Attualità /Paolo Rico /198
Nessuno punta ad uno scontro fast fashion contro alta sartorialità. Piuttosto meno “cencetti” e addosso solo buoni indumenti; soprattutto tessuti naturali contro fibre di sintesi. Magari con uno sguardo retrospettivo alla nostra migliore tradizione, anche intrafamiliare, adusa – occorre ripetersi – al cosiddetto «poco e buono» soprattutto dei grandi maestri dell’alta moda italiana simboli di qualità e bellezza. Perché quest’andazzo dell’usa-e-getta ha prodotto più di 170mila tonnellate di rifiuti tessili ovvero il 12% di quanto acquistato.

Parte di qui – dal disastroso dato ambientale – l’ultimo report a base dell’Agenda G7 Act, licenziata a Roma, per puntare alla differenziata e a condotte innovative sul piano tecnologico e della ricerca dei materiali nel settore del tessile. Certo, non può dispiacere cambiarsi spesso e a prezzi vantaggiosi; ma la gratificazione estetica (sic!) non solo è effimera; risulta addirittura dannosa. Lo fanno notare gli esperti. In sede Ue, dando seguito in ritardo alla pionieristica normativa italiana, è stata finalmente emanata una direttiva per l’obbligo negli Stati di attuare, nel processo di raccolta dei rifiuti, un trattamento diversificato tendente al recupero di indumenti e simili.

Il nostro continente ha generato 7mln di tonnellate di scarti tessili: 16 kg. per ciascun cittadino europeo. Però l’85% di questa montagna di stracci non è stata affatto avviata a riciclo né è stata acquisita in smaltimento alternativo rispetto ad altri materiali di scarto. Quel che fa del tessile il secondo ambito industriale più tossico al mondo, alle spalle del petrolio. Inoltre, si tratta di un settore produttivo e di consumo altamente energivoro e di sfruttamento delle risorse naturali. Infatti, questa realtà operando spreca il 20% circa di acqua. Altresì l’industria tessile mondiale consegna in atmosfera tanti gas serra quanto aerei e navi in movimento in tutto il pianeta. Da non tacere, infine, il ricorso in produzione a pesticidi e sostanze chimiche aggressive: tipo, coloranti; modulanti; destrutturanti, ricompattanti e ogni altra ”diavoleria” utile a fungibilità del tessuto e suo consumo. Perciò, a rimetterci è la natura ovvero noi; e più particolarmente comunità prossime ad impianti, serviti da corsi d’acqua, destinata all’irrigazione coltivatrice e all’attingimento, soprattutto potabile.

D’altronde, questo panorama dell’industria tessile comprende inesorabilmente anche la violazione di diritti del lavoro fondamentali in società civili e rispettose della dignità umana. Illeciti, comunque allettanti per il profitto finanziario e la turbo-economia, terreno di coltura di pratiche sconvenienti proprio all’ecosistema. Non resta quindi che «abbandonare il fast fashion», sentenziano gli esperti Ue, «per privilegiare solo beni realizzati in modo etico e sostenibile». Studiosi del mercato tessile, convinti della stretta relazione tra natura e valori delle comunità più coinvolte nel rispetto dell’ambiente invitano a considerare che le fibre naturali «svolgono un esercizio di interconnessione di territori, spazi, società, materiali e saperi», . Perché in queste ultime società l’adesione alla coltura naturale taglia ogni strategia di sfruttamento cosiddetto “lineare” di materiali provenienti dal sottosuolo per transitare verso sistemi socioeconomici “circolari”. L’agenda della nuova produzione tessile punta insomma a progettazioni che durino nel tempo; possano essere riciclate; adottino componenti innovativi e promuovano gusto anziché consumo in sé e per sé.






