“Dove eravamo rimasti…”. Può cominciare così questo mio ritorno a Basciano, piccolo e attrattivo borgo della Valvomano, ormai noto per la “Sagra del prosciutto”, che da oltre 50 anni si ripete, attirando migliaia di partecipanti. Un evento che riporta ai tempi del dopoguerra, quando l’intero Abruzzo era una terra isolata e tagliata fuori. Comunicazioni e trasporti da anno zero: non c’erano ancora le autostrade e anche la rete delle strade normali era carente. Oggi viviamo nella “società della comunicazione”: un mondo alla rovescia rispetto a quando non c’era la tv e lo smartphone era tutto da inventare. Le notizie arrivavano dalla radio nazionale e da noi cronisti della carta stampata che lavoravamo per “Il Tempo” e “Il Messaggero”, importanti quotidiani di Roma che dedicavano spazio alle cronache locali delle quattro provincie abruzzesi, allora prive di un quotidiano stampato in loco. In ogni capoluogo c’era una redazione provinciale delle due testate, che si contendevano i lettori in una competizione continua e serrata. Da capo della redazione de “Il Tempo”, per non perdere un colpo, organizzai una fitta rete di corrispondenti anche nei centri più piccoli. Ne nominai uno anche a Basciano, si chiamava Aristide Di Filippo, bravissimo nell’inviare notizie di cronaca dal suo paese. Diventammo anche molto amici e spesso mi invitava “da Biagio”, mitica trattoria contadina con vini e sapori indimenticabili. Ricordo che una casa particolarmente ospitale di Basciano era quella del medico, dove una sera fummo ospitati a tavola tutti noi cronisti del Capoluogo e il padrone di casa, da presidente della Pro Loco, ci chiese di suggerire un’idea vincente per promuovere il territorio. Proprio in quel momento, con altre specialità della cucina, stava arrivando sul tavolo un vassoio colmo di ottimo prosciutto locale. Spontanea fu la proposta di tutti i commensali per lanciare una sagra dedicata a quella apprezzata squisitezza. Passare dalla proposta ai fatti, fu anche abbastanza facile. Erano i tempi dell’Ept (Ente provinciale per il turismo), che allora funzionava, specie in provincia di Teramo, sotto la direzione di Pietro Arturo Favazzi, autentico manager del turismo, che credeva anche nella valorizzazione delle aree interne con le sagre, che subito dopo si diffusero a macchia d’olio in varie zone legate ad altri prodotti tipici. Ma l’Ept diretto da Favazzi fece anche molto di più per l’intero territorio. Basta ricordare il Premio Teramo di narrativa, il Concorso “più bella e più brava d’Abruzzo-Molise” e molte altre iniziative di successo. Poi, con l’arrivo del Traforo del Gran Sasso e delle autostrade, che fecero saltare il secolare isolamento del nostro Abruzzo, bisognava fare tutto il resto. Invece, con la creazione delle Regioni (anni ’70), che hanno fatto dell’Italia, da Nord a Sud, uno spezzatino con 20 Repubblichette autonome che spesso hanno sfasciato l’economia artigianale di pregio, così come nel turismo dove hanno combinato il disastro, abolendo gli ottimi Enti provinciali, per creare venti Assessorati al turismo regionali, spreconi e spesso incompetenti. Non solo: abbiamo fatto anche di peggio, votando un referendum per abolire il Ministero del Turismo, innestando la marcia indietro in un settore vitale e preminente per l’Italia, che nel turismo trova la benzina per lo sviluppo e la crescita dell’economia nazionale. Anche la nostra Regione, per anni, ha fatto poco o niente per il turismo abruzzese, trascurando totalmente le aree interne che, per sopravvivere, sono andate avanti con le sagre ormai inflazionate e con le iniziative spontanee dei territori. Come ha fatto anche Basciano con la Sagra del prosciutto ed il Festival dell’organetto, ottime iniziative che, però, una volta all’anno, non dànno a questo splendido borgo tutto ciò che potrebbe ricevere da un programmato e mirato sviluppo turistico. Ma è arrivato il momento di farlo, visto che l’Abruzzo è tornato all’attenzione anche dei grandi esperti del marketing turistico. I quali sostengono che, con le risorse che abbiamo (basta pensare all’enogastronomia e non solo), possiamo salvare e valorizzare i tanti splendidi borghi abbandonati. Per attirare sempre nuovi turisti, offrendo un turismo diverso e artigianale, con “viaggi– come ha detto Patrizio Roversi, un vero esperto in materia- che ti lasciano qualcosa con gli incontri che hai fatto, quel che hai assaggiato, le emozioni vissute”. Chiudo con una domanda: ora che abbiamo le autostrade e il Traforo che portano verso il mare una massa di viaggatori – sfiorando e ignorando le aree interne e i tanti borghi abbandonati- è giusto che un bellissimo paesino faccia turismo una volta all’anno con una sagra sia pure popolare e di successo?
Con altri centri sconosciuti, potrebbe dare molto di più, per entrare a pieno titolo in un itinerario alternativo di turismo cosiddetto “esperienziale”, nell’offrire qualcosa di dimenticato e identitario a chi esce dal Traforo per una sosta di eccellenza che vale la pena fare.
Puntare esclusivamente sulle affollate spiagge adriatiche o su Pescara per visitare la casa di d’Annunzio, ignorando le bellezze e le novità di una regione nascosta e ancora tutta da scoprire con lo scrigno dei suoi gusti, tradizioni e sapori non è assolutamente funzionale ne culturalmente, ne economicamente per la nostra Regione.