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ROBERTO CARIFI: LA VOCAZIONE SACRALE E IL RISCHIO DELL’ANACRONISMO

Nel panorama della poesia contemporanea, la posizione di Carifi appare singolare proprio per la sua radicalità. La sua scrittura rivendica una fiducia nella parola che può sembrare anacronistica in un’epoca abituata a sottoporre ogni forma di assolutezza alla verifica del dubbio. Il poeta non considera il verso un semplice dispositivo linguistico, un gioco di combinazioni o un esercizio di consapevolezza formale: gli attribuisce una responsabilità più alta, quasi sacerdotale. Scrivere significa cercare una soglia, pronunciare parole che possano condurre oltre l’apparenza delle cose. È una scelta estetica che comporta inevitabilmente dei rischi. La tensione verso il sacro può esporre la poesia alla solennità eccessiva, alla reiterazione di simboli riconoscibili, alla tentazione di trasformare il dolore in una verità universale sottratta alle contraddizioni della storia. In Carifi, tuttavia, questa aspirazione non nasce da una sicurezza conquistata una volta per tutte. Al contrario, è alimentata dalla coscienza della mancanza. L’Assoluto non rappresenta un possesso, ma ciò che manca; non una risposta disponibile, ma la domanda che impedisce alla vita di esaurirsi nella propria superficie. Qui si trova il punto più interessante della sua poetica. La fede nell’oltre non cancella il dubbio: ne costituisce, semmai, il rovescio. Se il poeta continua a cercare una dimensione trascendente, è perché sperimenta dolorosamente l’insufficienza del mondo così come gli si presenta. La sua parola aspira all’unità proprio perché nasce dalla dispersione, invoca una totalità perché conosce la frattura. Carifi appartiene dunque a quella tradizione lirica che concepisce la poesia come esperienza conoscitiva e trasformativa. Ma la sua originalità non consiste soltanto nel recupero di una postura spirituale estranea alle convenzioni dominanti. Consiste soprattutto nell’aver fatto della ferita il principio stesso della ricerca: il sacro non precede il dolore come una certezza capace di rassicurare, ma si lascia intravedere attraverso di esso.

 A PAUL CELAN

Anche a me dicesti tra uccelli fissi come occhiaie  una parola da mare nuda, abbandonata,

e tutto il male provò vergogna, la tua minuscola parola che divenne acqua  e acqua il tuo respiro. Anche a me donasti un cuore di nessuno  che batte nella dura pietra, accanto ai nomi dei fratelli uccisi e un occhio, un occhio che nessuno vede  e che riflette la memoria. E quando volò via da te la madre e il padre fu scritto nella cenere e lo scialletto avvolse il tuo dolore  provò vergogna tutto questo male,  questa radice che nutre l’esistenza.

(QUANTE NOTTI VEGLIAVO)

Quante notti vegliavo a ripensare a te e sentivo il tuo respiro passarmi accanto, avrei voluto che tu fossi viva, anche insieme al tavolo di noce, o vecchi tu e io, un lembo di mare

immobile e noi due eterni, come se avessimo vinto vita e morte, davanti al mare aperto. (da Madre, Le Lettere, 2014)

(PICCOLA MADRE)

Piccola madre, quando sarai pura mente

e mi guarderai a distanza, ricordati di me, lo sciancato, e passa come un velo accanto al mio letto, piccola grande madre quando sarai nel Grande Vuoto pensa a questo martirio ed alla Compassione che mi porto dentro (A TE RIVOLGO LA PREGHIERA)

A te rivolgo la preghiera, madre che sei nel regno innominato,

madre che piangi in questo cuore arato a te rivolgo la preghiera e ti ringrazio per avermi amato. ABBANDONATO 

L’abbandono è quando diventa un figlio sgangherato

fa quello che deve fare, morire quando è destinato

con una seggiola a rotelle va per un abisso

il falco prende il volo e logora il suo viso.

L’abbandono è per sempre

fu visto sfiorire un arbusto

andare sotto terra

e lì si perse,

gladiolo abbandonato

andasti in burrone

e qui si persero le tue tracce,

anche di me non c’è più traccia

cenere, viso di cenere

di me che ho bisogno di morire.

Si aprono finestre marmate,

tristezza di queste ossa,

mi gelano le ginocchia

e salgo fino in soffitta,

negli antri più cupi

chiedo perdono

perché non può esistere

che del male.

La tramontana già ondeggia

quando si vede il mare in burrasca,

i pesci sono i primi a lasciarsi annegare,

i lampi tuonano e finiscono nelle maree abissali,

terre di vermi e locuste prima che vadano in cielo,

perché gli animali andranno nel Nirvana o il cielo,

anch’io mi tramuto in animale

e sarò salvo.

Sarò per sempre in fuga

quando salirò in cielo

tornerò abbandonato

sui miei tristi passi,

attenderò la mia ora.

Chi è questa topaia

dove io non sono più niente,

solo la topaia

piena di topi.

La mia casa è colma di sventure

abissi, le grondaie sotto la pioggia

io sepolto sotto la morte,

l’uccello rapace addosso ai ramarri

madre, madre, la mia stamberga

è la memoria, uccelli del cielo, 

sbranato dai cani.

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