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Il GRANDE MEDICO ABRUZZESE CHIAMATO AL CAPEZZALE DI TRE PONTEFCI

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La fama di Antonio Gasbarrini superò presto i confini del mondo accademico. Le sue competenze cliniche e la sua esperienza lo portarono a essere chiamato ad assistere tre Pontefici: Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. Il rapporto con Pio XII è legato a un episodio particolarmente significativo della sua carriera. Il Pontefice soffriva di un singhiozzo persistente e ricorrente, un disturbo fastidioso che richiedeva un’attenta valutazione. Gasbarrini, basandosi sull’esame clinico e sulla ricostruzione della storia del paziente, individuò nell’ernia iatale la causa del problema, orientando diversamente il trattamento. L’episodio testimonia l’importanza che il professore attribuiva all’osservazione diretta del malato, all’ascolto e alla raccolta accurata dei dati clinici, strumenti fondamentali della medicina anche in un’epoca in cui le possibilità diagnostiche erano assai più limitate rispetto a quelle odierne. Con Giovanni XXIII il rapporto fu altrettanto significativo. Gasbarrini gli fu vicino fino agli ultimi momenti della sua vita, vivendo in prima persona la delicatezza e la responsabilità dell’assistenza al Pontefice. Prestò inoltre le proprie cure a Paolo VI quando questi ricopriva ancora l’incarico in Segreteria di Stato vaticana. Fu proprio il ricordo di un episodio legato a quest’ultimo Pontefice a rivelare, forse più di ogni altra testimonianza, la sensibilità umana del medico abruzzese. Quando ebbi l’occasione di intervistarlo per chiedergli quale fosse stato il momento più difficile vissuto al capezzale di un Papa malato, il professore ricordò una circostanza particolarmente dolorosa, legata alle condizioni di Paolo VI. Il Pontefice, secondo il suo racconto, non si rendeva pienamente conto della gravità della propria situazione e domandava quando sarebbe potuto tornare in Vaticano. Lo attendevano le udienze e i fedeli che desideravano incontrarlo. Era una domanda semplice, pronunciata da un uomo che, nonostante la malattia, continuava a pensare ai propri doveri e ai fedeli che contavano su di lui. Gasbarrini dovette trovare il coraggio di rispondere con parole che esprimevano, insieme, rispetto, affetto e profonda partecipazione: «Santità, lei è il grande maestro di tutti noi e ci chiede quando finisce il suo riposo qui in ospedale». In quella risposta si ritrova l’essenza del medico: la consapevolezza della gravità del momento, la difficoltà di comunicare una verità dolorosa e il desiderio di proteggere, per quanto possibile, la dignità e la serenità de lmalato. Al di là della notorietà del paziente, assistere una persona significa infatti confrontarsi con la fragilità umana. E quando quella persona è il Pontefice, la responsabilità professionale si accompagna inevitabilmente a un’intensa partecipazione emotiva.

Nonostante i prestigiosi incarichi ricoperti in alcune delle più importanti università italiane, Antonio Gasbarrini rimase profondamente legato all’Abruzzo. La  sua terra non rappresentava soltanto il luogo delle origini, ma una componente essenziale della sua identità. Il lungo percorso professionale, i trasferimenti e i riconoscimenti accademici non cancellarono mai il legame con le persone, i paesaggi e le tradizioni della regione. A Giulianova, nella sua amata Villa Dulcis, il professore trascorreva le vacanze e ritrovava quella dimensione familiare e autentica che sentiva profondamente sua. La villa divenne un punto d’incontro per intellettuali, poeti, scrittori, amici e persone provenienti da ambienti diversi. Qui Gasbarrini si sentiva davvero a casa. Lontano dalle formalità universitarie e dai prestigiosi ambienti nei quali aveva operato, poteva ritrovare il piacere della conversazione, dell’amicizia e del contatto diretto con la sua gente. Chi lo conosceva ricordava la sua disponibilità verso tutti. Durante i soggiorni a Giulianova visitava gratuitamente amici e persone che si rivolgevano a lui, senza fare distinzioni di condizione sociale. Per gli abruzzesi rimase semplicemente «Lu mi’ Prufesso’», un appellativo affettuoso che racconta meglio di molte onorificenze il rapporto di fiducia e di stima che aveva saputo costruire con la comunità. Tra gli aneddoti tramandati sulla sua attività professionale vi è quello raccontato da un maestro elementare di Spinetoli, nelle Marche, che era stato suo paziente. Al termine di una visita, Gasbarrini gli avrebbe raccomandato di mantenere al caldo lo stomaco, i reni e i piedi, di bere molte spremute d’arancia e di condire ogni cosa con «un pizzico di buonumore».Un consiglio semplice, pronunciato con quella familiarità che contraddistingueva il suo rapporto con pazienti, Al  di là del linguaggio scherzoso e dei riferimenti alle abitudini quotidiane, l’aneddoto restituisce l’immagine di un medico che non considerava la cura soltanto una questione di diagnosi e prescrizioni. Per lui contavano anche lo stile di vita, la serenità, il rapporto umano e la capacità di affrontare l’esistenza con equilibrio. Il buonumore, naturalmente, non sostituisce le cure mediche, ma la frase attribuita a Gasbarrini conserva ancora oggi il fascino di un insegnamento umano: prendersi cura della persona significa guardare oltre la malattia. Accanto alla carriera scientifica vi fu anche la vita familiare. La moglie, Elisabetta Tinozzi, nata a Napoli nel 1899 e morta a Bologna nel 1998, era laureata in Lettere e si distingueva per la sensibilità culturale e le qualità di scrittrice. Il loro legame univa mondi diversi ma complementari: da una parte la medicina e l’insegnamento, dall’altra la letteratura, la cultura e l’impegno sociale. Gasbarrini, del resto, non fu soltanto un clinico e un docente. Promosse e animò numerose attività, associazioni, iniziative scientifiche e congressi, contribuendo allo sviluppo della comunità medica e alla diffusione delle conoscenze. Antonio Gasbarrini morì a Bologna il 15 novembre 1963, all’età di 81 anni. Si chiudeva così una vita straordinaria, segnata dal lavoro, dalla passione per la conoscenza e da una dedizione costante alla medicina. Il suo nome rimane legato alla storia della medicina italiana, alla prestigiosa carriera universitaria e all’assistenza prestata a tre Pontefici. Ma il suo ricordo non si esaurisce nei titoli accademici o negli incarichi di responsabilità.La sua grandezza si ritrova anche nella disponibilità verso i pazienti, nella vicinanza ai più semplici, nella generosità con cui metteva le proprie competenze al servizio degli altri e nell’amore mai venuto meno per la sua terra: Nato a Civitella del Tronto il 29 marzo 1882 e morto a Bologna il 15 novembre 1963, Gasbarrini fu un abruzzese che seppe affermarsi ai massimi livelli della medicina nazionale, senza mai dimenticare le proprie origini e la gente semplice della sua terra, La sua storia ùpersonale fu caratterizzata fin dall’inizio da sacrifici e determinazione. Rimasto orfano di padre quando era ancora in età scolare, non si lasciò scoraggiare dalle difficoltà economiche e familiari. Grazie alle sue straordinarie capacità intellettuali e alla ferrea volontà di proseguire gli studi, riuscì a frequentare il liceo classico “Melchiorre Delfico” di Teramo, distinguendosi per risultati eccellenti. Il suo talento gli consentì di accedere gratuitamente agli studi universitari e di intraprendere il percorso che lo avrebbe portato a diventare uno dei protagonisti della medicina italiana. Nel 1908 conseguì la laurea in Medicina presso l’Università di Siena, con menzione di lode .Da quel momento ebbe inizio una carriera brillante, costruita attraverso lo studio.

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