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QUANDO IN TEMPI DI GUERRA FACEVAMO IL PANE IN CASA DA DONARE AI POVERI E ANCHE A PERSONAGGI ECCELLENTI

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QUANDO IN TEMPI DI GUERRA FACEVAMO IL PANE IN CASA DA DONARE AI POVERI E ANCHE A PERSONAGGI ECCELLENTI

di Marcello Martelli

 

Scarseggia il grano e la farina è troppo cara. Molti pensano che siamo tornati ai vecchi tempi di guerra quando in paese il pane lo facevamo in casa e in tanti mangiavano quello nero. Per combattere il carovita, saremo costretti ad ammassare in cucina. Solo che non tutti sanno fare il fornaio, anche perché i forni che erano nelle vecchie case sono stati tutti dismessi o distrutti. Negli anni ’40 mia nonna Germana e la collaboratrice domestica, ogni quindici giorni, nel palazzo paterno di Tossicia, dal grande forno di famiglia sfornavano pane fragrante e profumato. E per noi ragazzini, era ogni volta una gran festa assistere al rito del pane fatto in casa. Erano tempi di ristrettezze e di tessera annonaria che, per chi non lo sapesse, era il documento personale che stabiliva la quantità di generi alimentari razionati acquistabili in un determinato lasso di tempo. In Italia venne reintrodotta con decreto governativo durante la Seconda Guerra Mondiale, a partire dal 1940. Noi eravamo dei privilegiati e, spesso, donavamo ai più bisognosi il pane fatto con il grano prodotto da mio nonno materno coltivatore diretto e dai contadini clienti di mio padre avvocato. Ricordo quella volta che, per visitare la importante pretura mandamentale di Tossicia, capitale della Valle Siciliana, arrivò il procuratore della Repubblica in persona. L’avvocato lo ospitò in casa e al, momento della partenza, lo accompagnammo fino alla macchina con in mano un pacco confezionato da mia madre. Dentro c’era una grossa pagnotta di pane della nonna che, in tempi di guerra, era il dono più gradito, anche per un personaggio di quel livello. Ora, forse, abbiamo capito che l’abbandono dei campi è stato un grave errore. Con l’agricoltura in crisi, in questi ultimi 40 anni abbiamo seguito la stolta politica per acquistare prodotti dai mercati dell’Est. Ma adesso le nuove generazioni ne pagano il prezzo, per le carenze energivore e anche alimentari, con ricatti annessi. A noi non resta che la nostalgia del forno a legna e del piccolo podere dei nonni, anima di una sana economia contadina ormai distrutta.

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