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RUBINETTI A SECCO, MINERALE SUGLI SCUDI… E IL VINO FA BOOM ALL’ESTERO

Attualità  Paolo Rico /181

«Chi vuol acqua vada alla fonte. A chi piace il bere parla sempre di vino»

(detto popolaresco)

 Un giornalista non parla di sé; e io non vorrei, dunque, distinguermi dal galateo professionalmente condiviso. Ma non riesco ad astenermi dal riferire qui  – senza sicumera  – un episodio autobiografico. Magari per far notare come la storia non sia sempre maestra di vita e che gli errori sono diabolicamente inevitabili e perfino iterati. Tanto che la cronaca di questi giorni denuncia, ad esempio, la gran sete  nella Sicilia siccitosa. Colpa, però, delle reti idriche colabrodo, che non assicurano acqua ai rubinetti. Storiaccia che si ripete  – ahinoi –  da almeno 60 anni. Quando, da giovanissimo redattore di provincia, mi occupavo, in particolare, di un paio di fiumi troppo spesso asciutti, causa di blocchi idroelettrici e di prolungati black out. Ma anche di scatenate ricerche di nuove sorgenti minerali.

Varietà di acque minerali italiane (Foto PLP)

In Italia se ne censiscono oggi più di 250, ¹̷₅ dei 1360 marchi europei. È di queste settimane allora la diffusione dell’annuario Acquitalia, una vera e propria anagrafe nazionale del settore, curata dalla Mineracqua, la Federazione delle industrie nazionali delle acque minerali naturali e delle acque di sorgente. Una sorta di vetrina delle etichette e di conoscenza delle caratteristiche di ciascun marchio. Perché nel nostro Paese cresce la domanda, ma anche l’offerta, di acque minerali. Secondo le considerazioni del documento, sviluppato tra identikit del mercato, qualità delle aziende leader, comparazione intraeuropea dei marchi e “veste” esteriore dei prodotti. La sezione principale dell’Annuario diagnostica dimensioni e leve delle singole aziende produttrici, arrivando ad illustrare perfino il packaging per singola acqua. Obiettivo: sottolineare la natura complessiva di innovazione e sostenibilità del settore.

Ma dov’è la specificità di un’acqua minerale? Quando un’acqua è minerale? Semplicemente quando risulta imbottigliata alla sorgente senza subire, cioè, trattamenti,  cosiddetti risananti, risultando perfettamente compatibile già al primo sgorgare. Generalmente a far brillare un’acqua minerale è la presenza di calcio, più facilmente assimilato dall’organismo come capita nell’equilibrato consumo, ad esempio, di latticini. Ma mediamente l’acquirente si concentra sul cosiddetto residuo fisso, per il cui tramite si dà conto della quantità di sali disciolti nell’acqua in esame. Perciò, all’estremo bottom up, nella graduatoria dei marchi, si ascrive un residuo fisso inferiore ai 50 mg/lt. Nell’estremo superiore delle acque, considerate, appunto, per concentrazione di sali minerali, si trovano le termali, con un residuo superiore a 1500mg/lt. In mezzo, tra i due lembi della graduatoria, si propongono acque leggermente mineralizzate (le oligominerali), con residuo tra 50 e 500mg/lt, e acque mediominerali, con residuo compreso tra 500 e 1500mg/lt. Numerose etichette hanno legittimato valenze curative e decisamente salutiste, grazie all’azione di fluoro (per certi versi, malauguratamente assente nelle acque italiane); sodio, poverissimo nei nostri marchi; del pari, ferro e nitrati. Certo, non le bollicine sono l’elisir delle acque minerali, perché la gasificazione si può ottenere anche a casa: e, con l’acqua del rubinetto! Cosicché non ci si stancherà di raccomandare le acque di alta montagna. Lì dove la neve, evaporando, consente alle nuvole di far precipitare di nuovo a terra acqua piovana pura, distillata. Ma, una volta sul terreno, l’acqua dissalata, altamente reattiva, si arricchisce dei sali liberati dalle rocce in quota, nobilitandola per il consumo umano in veloce incremento.

Epperò, se nel più ci sta benissimo il meno, come nell’adagio popolare, quando si parla di minerale, si accede di rigore  – come impone il beverage –   anche nel mondo del vino. Tanto più in Italia, dove è in ripresa l’export vinicolo. Grazie alle accresciute richieste nordamericane. Qui la domanda sembra particolarmente interessata al prosecco

Vini da collezione e varietà di prosecco (Foto PLP)

Non tralasciando, comunque, altre diversificazioni nel variegato panorama della cosiddetta e(T)noteca, nel senso  – non antropologico –  che oramai la “cantina” è piena zeppa di etichette le più disparate, pur territorialmente, come in un melting pot dei vitigni anziché delle comunità, dei marchi anziché degli aggregati sociali. Si è osservato, perciò, a chiusura della stagione produttiva, un calo dell’1,5% delle vendite enologiche nel retail, ma, per il resto degli sbocchi commerciali, un deciso balzo all’insù della domanda interna. In Abruzzo, per esempio, è stata l’abbondante vendemmia a spingere la vendita a volumi consistenti: +30% rispetto all’anno precedente. Contraddittoriamente, in Umbria, al crescere della produzione, i prezzi si sono depressi. Invero, per le etichette più diffuse. Comunque, al Nord, importanti performances; sensibili recuperi al Centro e, al Sud, significativi livelli nel mercato del vino quest’anno.

Insomma, mentre le statistiche rilevano la progressiva e costante disaffezione al consumo, crescono sia la produzione che le vendite, magari con una remuneratività soltanto tonica e per nulla incisiva. A compensare gli 8 miliardi fatturati dall’export. Dove si registrano magari trend negativi in mercati esteri consolidati, come Germania, Svizzera, Francia, Norvegia, ma si presenta una nuova domanda interessata davvero al prodotto italiano, come dichiarano le statistiche di Austria, Irlanda, Brasile, Romania, Croazia. Evidentemente, la maturità dei produttori di casa ha darwinizzato il settore, premiando il merito e non la sola tradizione produttiva. Non solo gli  incentivi irrobustiscono, perché è la qualità ad imporsi. E se questa difetta, nessun’alternativa riesce a compensare le  criticità.

Proprio come nell’indovinello latino trabocchetto. “Non vi no vini sed vi no aquae”. “Non nuoto con la forza del vino, ma nuoto con la forza dell’acqua”. Basta lasciarsi onomatopeicamente suggestionare dalla somiglianza di suono “vi no”-“vino”, che la traduzione glissa erroneamente da “vino di vino” a “vino d’acqua”… Esattemente, il contrario di questa specie di istantanea sulle analogie quest’anno tra “vino” ed “acqua”, sempreché il made in Italy resti imperturbabilmente competente e competitivo.

 

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