Nel panorama della poesia contemporanea, la posizione di Carifi appare singolare proprio per la sua radicalità. La sua scrittura rivendica una fiducia nella parola che può sembrare anacronistica in un’epoca abituata a sottoporre ogni forma di assolutezza alla verifica del dubbio. Il poeta non considera il verso un semplice dispositivo linguistico, un gioco di combinazioni o un esercizio di consapevolezza formale: gli attribuisce una responsabilità più alta, quasi sacerdotale. Scrivere significa cercare una soglia, pronunciare parole che possano condurre oltre l’apparenza delle cose. È una scelta estetica che comporta inevitabilmente dei rischi. La tensione verso il sacro può esporre la poesia alla solennità eccessiva, alla reiterazione di simboli riconoscibili, alla tentazione di trasformare il dolore in una verità universale sottratta alle contraddizioni della storia. In Carifi, tuttavia, questa aspirazione non nasce da una sicurezza conquistata una volta per tutte. Al contrario, è alimentata dalla coscienza della mancanza. L’Assoluto non rappresenta un possesso, ma ciò che manca; non una risposta disponibile, ma la domanda che impedisce alla vita di esaurirsi nella propria superficie. Qui si trova il punto più interessante della sua poetica. La fede nell’oltre non cancella il dubbio: ne costituisce, semmai, il rovescio. Se il poeta continua a cercare una dimensione trascendente, è perché sperimenta dolorosamente l’insufficienza del mondo così come gli si presenta. La sua parola aspira all’unità proprio perché nasce dalla dispersione, invoca una totalità perché conosce la frattura. Carifi appartiene dunque a quella tradizione lirica che concepisce la poesia come esperienza conoscitiva e trasformativa. Ma la sua originalità non consiste soltanto nel recupero di una postura spirituale estranea alle convenzioni dominanti. Consiste soprattutto nell’aver fatto della ferita il principio stesso della ricerca: il sacro non precede il dolore come una certezza capace di rassicurare, ma si lascia intravedere attraverso di esso.
A PAUL CELAN
Anche a me dicesti tra uccelli fissi come occhiaie una parola da mare nuda, abbandonata,
e tutto il male provò vergogna, la tua minuscola parola che divenne acqua e acqua il tuo respiro. Anche a me donasti un cuore di nessuno che batte nella dura pietra, accanto ai nomi dei fratelli uccisi e un occhio, un occhio che nessuno vede e che riflette la memoria. E quando volò via da te la madre e il padre fu scritto nella cenere e lo scialletto avvolse il tuo dolore provò vergogna tutto questo male, questa radice che nutre l’esistenza.
(QUANTE NOTTI VEGLIAVO)
Quante notti vegliavo a ripensare a te e sentivo il tuo respiro passarmi accanto, avrei voluto che tu fossi viva, anche insieme al tavolo di noce, o vecchi tu e io, un lembo di mare
immobile e noi due eterni, come se avessimo vinto vita e morte, davanti al mare aperto. (da Madre, Le Lettere, 2014)
(PICCOLA MADRE)
Piccola madre, quando sarai pura mente
e mi guarderai a distanza, ricordati di me, lo sciancato, e passa come un velo accanto al mio letto, piccola grande madre quando sarai nel Grande Vuoto pensa a questo martirio ed alla Compassione che mi porto dentro (A TE RIVOLGO LA PREGHIERA)
A te rivolgo la preghiera, madre che sei nel regno innominato,
madre che piangi in questo cuore arato a te rivolgo la preghiera e ti ringrazio per avermi amato. ABBANDONATO




