Attualità/Paolo Rico/ 217
Dopo il boom produttivo di un anno fa, castanicoltori prudenti in avvio della nuova stagione commerciale. Clima, ancora fortemente condizionante. Ma sullo stoccaggio deciderà a fine-anno la prima “expo” mondiale di operatori ed esperti, in programma a Firenze.
«Castagne: fiabe d’altri tempi/tra il crepitar di vecchi legni»Federico Garcia Lorca, S, 1898 – 1936 |
Con l’autunno torna la popolare castanea sativa ad arricchire la simbolica varietà stagionale di sapori e di sfumature cromatiche naturali. Perché a chi non piacciono castagne e vino? Perciò, è conveniente occuparsi del mondo, che ruota intorno al frutto nei suoi risvolti economici; gastronomici; latamente, socio-produttivi. Materia, che, senza precedenti, impegnerà la prima edizione inaugurale della Castenea Expo, dal 12 al 14 dicembre prossimi convocata a Firenze nel collaudato scenario della Fortezza da Basso. Occasione, spiegano gli organizzatori, per la presentazione di: «nuove pratiche agronomiche; soluzioni tecnologiche; modellistica manageriale; scenari economico-organizzativi per la conduzione dei castagneti; per la trasformazione dei raccolti; per l’individuazione di alternative produttive a fini di un’alimentazione sana e naturale».
E su quest’ultima notazione, per esempio, subito un rimando ad una corretta conservazione delle castagne in presenza del fungo Gnomoniopsis castaneæ, patogeno particolarmente diffuso nei castagneti altoatesini, a causa, probabilmente, dei fenomeni connessi al cambiamento del clima. Quel che provoca un ammaloramento del prodotto, che, sorprendentemente, si presenta all’apparenza senza evidenze, ma con una consistenza spugnosa e di colore scuro al taglio. Condizione all’origine di una progressiva putrescenza gassosa, capace di intaccare rapidamente tutto il prodotto ammassato, impedendone la vendita. Esperti della frigoconservazione consigliano un’immediata sterilizzazione in bagno caldo ed il trasferimento al freddo, stabilito in celle, appositamente allestite ad atmosfere diverse. Secondo il ricercatore NICOLA BUSATTO: «non è sufficiente, però, uno stoccaggio buono», soprattutto se gli interventi cautelativi non procedono con tempestività e rigore.
Il consiglio è un’amplissima informativa sulla perfetta conservazione domestica delle castagne, unica misura che può da sola garantire la qualità del prodotto, assicura IRENE PERLI del gruppo di lavoro “Piccoli Frutti del Centro di Sperimentazione Laimburg”. Ecco che si delinea la tradizione: immersione del frutto per una decina di giorni consecutivi e l’essiccazione con esposizione delle castagne al sole per la durata di circa 2 mesi. Operazione, nota come novena e curatura umida. Modalità assolutamente casalinga. Perché è vero che la castagna è soprattutto specialità di elezione familiare, se non addirittura personale, pur nella vasta gamma delle trasformazioni manifatturiere e delle intermediazioni finanziarie. Possibili, ad esempio in Italia, per le 15 varietà con speciali riconoscimenti europei come DOP (Denominazione di Origine Protetta) o IGP (Indicazione Geografica Protetta). Riguardano tipologie delle regioni più attive sul quadrante della castanicoltura nazionale.
Settore, che, complessivamente, si attesta su una raccolta annuale di 55mila tonnellate, in un quadro internazionale di quasi 2milioni e mezzo di tonnellate. Leader la Cina e, sul podio, anche Spagna, Bolivia e Turchia. L’Italia conferma il suo ruolo di qualità e di consistenza produttiva con circa 1500 aziende. Quest’anno non ci si dovrebbe allontanare dalla media, prevedono i nostri più affermati castanicoltori, scettici invero sugli effetti dovuti alle recrudescenze meteo. Comunque, certi che, dopo il crollo produttivo degli anni ’70, ormai la nostra castanicoltura ha una sua collocazione strutturale grazie al contributo sempre considerevole di: Campania, Piemonte, Calabria, Toscana e Lazio. Non che altrove le castagne siano agrospecialità del tutto marginale, ma esse costituiscono una risorsa aggiuntiva di mercato più immediato e scontato. A tutto quanto il prodotto si possono generalmente associare – con sufficiente ed inevitabile approssimazione previsionale – distintiva carica zuccherina e gustosa polposità in un territorio di prezzi indicativamente stabili: pur nella giustificata oscillazione di contingenza e cogenza, tipiche delle circoscritte intermediazioni territoriali. Non si deve tacere che il nostro Paese importa da decenni da Turchia ed Albania, per colmare proprio i gap della domanda locale, causa dell’inadeguata resa delle piante: 20–30 kg/anno per singolo castagno adulto, mediamente più avara di almeno il 40 – 45% che ci si attenderebbe in modelli ottimali di resa.
Ma un castagneto non è quisquilia, perché la piantagione – spiegano da Coldiretti: «ha bisogno di sole e aria; un terreno aperto e sotto il castagno non deve crescere niente». Positivo che in tante realtà da anni è in atto un’attenta azione di recupero di spazi marginali o di castagneti del tutto abbandonati soprattutto a causa dell’inurbamento. Fenomeno, quest’ultimo, che ha permesso, eccezionalmente, al bosco di riconquistare habitat per una nuova vita dei castagneti, specialmente quando rilanciati dalla cura capace e innovativa di agricoltori di borghi spopolati, ma volitivi e generosi con il territorio. Temi, spessissimo dibattuti quando si affronta, ad esempio, la vexata quæstio del rilancio demografico delle zone periferiche collinari o in quota. È in questo scenario che si ipotizza una spinta propulsiva a favore del riscatto delle zone interne, come recitano le politiche in favore dei luoghi distanti dalle aree competitive, progressive ed avanzate.
Non mancano, infatti, testimonianze di verità di tali assunti, particolarmente, nel Mezzogiorno, dove nel segno della castanea sativa sostenibilità delle risorse agricole; protezione ambientale e pratiche di sviluppo sociale hanno portato ad una primavera, invero timida e non del tutto consolidata, di complessiva riqualificazione ad ampio raggio.
– di Paolo G. Rico (cliternum@yahoo.it) —
Foto in evidenza da Viaggiando Italia www.castagnaroscetta.it






