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QUANDO IN POLONIA UNA BIONDINA, ERUDITA E MOLTO CARINA, MI FECE CAPIRE L’IMPORTANZA DEL LATINO

Attualità&Amarcord/ Marcello Martelli/Io penso/ 186

Nelle scuole medie torna l’insegnamento del latino, a partire dal secondo anno. La nuova riforma punta a un deciso sforzo per migliorare le competenze linguistiche degli studenti: come ai tempi nostri, anche il latino assume un ruolo strategico e smette di essere materia extracurricolare. C’è un problema da affrontare, che una recente indagine Ocse ha fatto scattare: il 35% degli italiani adulti (tra i 16 e i 65 anni) incapaci di comprendere una frase scritta breve e semplice, venendo così «tagliati fuori dal mondo produttivo e dalla cittadinanza».

La riforma punta ad aumentare le competenze linguistiche, favorendo la lettura. Insomma, si torna in parte alla nostra vecchia scuola, quando mandavamo a memoria le poesie e avevamo problemi con la consecutio temporum.

Urge che gli alunni prendano gusto alla lettura, migliorando anche le loro capacità di scrittura. Mio padre, che aveva fatto studi giuridici ed anche letterari, aveva un particolare fiuto a intercettare i miei deficit scolastici. E mi costringeva a rimediare con la sua fissa per le lezioni private, affidandomi ai migliori specialisti del settore.

Chi, dalle mie parti,  non ricorda il mitico professor Giuseppe Sardi, che impartiva ripetizioni di latino e greco a tutti i “somari” della città, me compreso? Negli anni delle scuole medie, tornavo a Tossicia per le vacanze, ma subito mi mandava a Ornano Grande alle lezioni di latino d’un parente sacerdote, don Franco Jacovoni. Con i libri sotto il braccio, percorrevo a piedi i 5 o 6 chilometri per raggiungere la casa parrocchiale e quella del vecchio parroco era una “scuola peripatetica” in piena regola.

Andavamo da Ornano verso Colledara, passeggiando lentamente, con in mano testo e quaderno degli esercizi di latino da correggere. Leggevo la versione e, ogni tanto, don Franco si fermava, mi lanciava uno sguardo severo e, per sottolineare che l’errore era proprio grave, mi avventava in testa il libro con la copertina, ahime!, di cartone rigido. Dopo la botta, ricominciavamo la passeggiata e la lettura. Poi, di nuovo una sosta. Ma ormai avevo capito l’antifona e, per sottrarmi alla punizione, ad ogni stop del maestro di latino, andavo oltre di due o tre passi. “No! -m’intimava, scuotendo il capo canuto e avvinandomisi un po’ di più- Devi fermarti subito…”. E giù un’altra librata in testa.

Quella insistenza di mio padre per le lingue morte, l’apprezzai molti anni dopo, quando da giovane giornalista mi trovai in Polonia e le reminiscenze scolastiche mi aiutarono a dialogare con una erudita biondina molto carina di Cracovia ( in evidenzaf la foto  con uno spaccato della città), che sapeva parlare solo la sua lingua. Però nella Polonia comunista aveva studiato l’idioma dell’antica Roma e, con i pizzini scritti in latino, fu possibile avviare una romantica conversazione a due.

Così imparai la preziosità e l’importanza del latino. In seguito anche tolto dai nostri programmi*  per rendere tutto più facile nella scuola dei somari dove ora non capiscono neppure l’italiano.

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