TRA AMORE E MORTE: “NERO CRESCENTE” DI PATRIZIA BAGLIONE

Nella poesia di Patrizia Baglione si avverte un respiro profondo, a tratti soffocato, che attraversa l’intera sua ultima raccolta, Nero crescente. È un respiro che parla d’amore e di morte, intrecciati in una danza sottile e perpetua, che non si spezza nemmeno nei componimenti più colmi di speranza o slancio originario. Si potrebbe definire questo libro come un canzoniere interrotto solo dalla propria stessa necessità di persistere, un flusso lirico ininterrotto che si muove tra il sentimento e la fine, come su un filo teso sull’abisso, sempre in bilico ma mai inerte.

Ma più in profondità, sotto la trama amorosa, serpeggia una tensione oscura, una pulsione verso la fine che non è mai rassegnazione, ma coscienza lucida della fragilità della vita. È come se il lutto, in questa raccolta, non fosse un evento ma uno stato permanente: un velo che ricopre le cose e nel quale le cose stesse prendono significato. Non si tratta di un pessimismo sterile, bensì di un attraversamento, di una contemplazione del buio che suggerisce, paradossalmente, una forma di resurrezione.

Ed è proprio in questa tensione che la poesia di Baglione si fa canto: non tanto di perdita, quanto di possibilità. La voce poetica non piange soltanto l’allontanamento dall’altro, ma tenta un movimento verso di esso, come se l’atto stesso del nominare, dello scrivere, potesse riportarlo in vita. Il tono confessionale diventa quindi un atto di fede, una preghiera laica che chiede non la consolazione, ma la verità di ciò che resta dopo la frattura.

Il titolo Nero crescente incarna perfettamente questo viaggio: il nero, simbolo di lutto, di morte e di ignoto, non è qui qualcosa che incombe ma che cresce, che accompagna, che si fa compagno della vita fino a inglobarla in un abbraccio che non è annientamento, ma trasfigurazione. In questo senso, la raccolta si chiude su un’apertura: quella di un volto, forse divino, forse umano, che ci interroga e ci ricorda cosa sia davvero l’amore — e, forse, anche la morte.

Da NERO CRESCENTE

Chissà dove vanno
quelli che muoiono
forse in un limbo, tra
il celeste e il rosa delle nuvole

se ne stanno lì
fermi e buoni, ad attendere
un segnale d’accesso per il cielo.

O forse esausti
a ripetizione si dicono – potevo
fare molto di più
e piangono in loro tutti i giorni.

*

Senza ferma dimora
questo lampo di vita
già vestito da morte

non un piccolo tetto
per lasciarsi riposare
quando il tempo è già neve.

*

Sono stata già amata
(un po’ come i vecchi rami)
a mio tempo però
ho dato anch’io

ora sono qui che navigo
tra le acque del fiume
e continuo a emanare
odore di ciliegio in aprile.

*

Torneranno i fiori ad occhi aperti
le lunghe passeggiate
in pomeriggi desolati
l’acqua nel bicchiere

tornerà dentro la tasca
il fazzoletto di cotone
la gioia prigioniera
di un vivere mancato, poi noi

che ci amiamo così tanto
aspettiamo il calare della luna
per poterci parlare davvero.