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GRANDI OPERE: IL PAESE DEL NO CHE, IERI COME OGGI, GRIDA SEMPRE ALLO SCANDALO

Attualità&Amarcord /Marcello Martelli/ 223

\C’è un’Italia che costruisce e un’Italia che dice di no. È una frattura antica, che attraversa la nostra storia repubblicana e oggi torna d’attualità con il dibattito sul Ponte sullo Stretto di Messina.

Ma quel “no” non nasce oggi: è un riflesso ideologico che viene da lontano, dal vecchio PCI e da una cultura politica che ha sempre guardato con sospetto al progresso materiale, alla modernizzazione, all’idea stessa di grande opera. Negli anni del dopoguerra, quando la Democrazia Cristiana portava acqua, elettricità e strade anche nei borghi più remoti, il PCI di Togliatti liquidava tutto come “politica della fontanella”, segno — secondo i comunisti — di uno Stato paternalista e clientelare.

Poi, negli anni Cinquanta e Sessanta, arrivò la stagione delle autostrade, dei collegamenti tra regioni, e delle metropolitane. Anche allora, la sinistra ortodossa gridava allo scandalo: sprechi, cemento, “cattedrali nel deserto”. Eppure, proprio quelle opere hanno cucito insieme un Paese che fino a pochi decenni prima era spaccato tra Nord e Sud, città e campagne, sviluppo e miseria. Se avesse vinto quella linea, oggi l’Italia sarebbe un arcipelago di province scollegate, senza un’autostrada del Sole, senza metropolitane, senza aeroporti moderni. Saremmo ancora prigionieri di un’idea pauperista e statalista del progresso, dove ogni treno veloce è un lusso e ogni infrastruttura una minaccia. Certo, le critiche alle grandi opere hanno spesso motivazioni legittime: sprechi, corruzione, mancanza di visione.

Ma dire sempre e solo no non è una politica: è una rinuncia. È la paura di scegliere, di rischiare, di guardare avanti. Il rifiuto sistematico di costruire diventa, col tempo, la più grande forma di immobilismo. L’Italia ha bisogno di un ambientalismo pragmatico, non ideologico; di una sinistra che non tema lo sviluppo, ma lo guidi.

Perché il progresso non è il nemico: è la condizione stessa per garantire benessere, equità e opportunità.

Il Ponte sullo Stretto non è solo un’infrastruttura: è un simbolo. Rappresenta la scelta tra chi crede in un Paese che si connette e chi preferisce restare fermo a guardare. E la storia, alla fine, ci ricorda sempre la stessa lezione: ogni volta che l’Italia ha detto “sì” al futuro, è cresciuta. Ogni volta che ha detto “no”, si è fermata.

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