Patrizia Cavalli nacque a Todi nel 1947, studiò filosofia, si trasferì a Roma nel 1968, e da subito fu “battezzata” poetessa da Elsa Morante, che riconobbe in lei una vocazione profonda.
Pubblicò varie raccolte poetiche con Einaudi: Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), Il cielo (1981), L’io singolare proprio mio (1992), Sempre aperto teatro (1999), Pigre divinità e pigra sorte (2006), Datura (2013), Vita meravigliosa (2020).
Morì a Roma nel giugno del 2022, lasciando un’opera che ha avuto riscontro non solo tra i lettori ma anche nel riconoscimento critico.
Come molti poeti del Novecento, Cavalli esplora il sentimento amoroso ma sempre con tensione: non c’è mai compiacimento, c’è spesso conflitto, assenza, desiderio. Amore che manca, che non basta, che genera nostalgia. La dimensione della perdita è costante, della disillusione, ma anche della tenace volontà di restare connessi con la vita.
Cavalli sa far emergere la forza poetica nel quotidiano: case, amici, abitudini, oggetti, gesti banali. Queste scene comuni diventano il materiale della poesia, spazio di riflessione e di stupore. Non minimalismo da astrazione, ma attenzione concreta alle piccole cose.
Nei suoi versi convivono affanno, timore, consapevolezza della morte, ma anche la forza del ridere, dell’ironia, della resistenza lieve. Non una disperazione totale, ma una tensione verso la vita nonostante il dolore, nonostante l’abbandono, nonostante le ombre.
Cavalli spesso parla «in prima persona», ma questo io non è mera confessione privata: diventa scena, teatro interiore, dialogo con l’assenza, con il mondo esterno, con il passato. C’è un movimento tra interiorità e scena, tra il silenzio, la conversazione, il dire e il non dire.
Il linguaggio di Cavalli appare spesso semplice, colloquiale, quotidiano, ma dietro questa semplicità c’è grande cura metrica, musicalità, ritmo. Le sue poesie operano sotto la superficie: rime interne, brusche cesure, contrasti lessicali, scarti. Il lessico è senza manierismo, ma non naïf: è preciso, ibrido, pulito nell’espressione anche quando il contenuto è difficile. Cavalli è stata spesso letta come una voce che media tra “cultura alta” e linguaggi più accessibili, lontana dagli eccessi teorici o sperimentali, ma con una forte autenticità poetica. Cavalli è riuscita a parlare a un pubblico vasto senza perdere valore poetico. Le sue letture, le sue performance erano seguite, il suo pubblico non era solo dotto, e il suo linguaggio, pur non sacrificando profondità, restava leggibile.
Alcune critiche avanzate riguardano la ripetitività tematica o stilistica; il fatto che certe formule ricorrano, che non ci siano nella forma radicali smottamenti; che lo stile, pur riconoscibile, a volte possa sembrare inattivo agli occhi di chi cerca sperimentazione estrema.
PATRIZIA CAVALLI DA ” POESIE SCELTE “
Per simulare il bruciore del cuore, l’umiliazione
dei visceri, per fuggire maledetta
e maledicendo, per serbare castità
e per piangerla, per escludere la mia bocca
dal sapore pericoloso di altre bocche
e spingerla insaziata a saziarsi dei veleni del cibo
nell’apoteosi delle cene quando il ventre
già gonfio continua a gonfiarsi;
per toccare solitudini irraggiungibili e lì
ai piedi di un letto di una sedia
o di una scala recitare l’addio
per poterti escludere dalla mia fantasia
e ricoprirti di una nuvolaglia qualunque
perché la tua luce non stingesse il mio sentiero,
non scompigliasse il mio cerchio oltre il quale
ti rimando, tu stella involontaria,
passaggio inaspettato che mi ricordi la morte.
Per tutto questo io ti ho chiesto un bacio
e tu, complice gentile e innocente, non me lo hai dato.
***
Che orrore immaginare due corpi
che fanno l’amore presi da necessità
che qualche cosa avvenga
si compia e poi sfilacciati
da una soddisfazione si ricompongono
nella loro apparenza.
Preferisco quel metro di distanza
dove vedevo l’eterno mare scuro
calmo silenzioso.
Poesie scelte






