JOSEPH ALEKSANDROVIČ BRODSKY: POETA RUSSO TRA REPRESSIONE E LIBERTÀ

Joseph Brodsky, uno dei poeti più significativi del Novecento, è una figura emblematica del conflitto tra la creatività individuale e le repressioni politiche e sociali del suo tempo. Nato a Leningrado (oggi San Pietroburgo) nel 1940 in una famiglia di origine ebraica, la sua vita e la sua opera sono segnate dall’autodidattismo, dal trauma dell’esilio e dal confronto con un regime che cercò di soffocare ogni voce di dissenso. La sua vicenda personale e poetica è la testimonianza di come la poesia possa rappresentare non solo un atto di resistenza culturale, ma anche una riflessione sull’esistenza e sulle contraddizioni dell’umanità.

La sua scrittura è segnata oltreche da una profonda solitudine intellettuale, anche da una capacità straordinaria di assimilare, senza un insegnamento formale, le tradizioni letterarie europee, dalla poesia russa alla lirica anglosassone, da John Donne a Marina Cvetaeva.

Brodsky iniziò a scrivere poesie all’inizio degli anni Cinquanta, ma fu solo nel 1958 che cominciò a pubblicarle. In un periodo in cui la libertà di espressione era severamente limitata sotto il regime sovietico, la sua produzione poetica rappresentava una voce di dissenso e un atto di ribellione culturale. La sua poesia, sebbene profondamente radicata nella tradizione russa, si nutriva anche di influenze provenienti dalla cultura europea e dalla tradizione anglosassone, in particolare dalla poesia metafisica inglese.

Nel 1964, Brodsky fu processato con l’accusa di “parassitismo sociale”, una formula vaga che veniva usata dal regime sovietico per condannare chiunque fosse visto come un elemento inutile alla produzione sociale, ossia chi non aveva un lavoro “utile” e viveva grazie alla scrittura o ad altre attività culturali. Il suo processo è un episodio simbolico della repressione del dissenso intellettuale in Unione Sovietica, in cui molti artisti, scrittori e pensatori venivano perseguitati per il loro pensiero indipendente.

Il poeta, che non aveva mai avuto un impiego “regolare” e che viveva grazie alla sua attività poetica, venne condannato a cinque anni di lavori forzati, ma la sua prigionia durò solo diciotto mesi grazie alle pressioni internazionali e alla solidarietà di intellettuali e scrittori di tutto il mondo. Questo periodo di reclusione, sebbene breve, segnò profondamente Brodsky e la sua poesia, che da allora acquisì una dimensione ancora più carica di angoscia e consapevolezza esistenziale.

Nel 1972, dopo essere stato espulso dall’Unione Sovietica, Brodsky si trasferì negli Stati Uniti, dove avrebbe vissuto il resto della sua vita. Questo esilio, che all’inizio fu doloroso e difficoltoso, diventò anche l’occasione per una nuova fase della sua carriera poetica, caratterizzata dalla scrittura in inglese e dalla crescente fama internazionale.

Negli Stati Uniti, Brodsky continuò a scrivere e a pubblicare raccolte poetiche che vennero tradotte e apprezzate in tutto il mondo. Nel 1991, Brodsky ricevette il Premio Nobel per la letteratura, un riconoscimento che sanciva la sua straordinaria capacità di combinare la tradizione con l’innovazione, di affrontare temi esistenziali universali pur mantenendo una forte impronta personale e culturale.

La poesia di Brodsky è una poesia di resistenza, di ricerca e di consapevolezza. Il suo stile, raffinato e talvolta ermetico, è caratterizzato dall’uso di metafore complesse, da una lingua ricca e musicale, ma anche da un sentimento di distacco e di estraneità verso la realtà che lo circonda. Nonostante la sua familiarità con la cultura occidentale, Brodsky non rinunciò mai alla sua identità di poeta russo, e la sua scrittura rifletteva spesso la tragica realtà storica della Russia sovietica, la memoria degli esiliati, la condizione di chi è costretto a vivere lontano dalla propria patria.

Fin de siècle 

Il secolo presto finirà, ma non prima di me.
E questo, temo, non c’entra con l’intuito.
Piuttosto è l’influenza della non-esistenza

sull’esistere: per dire, del cacciatore sulla selvaggina,
sia essa muscolo cardiaco o mattone.
Sentiamo la frusta sibilare,

nel tentativo di rammentare i nomi di quanti ci hanno amato,
divincolandoci tra le viscide mani del polsista.
Il mondo non è più com’era

un tempo, quando regnavano sovrani abat-jour, fox-trot, sofà
e la paura, insieme a sottovesti e ad arguzie salaci a volontà.
Chi avrebbe mai pensato

che la gomma del tempo li avrebbe cancellati
come sgorbi a matita sulla carta? Certo nessuno.
Eppure il tempo con il suo frusciare

proprio questo ha fatto. Vallo a rimproverare.
Adesso ovunque antenne, sballo di adolescenti, ceppi
anzichè alberi svettanti. Al caffè

non incontri i compagni di lotta sconfitti dalla sorte,
nè al bar l’angelo in gonna e blusa azzurra
che si è stancata del tentativo di librarsi in aria

sopra a se stessa. Ovunque una marea di gente,
ora in folla compatta, ora in coda serpeggiante.
Il tiranno più non è efferato,

ma un essere mediocre e limitato. E così l’automobile
ormai non è più un lusso, ma un modo di sbatter via
la polvere dal tappeto stradale, dove la gruccia

dell’invalido già più non si sente,
mentre il bambino crede fermamente che il lupo
faccia più spavento di un intero reggimento.

E per qualche ragione il fazzoletto si accosta
sempre più spesso agli occhi attratti dalle fronde,
attribuendo a se stesso il varco

che in esse si sta aprendo,
verbi al passato, desinenze del tempo andato,
un’aria cantata

dalla voce del cuculo. Suona più rude adesso
di quella di un Cavaradossi – tipo “Ehi, bellimbusto”
oppure “Smettila di bere” –

e dalla mano scivola a terra la caraffa vuota.
Alle porte, però, non c’è il prete o il rabbino,
ma l’era che chiamano fin de siècle.

Va di moda il nero: camicia, calze, biancheria.
Quando in definitiva le levi tutto questo,
è come se iluminassero

l’alloggio trenta watt o meno,
ma, invece di un gioioso “Urrà!”,
dalle labbra esce un “Eh già,

la colpa è mia”. Tempi nuovi, tempi desolati!
Gli articoli in vetrina, ciascuno con il nome
pertinente, si dividono ora

tra quelli di cui siamo in grado di servirci
e quelli che, per ignoranza,
equipariamo al sogno

dell’umanità (da cui, di fatto,
non c’è altro da aspettarsi) sullo stato
di servo, inanimato, o in genere su quello

di chi resta nell’anonimato. Questo, ahimè,
è il risultato del moltiplicarsi, la cui fonte
non sono cerniere o pantaloni, e neppure l’Oriente

ma, nel presente, l’elettricità. Il secolo è alla fine.
La corsa del tempo esige vittime, rovine.
Baalbek non fa al suo caso, l’essere umano pure.

Dàgli invece pensieri, sentimenti e un sovrappiù
di ricordi ricorrenti. Questo gradisce il tempo.
Io non ho fretta, e do.

E non sono un codardo, bensì pronto a essere
un oggetto che viene dal passato, se così,
per capriccio, vuole il tempo,

mentre dall’alto in basso – o da sopra la spalla –
guarda la preda che accenna ancora
qualche movimento ed è calda

al tatto. Sono pronto a che la sabbia
mi ricopra, preparato a che un viaggiatore
appiedato non metta a fuoco

l’obiettivo su di me, e per me non provi
forti sentimenti. Per ciò che mi riguarda,
il tempo che scorre al di fuori

non vale l’attenzione. La vale quello
che procede a ritroso, come una facciata
che assomiglia ora a un giardino,

ora a una partita a scacchi. Il secolo
in fondo non sembra tanto male. E’ vero che
di morti ne abbiamo avuti a iosa,

ma anche i vivi da meno non sono stati,
incluso l’autore qui presente,
per cui, a tempo debito, non resta

che mettere tutti sottaceto o montarli a panna
nel formaggio, versione cameristica dei buchi
neri cosmici; oppure fotografare il mondo

intero e farne fotocopie – sei per nove tuttavia,
il che esclude qualunque piaggeria – affinchè
più tardi non debbano arrampicarsi in fretta

l’uno sull’altro, come legname accatastato.
Il secolo finisce con catastrofi aeree
in sottofondo, un Prof., tenendo il dito alzato,

ripete la solita solfa sullo strato
dell’ozono, che spiega il solleone,
ma non come partire da un punto

prefissato per finire là dove a un ammasso
di nubi si mescolano i nostri “Non lasciarmi”,
“Salvami”, “Perdono”, costringendo il raggio

a cambiare l’oro del secolo in argento.
Ma il secolo, radunando la sua roba,
valuta che anche questo sia rétro.

Al Polo sventola una bandiera e un husky abbaia.
All’Ovest si guarda dentro il pugno dell’Est,
si scorgono baracche e recinzioni

in cui regna animazione. Gli uccelli, spauriti
dalla selva di mani, spiccano il volo verso meridione
dove ci sono aryk, albicocche e meloni,

palme, turbanti e tam-tam lontani.
Ma fissando lineamenti forestieri
è evidente che in qualunque luogo

la somiglianza principale tra una semplice macchia
e, poniamo, un classico dipinto
sta nel fatto che mai vi imbatterete

in un solo e unico esemplare. La natura, come ieri
il bardo con la carta carbone, come il pensiero
con l’espressione scritta, come un’ape con lo sciame,

apprezza apertamente la massificazione, le alte tirature,
temendo l’eccezione, lo spreco di energia,
il cui miglior custode

è la sregolatezza. Lo spazio è popolato fittamente.
L’attrito del tempo gli consente di potenziarsi
numericamente quanto più gli aggrada.

Ma le vostre palpebre si chiudono. Solo i mari
restano imperturbabili e turchini scandendo da lontano
una parola che ora suona “andiamo” e ora “invano”.

E nel sentire questo, non vuoi più faticare,
hai voglia di montare su un battello e navigare,
navigare, non per scoprire

isole, piante, organismi ignoti e nuove
latitudini incantate, ma l’esatto contrario;
soprattutto – restare a bocca aperta.