HomeCulturaartiRIAPRE A SASSARI, DOPO VENTICINQUE ANNI , IL PADIGLIONE DELL’ARTIGIANATO DEDICATO AD EUGENIO TAVOLARA

RIAPRE A SASSARI, DOPO VENTICINQUE ANNI , IL PADIGLIONE DELL’ARTIGIANATO DEDICATO AD EUGENIO TAVOLARA

di Roberto Puzzu

Riaprono, dopo venticinque anni di incomprensibile quanto inaccettabile chiusura, i locali del padiglione dell’Artigianato a Sassari. Una conquista tutta sassarese fatta di accordi finemente tessuti dal stesso comune di Sassari e l’assessorato alla cultura della Regione che, finalmente, dopo qualche lavoro di restauro durato decenni, ne ha consentito l’apertura. Un protocollo d’intesa fra regione e Comune affida a quest’ultimo la gestione degli spazi per una periodo di  dieci anni rinnovabili. L’amministrazione comunale a sua volta delega, per la gestione e organizzazione degli eventi nella struttura, il Museo Nivola di Orani. Così il 20 dicembre si è proceduto al taglio dei vari nastri e ai discorsi ufficiali dei politici ed a quelli, semi-programmatici, dei prossimi gestori della vicenda culturale nelle persone di Giuliana Altea, critico, storico dell’arte nonché docente associato presso la facoltà di lettere di Sassari e presidente della Fondazione Nivola; Antonella Camarda storico dell’arte docente presso l’università di Sassari; Luca Chieri direttore del museo Nivola di Orani. Nei loro interventi palesano il rimpianto di non poter esporre la collezione ex I.S.O.L.A. poichè la medesima si è notevolmente deteriorata a causa di una sua cattiva conservazione. A questo proposito, se vero, non sarebbe male un’accertamento conoscitivo per arrivare alla responsabilità di chi si è reso colpevole del cattivo stato di conservazione della collezione che, oltre ad essere una delle testimonianze più importanti del linguaggio artigianale sardo e della sua evoluzione, è anche l’equivalente di una quantità notevole di danaro pubblico speso, prima per la sua produzione poi per la sua acquisizione. Debbo inoltre ancora comprendere  quale criterio  o quale bando pubblico abbia affidato la gestione del Padiglione, anche in via temporanea, alla Fondazione Nivola  di Orani  che, per bocca del suo direttore, Luca Chieri, (intervista sul quotidiano NUOVA SARDEGNA del 22 dicembre 2022), dovrebbe cambiare integralmente la funzione dei locali da luogo dell’esposizione dell’artigianato artistico sardo a ” lo spazio di un programma continuativo di mostre e iniziative culturali che andrà avanti sino alla costruzione di un Museo Regionale per l’artigianato e il design attraverso un progetto affidato all’Università di Sassari e, nella fattispecie, a Giuliana Altea e Antonella Camarda docenti di quell’Università. L’idea  è quella di non creare steccati tra artigianato, design, arte ed altre modalità espressive. Continua Dopodiché si sono guardate attorno ed hanno scelto di allestire la mostra secondo un artigianato non limitato al settore artistico né confinato alla rivisitazione di motivi identitari“. 

        

Queste dichiarazioni sono esaustive dei  contenuti della mostra FACCIO CON LA MENTE, PENSO CON LE MANI, allestita al piano superiore della struttura recuperata. Così ci sono stato in visita. Lo scarso entusiasmo per le dichiarazioni di progetto da parte dei curatori si tramutano, nella visita, in delusione profonda. L’allestimento dell’insieme è confuso, di scarsa leggibilità alla quale contribuisce anche la sequenza di didascalie stampate in una corpo minuto inappropriato alla lettura, salvo sbatterci gli occhi da molto vicino. Anche gli oggetti importanti si perdono in questo mare confuso. Nella fattispecie penso alla sistemazione dei gioielli di Marini in un piccolissimo spazio, mal illuminato, dove gli oggetti scompaiono. Così per le moto Honda ed ancor di più per un paio di cestini, probabilmente interessanti, ma relegati sulla  destra della parete di fondo, altissimi, collocati vicino al soffitto. Nessuma relazione fra l’importante e colto spazio architettonico ospitante ed il contenuto. L’unico oggetto a cui è stato dato rilievo è una scatola-scultura, in pietra e sughero, di Andrea Branzi, con relativa leggibilissima didascalia intenzionale. La mostra rivela quindi non solo il proposito di un deciso cambiamento prossimo venturo ma è già, essa stessa, cambiamento. Questo ci porta ad una riflessione successiva ovvero quella dell’affidamento del progetto di gestione dell’insieme all’Università di Sassari che farà riferimento, sempre secondo le dichiarazioni rese al quotidiano su citato, ai nomi di Giuliana Altea e Antonella Camarda. Nel più profondo e affettuoso rispetto per le competenze e abilità professionali di entrambe non sarebbe un buon servizio quello reso alla comunità dell’Isola con la replica a Sassari di ciò che avviene ad Orani per la Fondazione Nivola che, come istituzione non pubblica, esercita il suo pieno diritto di scelte espositive che rispondono esclusivamente alle intenzionalità progettuali dei Curatori responsabili. 

 

Prima di procedere all’affidamento della gestione di cui si paventa, vista l’importanza di ciò che si sta per creare e visti anche tutti gli sforzi  benemeriti dell’ Amministrazione comunale, credo che la stessa avrebbe il dovere di promuove un dibattito da cui possa scaturire un futuro ente di gestione che comprenda sicuramente l’Università per le competenze che le sono proprie, ma anche tutto quel patrimonio di conoscenze e abilità artistico-progettuali appartenenti ai molti che si sono spesi per una divulgazione consapevole delle proprietà artistiche dell’artigianato isolano, e di cui Sassari dovrebbe diventare la punta di diamante come ospite del prossimo Museo dell’Artigianato e del Design. L’affidamento tout court alla sola Università quale soggetto attuatrice di un progetto, ancora da farsi ma decisionalmente già tracciato, potrebbe rivelarsi, come peraltro già appare nella mostra FACCIO CON LA MENTE, PENSO CON LE MANI la sola visione aureferenziale di ”artigianato, design” di Altea-Camarda. Medesima sensazione  per lo spazio affidato agli artigiani e gestito dalla Confartigianato, maldestramente allestito e maldisposto, quasi un malinconico mercatino di Natale.  Nel contesto generale il frazionamento degli spazi disattende poi lo spirito e la funzione per la quale l’architettura era stata progettata, ovvero quella di un prestigioso contenitore di insieme che armonicamente mostrasse la produzione artigiana e lo spirito della “bottega” che la aveva prodotta.

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