Home La Rivista Cucina&Cantina “RUSTELL” (Arrosticini): L’IDENTITA’ SMARRITA DELLA CUCINA TERAMANA CHE MERITA DI PIU’

“RUSTELL” (Arrosticini): L’IDENTITA’ SMARRITA DELLA CUCINA TERAMANA CHE MERITA DI PIU’

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“RUSTELL”:(Arrosticini )

Teramo ha ospitato la prima edizione di “Rustell’ – Festival Arrosticino d’Abruzzo”, nel suggestivo scenario del Parco Fluviale del Tordino e del Vezzola. Un evento ambizioso, patrocinato da istituzioni locali, nato con l’intento dichiarato di valorizzare la cultura gastronomica del territorio.

Ma a ben guardare ciò che avrebbe dovuto celebrare l’identità culinaria abruzzese – e, nello specifico, teramana – rischia di tradirla. Partiamo dal termine : “Rustell’” , una parola pescarese, non teramana.

Un dettaglio? No, un segnale. In un contesto in cui la cucina è cultura, linguaggio, appartenenza, le parole contano. E utilizzare un termine estraneo alla parlata teramana per titolare un festival che si svolge nel cuore della provincia, equivale a indossare un abito d’altri per raccontare sé stessi. Un gesto che rivela una confusione d’identità.

Ma c’è di più. Gli arrosticini – simbolo ormai inflazionato della gastronomia abruzzese – sono certo amati e popolari, ma non rappresentano il cuore della cucina tipica teramana. Quella vera, quella antica, quella che lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari ha sapientemente raccontato nel suo recente libro “Teramo a tavola. Una cucina italiana”. Una cucina di confine e di incontro: tra mare e montagna, tra mondo pastorale e tradizione agricola, tra ricette borghesi e piatti poveri. Una cucina che affonda le radici nelle scrippelle ‘mbusse, nel timballo alla teramana, nelle virtù del primo maggio e in tanti altri piatti dimenticati dal mainstream gastronomico. L’iniziativa editoriale voluta dalle istituzioni locali, con il contributo di Montanari, va nella giusta direzione: ridare voce a una storia gastronomica complessa, stratificata, profondamente legata al territorio.

Ma il festival dell’arrosticino – per come è stato pensato e presentato – rischia di vanificare questo sforzo, sostituendo la narrazione autentica con un prodotto standardizzato e decontestualizzato. A complicare il quadro, c’è poi la recente richiesta della Regione Abruzzo di ottenere un’Indicazione Geografica Protetta (IGP) per gli arrosticini d’Abruzzo.

Una buona notizia? Solo in apparenza. Perché i regolamenti europei DOP e IGP non consentono la doppia certificazione, e l’IGP per gli arrosticini consentirebbe l’utilizzo di carne proveniente da tutto il mondo. Un duro colpo per la zootecnia locale, che rischia di essere esclusa dalla filiera proprio nel momento in cui si cerca di rilanciarla.

All’inizio degli anni Ottanta gli ovini in Abruzzo contavano 2 milioni di capi, ora sono meno di200mila e rischiano di sparire pure questi. È dunque lecito chiedersi: che senso ha celebrare un prodotto che può essere fatto con carni d’importazione, svuotato del suo legame col territorio, mentre le ricette davvero identitarie vengono ignorate? Serve una riflessione più profonda. Perché la valorizzazione del territorio non può passare per scorciatoie commerciali o operazioni di marketing superficiale. Richiede studio, rispetto, coerenza. Richiede, soprattutto, il coraggio di andare controcorrente, di riscoprire ciò che è autentico.Teramo ha una cucina straordinaria, che merita di essere raccontata nella sua unicità, non ridotta a cliché.

Non sarà un festival dell’arrosticino – per quanto ben organizzato – a restituire dignità alla sua tradizione gastronomica. Servono invece progetti culturali seri, percorsi di educazione alimentare, investimenti nelle filiere locali e un rinnovato orgoglio identitario. Solo così la vera cucina teramana potrà tornare protagonista. Non come variante di un generico “Abruzzo a tavola”, ma come ciò che è sempre stata: una voce distinta, originale, profondamente italiana..

 

 

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