Cucina&Cantina /189
Sappiamo tutti che l’Italia è un paese meraviglioso, almeno dal punto di vista enologico. Ma ben pochi sanno che alcuni grandi vini vengono prodotti in Valtellina, territorio ai piedi della catena delle Alpi, tra la parte nord del lago di Como e il passo dell’Aprica. Valle vinicola ricca di storia nota per lo sci e l’arrampicata su roccia, luogo d’origine della bresaola. Uno di questi vini è oggi in degustazione: si tratta del Mazèr di Nino Negri, un Valtellina superiore che deve il nome al termine dialettale di uso locale che significa buono, bello e generoso. Quella di Nino Negri è una cantina che nasce alla fine dell’Ottocento e che da allora interpreta al meglio le caratteristiche uniche di questo fazzoletto di terra in provincia di Sondrio, a metà strada tra il capoluogo e il passo dell’Aprica. Una realtà vitivinicola che da sempre concilia tradizione e innovazione come poche altre realtà italiane riescono a fare. Mai adagiata sui tanti riconoscimenti che da sempre caratterizzano le sue etichette, la Nino Negri sta oggi investendo in una viticoltura di sempre maggiore sostenibilità ambientale. Su alcuni dei trenta ettari vitati, peraltro di rara bellezza paesaggistica e disposti in quelle che possono essere considerate come alcune delle zone più vocate di tutta la Valtellina, viene prodotto questo vino di grande eleganza e di invidiabile longevità.
La particolarità dei vini di Nino Negri è data dal fatto che il vitigno di origine è il Nebbiolo, lo stesso che in Piemonte viene utilizzato per il Barolo, ma adattato al clima montanaro della Valtellina assume il nome di Chiavennasca. Per i più curiosi o interessati aggiungo qualche notizia supplementare.
Il Chiavennasca è un vitigno a bacca rossa ed è un clone del Nebbiolo. Certo non è semplicemente una mutazione del Nebbiolo, perché è coltivato in totale isolamento da più di 500 anni, per cui ha preso una strada evolutiva diversa, si è sviluppato adattandosi a particolari condizioni e anche la selezione clonale è stata particolare. Quindi dire che il Chiavennasca è solo un Nebbiolo sarebbe riduttivo e piallerebbe tutte le sfumature, piccole e grandi, ma di incredibile portata, di cui è composto il vino. Se sono vini semplici e giovani prevalgono profumi floreali fruttati delicati, se il vino affina in legno e matura per qualche anno, ecco che avviene una delle magie più incredibili: si sviluppano profumi terziari che vanno dalla lacca alla cera, emergono note balsamiche, speziate, il fruttato si condensa, ma rimane sempre austero, terzo, cristallino. E visto che siamo in Valtellina, i suoli, l’altitudine e l’escursione termica giocano un ruolo fondamentale: i profumi sono più acuminati, netti, ma anche delicati e rocciosi. Ci sono meno densità e “terrosità” rispetto ai Nebbioli di Langhe e Roero, ed è per questo non possiamo liquidare il Chiavennasca come semplice clone del Nebbiolo. Non è un clone non solo perché ha sviluppato un legame e un’armonia unica con il territorio ma anche per il lavoro instancabile e certosino fatto dai vignaioli, i quali hanno scavato le montagne, hanno costruito terrazzamenti e muretti per sostenere le vigne e hanno avuto il coraggio di spingersi in alta quota, dove le rese sono minori, il freddo rischia di bruciare le gemme. Per questo motivo la viticoltura in Valtellina è definita eroica, perché bisogna lavorare il doppio con il triplo della fatica, la vendemmia è un calvario e a volte per far scendere a valle le uve si usano gli elicotteri che portano i cassoni pieni di grappoli. Questa è l’Italia che amo. E quando ho la fortuna di bere una di queste bottiglie ringrazio il Signore.
Provenienza: Chiuro (Sondrio) – Valtellina – Lombardia
Annata : 2018
Gradazione alcolica: 13,5% vol.
Varietà delle uve: Chiavennasca 100%
Tipologia: I vigneti si trovano compresi tra i 300-500 metri s.l.m. con esposizione a sud-est e sud-della zona Valtellina Superiore DOCG. Il terreno è franco-sabbioso, poco profondo e di scarsa fertilità, sostenuto da muretti a secco mentre il sistema di allevamento è a archetto valtellinese e Guyot.
Vinificazione: La vendemmia è eseguita manualmente intorno alla metà di ottobre. Dopo di che una parte dell’uva viene messa a riposo in fruttaio per qualche giorno prima della pigiatura. La vinificazione è in rosso con controllo costante della temperatura. A seconda della qualità e della provenienza dell’uva si effettuano macerazioni e post fermentazioni lunghe, talvolta spinte oltre il mese, oppure vinificazioni più brevi con temperature basse che permettono di far procedere la fermentazione con estrema lentezza. Tutto questo grazie all’esperta guida enologica di Casimiro Maule, che conta all’attivo oltre quaranta vendemmie, e che stagione dopo stagione mette a disposizione il suo importante contributo, utile a far nascere vini semplicemente eccellenti. Appassimento naturale delle uve in cassette fino a perdere oltre il trenta per cento del peso, vinificazione con prolungata macerazione.
Caratteristiche organolettiche: nel bicchiere, con una energica rotazione, si coglie un colore granato brillante con riflessi rubino; al naso esprime un profumo fruttato intenso di mora, mirtillo, ciliegia mentre all’assaggio mostra sapore secco, sapido, con tannini eleganti e vellutati con note evidenti di vaniglia e cioccolato fondente.
Temperatura di servizio: 18-19 °C previa ossigenazione per almeno 1 ora;
Longevità : se ben conservato può dare belle soddisfazioni fino al 2028;
Abbinamenti : Si esprime al meglio con la cucina tipica del posto come, per esempio i Taroz o i Pizzoccheri. Si sposa bene anche la polenta taragna accompagnata dai famosi “uccelli scappati”. Magnifico anche con carrello di bolliti. Per chi vuole osare, invece, il mio consiglio è di provarlo con il cosiddetto piatto della nonna, ossia dei grandi peperoni imbottiti con macinato, pane grattugiato, uova, caciocavallo e prezzemolo. Una delizia.





