritorno alla natura.

Le sempre suggestive riflessioni di Ortega servono a riportare agli autentici temi che possono dare un senso all’attualità. È evidente che oramai il dominio dell’essere umano sul resto del vivente ha ridotto le aree selvatiche a piccole e povere oasi, che stanno a contatto sempre più stretto con gli abitati umani. E il conflitto e l’attrito sono destinati ad aumentare. Allora ci sono lupi che uccidono le greggi, cervi che attraversano la strada, cinghiali che invadono i campi coltivati. È una storia recente ma oramai vecchia. Il tema vero è quello di recuperare un equilibrio con il mondo selvatico, che va salvaguardato anche per il nostro stesso bene. Lo scopo della caccia non può essere più l’uccisione, ma dovrebbe essere quello di recuperare un sano rapporto con il mondo animale e naturale. Allora il seguire una preda non può terminare mai con la sua uccisione ma con scatti fotografici e con il piacere dell’escursione e, infine, della conoscenza e del rispetto. Per ritrovare noi stessi come parte integrante dell’universo.

Per completare il mio ragionamento avrei bisogno di un secondo riferimento. Questa volta non filosofico, ma autobiografico. Dovrei parlare del mondo di mio padre, grande cacciatore, e di come lui non mi abbia però mai spinto verso questa pratica, perché sapeva che quel mondo, il mondo contadino a cui era connessa, era oramai tramontato per sempre. Dovrei parlare del bambino che sono stato, che viene fotografato in una delle sue prime pose con una doppietta a tappi sulle spalle, vicino al cane da caccia, più grande di lui, che ha sempre avuto in casa. E di come quel bambino abbia maturato alla fine una ripugnanza per l’uccisone di qualsiasi animale. Ma oramai lo spazio di questa rubrica si è fatto stretto e allora proseguirò nel prossimo numero.

Un’ultima osservazione sul titolo. Non è un’invenzione originale di chi scrive ma era il titolo (senza punto interrogativo) di una trasmissione, mandata in onda da una delle tante tv locali umbre, qualche anno fa. Aveva per protagonisti fissi tre vecchi cacciatori, malandati e ancor peggio vestiti, che si trascinavano in disquisizioni, allucinanti, comiche, esilaranti, sulla possibilità di poter cacciare ovunque e comunque. Ogni tanto la guardavo per ridere. Poi mi sono distratto, non l’ho guardata più. Non è che nel frattempo sono per caso andati al governo?

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