ANNA ANDREEVNA ACHMATOVA POETA

«Talvolta sedevamo sotto questo ombrello su una panchina del giardino del Lussemburgo, pioveva, una calda pioggia estiva, vicino sonnecchiava le vieux palais à l’italienne, e noi a due voci recitavamo Verlaine, che conoscevamo bene a memoria, ed eravamo felici di ricordare le stesse poesie….Probabilmente io e lui non si capiva una cosa fondamentale: tutto quello che avveniva, era per noi la preistoria della nostra vita: la sua molto breve, la mia molto lunga. Il respiro dell’arte non aveva ancora bruciato, trasformato queste due esistenze: e quella doveva essere l’ora lieve e luminosa che precede l’aurora. Ma il futuro che, com’è noto, getta la sua ombra molto prima di attuarsi, batteva alla finestra, si nascondeva dietro i lampioni, intersecava i sogni e spaventava, con la terribile Parigi baudelairiana che si nascondeva in qualche posto, lì accanto. E tutto il divino scintillava in Modigliani solo attraverso una tenebra. Era diverso, del tutto diverso da chiunque al mondo. La sua voce mi rimase in qualche modo per sempre nella memoria».

ANNA ANDREEVNA ACHMATOVA è una delle voci più straordinarie della poesia russa del XX secolo. Nata con il nome di Anna Andreevna Gorenko a Bol’šoj Fontan, nei pressi di Odessa, nel 1889, assunse il cognome Achmatova in onore di un antenato materno di origini tartare. Questo pseudonimo divenne ben presto sinonimo di eleganza stilistica e di profondità emotiva nella letteratura russa.

Achmatova è legata al movimento dell’acmeismo, un gruppo poetico nato come reazione alle tendenze simboliste predominanti all’inizio del Novecento. L’acmeismo promuoveva un ritorno alla chiarezza espressiva, alla precisione delle immagini e a un senso di concretezza, caratteristiche che si ritrovano pienamente nella poesia della Achmatova. Il fondatore del movimento, Nikolaj Gumilëv, fu anche il suo primo marito, e insieme contribuirono a definire un nuovo corso per la poesia russa.

Le sue raccolte poetiche iniziali, come Večer (“La sera”, 1912), Belaja staja (“Lo stormo bianco”, 1917) e Anno Domini MCMXXI (1922), rivelano una voce poetica capace di unire la limpidezza stilistica a una profonda introspezione. I versi della Achmatova sono caratterizzati da un’intimità immediata e da una raffinata semplicità, in cui si intrecciano amore, nostalgia e una visione lucida della vita. Poesie come queste la resero popolarissima presso il pubblico russo, che vi riconosceva un’autenticità rara e preziosa.

Nel 1910, Anna Achmatova incontrò Amedeo Modigliani a Parigi durante il suo viaggio di nozze con Nicolaj Gumilëv. Lei aveva vent’anni, lui pochi di più. Nonostante fosse sposata, tra i due nacque un’attrazione irresistibile. Achmatova, con la sua altezza di un metro e ottanta, la frangia scura che incorniciava intensi occhi chiari di un grigio tendente al verde salvia, e un naso particolare con una lieve gobba, rappresentava la bellezza ideale per Modigliani. L’artista la ritrasse innumerevoli volte, persino immaginandola con un’acconciatura da principessa egizia. Questi ritratti non solo riflettono il fascino che Anna esercitò su Modigliani, ma testimoniano anche la sintonia artistica e umana tra i due.

Dopo il 1923, Achmatova si dedicò prevalentemente alla critica letteraria, distinguendosi per i suoi saggi su Aleksandr Puškin, che rappresentano un contributo significativo allo studio del grande poeta russo. Tuttavia, la sua attività creativa non si esaurì, anche se le difficoltà politiche e personali limitarono la sua produzione letteraria. Durante la seconda guerra mondiale, mentre si trovava a Taškent, compose uno dei suoi capolavori, Poema bez geroja (“Un poema senza eroe”, 1940-1962). Quest’opera, complessa e ricca di riferimenti culturali, è un riflesso della tragedia personale e collettiva vissuta dall’autrice e dalla Russia in quegli anni. Fu pubblicata solo parzialmente nell’URSS, ma la sua importanza fu riconosciuta a livello internazionale, come dimostra la traduzione italiana del 1966.

La sua vita letteraria fu segnata anche da momenti di dura repressione. Nel 1946, Achmatova fu pubblicamente attaccata da Andrej Žanov, una figura chiave del regime sovietico, che la accusò di non aderire ai canoni del realismo socialista, l’estetica ufficiale dello Stato. Questo attacco rappresentò un duro colpo per la poetessa, che tuttavia non abbandonò mai la sua voce autentica e la sua visione artistica.

Oltre alla sua attività poetica, Achmatova si dedicò anche alla traduzione, portando in russo opere di varie lingue, tra cui l’italiano. Le sue traduzioni riflettono il suo impegno nel rendere accessibile al pubblico russo il meglio della letteratura mondiale.

In Italia, l’opera della Achmatova è stata apprezzata e tradotta con attenzione. Oltre a Un poema senza eroe e ad alcune poesie incluse in raccolte antologiche, nel 1962 furono pubblicate due raccolte che contribuirono a far conoscere al pubblico italiano la sua voce unica.

La poesia di Anna Andreevna Achmatova continua a risuonare per la sua straordinaria capacità di esprimere con chiarezza e profondità i sentimenti più universali dell’animo umano. Così la donna che la Pravda definisce sprezzante un incrocio tra una monaca e una puttana diventa la testimone del suo tempo di sofferenza. Lei rimane lì, in Russia, e scrive. «Io sono la vostra voce» afferma. La condannano al silenzio, ma lei non mette giù la penna. I suoi ammiratori, che sono tanti, alla peggio li imparano a memoria, i suoi versi.

STORMO BIANCO 

Lascio la casa bianca e il muto giardino.
Deserta e luminosa mi sarà la vita.
Nessuna donna saprà cullarti
come io ti celebro nei miei versi:
non scordare la tua cara amica
nell’Eden che hai creato per i suoi occhi,
per me che spaccio una merce rarissima
e vendo il tuo tenerissimo amore.

trad. it. G. Immediato

IN GIARDINO LA MUSICA SUONAVA

In giardino la musica suonava
un suo inesprimibile dolore.
Fresco ed aspro sentore di mare
esalavano le ostriche nel ghiaccio.

Mi ha detto: “Sono un amico fedele!”
ed ha toccato il mio vestito.
Com’è diverso da un abbraccio
il contatto di queste mani.

Così si lisciano gatti o uccelli,
così si guarda a flessuose amazzoni…
Solo un riso negli occhi tranquilli
sotto l’oro leggero delle ciglia.

Ma le voci di mesti violini
cantano, dietro un velo di fumo:
“E dunque benedici i cieli: sei
la prima volta sola con l’amato”.

trad. it. Michele Colucci

ROSARIO

Ho imparato a vivere con semplicità, saggezza,
A guardare il cielo e pregare il Signore,
E prima di sera vagare lungamente
Per stancare un’inutile angoscia.

Quando fruscia nel burrone la bardana
E il grappolo del sorbo giallo-rosso appassisce,
Compongo versi pieni di gaiezza
Sulla vita caduca, caduca e bella.

Ritorno. Mi lecca la mano un piumoso
Gattino, fa le fusa più lusinghevole,
E un lume vivo si accende
Sulla torretta alla segheria del lago.

Solo di rado rompe la quiete il grido
Della cicogna che si posa sul tetto.
– E se tu picchi allora alla mia porta,
Mi pare che nemmeno potrò udire.

traduzione di Bruno Carnevali e Paolo Galvagni