Home La Rivista Attualità e Amarcord TROPPI CENCETTI INQUINANO LA NOSTRA MODA E..IL MONDO

TROPPI CENCETTI INQUINANO LA NOSTRA MODA E..IL MONDO

Attualità /Paolo Rico /198  

     Nessuno punta ad uno scontro fast fashion contro alta sartorialità. Piuttosto meno “cencetti” e addosso solo buoni indumenti; soprattutto tessuti naturali contro fibre di sintesi. Magari con uno sguardo retrospettivo alla nostra migliore tradizione, anche intrafamiliare, adusa  – occorre ripetersi –  al cosiddetto «poco e buono» soprattutto dei grandi maestri dell’alta moda italiana simboli di qualità e bellezza. Perché quest’andazzo dell’usa-e-getta ha prodotto più di 170mila tonnellate di rifiuti tessili ovvero il 12% di quanto acquistato.

Il top model Fabio Mancini sulle passerelle dei più grandi maestri dell’alta moda italiana simboli di qualità e bellezza (ph.F.Mancini)

    Parte di qui  – dal disastroso dato ambientale –  l’ultimo report a base dell’Agenda G7 Act, licenziata a Roma, per puntare alla differenziata e a condotte innovative sul piano tecnologico e della ricerca dei materiali nel settore del tessile. Certo, non può dispiacere cambiarsi spesso e a prezzi vantaggiosi; ma la gratificazione estetica (sic!) non solo è effimera; risulta addirittura dannosa. Lo fanno notare gli esperti. In sede Ue, dando seguito in ritardo alla pionieristica normativa italiana, è stata finalmente emanata una direttiva per l’obbligo negli Stati di attuare, nel processo di raccolta dei rifiuti, un trattamento diversificato tendente al recupero di indumenti e simili.

Foto da Le Iene (Italia1) Servizio “Il Lato oscuro dei vestiti che indossiamo” di Nicola Barraco

    Il nostro continente ha generato 7mln di tonnellate di scarti tessili: 16 kg. per ciascun cittadino europeo. Però l’85% di questa montagna di stracci non è stata affatto avviata a riciclo né è stata acquisita in smaltimento alternativo rispetto ad altri materiali di scarto. Quel che fa del tessile il secondo ambito industriale più tossico al mondo, alle spalle del petrolio. Inoltre, si tratta di un settore produttivo e di consumo altamente energivoro e di sfruttamento delle risorse naturali. Infatti, questa realtà operando spreca il 20% circa di acqua. Altresì l’industria tessile mondiale consegna in atmosfera tanti gas serra quanto aerei e navi in movimento in tutto il pianeta. Da non tacere, infine, il ricorso in produzione a pesticidi e sostanze chimiche aggressive: tipo, coloranti; modulanti; destrutturanti, ricompattanti e ogni altra ”diavoleria” utile a fungibilità del tessuto e suo consumo. Perciò, a rimetterci è la natura ovvero noi;  e più particolarmente comunità prossime ad impianti, serviti da corsi d’acqua, destinata all’irrigazione coltivatrice e all’attingimento, soprattutto potabile.

Foto da Le Iene (Italia1) Servizio “Il Lato oscuro dei vestiti che indossiamo” di Nicola Barraco

    D’altronde, questo panorama dell’industria tessile comprende inesorabilmente anche la violazione di diritti del lavoro fondamentali in società civili e rispettose della dignità umana. Illeciti, comunque allettanti per il profitto finanziario e la turbo-economia, terreno di coltura di pratiche sconvenienti proprio all’ecosistema. Non resta quindi che «abbandonare il fast fashion», sentenziano gli esperti Ue, «per privilegiare solo beni realizzati in modo etico e sostenibile». Studiosi del mercato tessile, convinti della stretta relazione tra natura e valori delle comunità più coinvolte nel rispetto dell’ambiente invitano a considerare che  le fibre naturali «svolgono un esercizio di interconnessione di territori, spazi, società, materiali e saperi», . Perché in queste ultime società l’adesione alla coltura naturale taglia ogni strategia di sfruttamento cosiddetto “lineare” di materiali provenienti dal sottosuolo per transitare verso sistemi socioeconomici “circolari”. L’agenda della nuova produzione tessile punta insomma a progettazioni che durino nel tempo; possano essere riciclate; adottino componenti innovativi e promuovano gusto anziché consumo in sé e per sé.

Foto da Le Iene (Italia1) Servizio “Il Lato oscuro dei vestiti che indossiamo” di Nicola Barraco

    La fattura del comparto, in Europa, ammonta a 170 miliardi di euro. 179mila sono le imprese con 1milione 300mila addetti: dunque, un settore di tutto riguardo per la sua intensa penetrazione nella società. Pur se  – lo si era richiamato sopra –  la “spinta” a questo ambito arriva oggi da territori fuori del continente, dove si gioca sulla pelle dei lavoratori il costo più vantaggioso per il produttore; molto meno per il consumatore; e, comunque, nell’un caso e nell’altro, esiziale per gli operatori e per il contesto territoriale. Il 73% dei capi di abbigliamento e tessili in genere venduto in Ue è importato da Paesi terzi, per un valore di 80miliardi di euro. Perciò, l’insistenza su tessili durevoli e riciclabili fin nella composizione; privi di ogni succedaneo chimico e pericoloso; lavorati secondo protocolli universali di management dignitoso e dalla parte dei diritti umani.

    L’Agenda G7 Act spiega che: «il sistema incoraggia, com’è ora, la sovrapproduzione, il consumo eccessivo e lo spreco di beni invenduti, determinando la consuetudine di una moda a basso costo, usa-e-getta, aliena dal ricomprendere i costi sociali ed ambientali nel prezzo finale dei beni venduti». Davvero un quadro desolante, che obbliga a far scattare la reazione. A cominciare dalle microimprese, in Italia, quasi il 90% della base produttiva, nella quale di ritrova oltre l’80% della forza-lavoro dell’intero comparto, cui si deve circa il 67% del fatturato del settore della moda.  Insomma, si parla di 40mila aziende con quasi 60miliardi di fatturato nel 2024. Dati, che il ministero pone a giustificazione della sua strategia: «occorre garantire chiarezza , trasparenza e tracciabilità di informazioni sui prodotti e sui materiali, per contrastare il greenwashing e il lavoro minorile o illegale». D’altronde, il 65% dei tessili usati può essere riciclato.

    In Africa, ad esempio, l’import di indumenti già adottati in Europa ha generato un valore aggiunto di oltre 76milioni di dollari (limitatamente al Ghana). Quel che conferma come la moda circolare contribuisca a sviluppo ed inclusione, è stato sottolineato a Roma. Senza trascurare come il riuso può ridurre le emissioni di CO₂ fino a 70 volte rispetto a una nuova produzione. Si tratta di consistenti vantaggi, che, su scala internazionale, esaltano buone pratiche di gestione del settore della moda di qualità e naturale. Sfida da raccogliere ad ogni livello di operatività.

FOTO IN EVIDENZA:  tratta da  Le Iene (Italia1) Servizio “Il Lato oscuro dei vestiti che indossiamo” di Nicola Barraco

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