IL LIMITE / Raniero Regni / 267
| Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato G. Orwell, 1984 |
| Odiate e contestate le storie. Ma cercate di non odiare chi le racconta. E, per il bene della pace e di voi stessi, non disprezzate il povero fesso che non ha potuto fare a meno di cascarci J. Gottschall |
Viviamo in un mondo che, come abbiamo sostenuto nell’articolo della scorsa settimana, scopre l’interconnessione, l’interdipendenza di tutto ciò che esiste. Ma connessione significa complessità. Ogni decisione e ogni scelta che facciamo collettivamente ha un impatto sul resto dell’intero sistema e le risposte sono ampiamente imprevedibili, come anche per le proprietà emergenti che risultano essere più della somma delle loro parti. Questa è la sfida della complessità che ognuno di noi deve affrontare, avendo a disposizione mezzi d’informazione un tempo neanche immaginabili per farvi fronte, ma anche un eccesso di notizie e conoscenze che devono trovare un ordine. Per spiegare un mondo complesso ci vuole un pensiero sistemico, un pensiero fatto di relazioni, configurazioni e contesto, che sa che ogni conoscenza è una scelta e ogni scelta è una forma di riduzione della complessità, una consapevolezza del limite.
Questo genere di pensiero è però faticoso. Per questo, come ha detto qualcuno, “pensare stanca”. Ma non è solo questo uno dei rischi del nostro tempo. Per dare ordine al disordine e per dare senso al non senso, noi umani ricorriamo da sempre alla facoltà a cui siamo più sensibili e più affezionati, ovvero la capacità di raccontare storie. Infatti, secondo lo studioso statunitense J. Gottschall, più che Homo sapiens (persona razionale), la nostra specie può essere definita quella dell’Homo fictus (persona finzionale), un essere sensibile alla finzione narrativa, capace di inventare e raccontare storie. La nostra specie è mossa dall’istinto di narrare e i gruppi umani che hanno sviluppato questo istinto, creando miti e narrazioni comuni, sono stati probabilmente più uniti e sono sopravvissuti meglio di quelli che ne erano meno capaci. Le narrazioni religiose e sociali hanno tenuto insieme la nostra specie, fornendole probabilmente un vantaggio evolutivo per la sopravvivenza. Le storie, le narrazioni influenzano la mente umana fornendo una visione del mondo condivisa che possiede ordine e direzione. La narrazione serve a dare senso al mondo e lo fa semplificando il mondo.
Lo scopo di tutte le storie umane è stato sempre quello di influenzare le menti dei partecipanti alla comunicazione. E il raccontare storie è il mezzo più potente per condizionare la mente e il comportamento umani, molto più potente della spiegazione razionale e scientifica. La capacità narrativa ci può spingere verso il bene e l’empatia, verso la bontà, la pace e l’altruismo, superando i pregiudizi, ma può condurci anche verso l’odio per un altro gruppo identificato come il male, e perciò può portarci alla sfiducia e alla guerra, genando pregiudizi. Le storie sono un prezioso strumento per l’insegnamento e l’apprendimento, ma sono anche un mezzo potente per la manipolazione e l’indottrinamento.
Nel momento in cui comincio a credere in una storia, sospendendo la mia incredulità, questa storia è più potente delle argomentazioni razionali e più irresistibile dei fatti concreti. Per cui, come sostenne J. Goebbels, Ministro del Reich per l’illuminazione del popolo e la propaganda, una menzogna ripetuta più volte diventa una verità. Il mondo delle storie è un mondo fittizio ma il loro effetto è reale.
Oggi abbiamo dei potentissimi strumenti elettronico-informatici come i social network che possono diffondere storie vere o false, iniettando divisione e disinformazione, istantaneamente, coinvolgendo miliardi di persone. Il problema aggiunto dai social media come amplificatori delle narrazioni è che permettono alle persone di vivere in mondi separati, in bolle dell’eco, bolle mediatiche, composte di individui che pensano le stesse cose e si rafforzano a vicenda, con l’aiuto di potenti algoritmi che ripropongono quello che loro pensano. Non solo, è stato osservato che un contenuto falso postato sui social circola molto più velocemente di un contenuto vero. L’engagement, ovvero il potere di coinvolgere e far passare più tempo on line è tanto maggiore quanto più falsa e improbabile appare la storia, quasi come se la verità non fosse altrettanto attivante. Le sfumature non polarizzano abbastanza, non provocano engagement, le false narrazioni sì, e hanno un maggiore potere di coinvolgimento rispetto a quelle vere.
Inoltre, siccome una delle strutture eterne di ogni storia è il conflitto tra buoni e cattivi, tra chi sa e chi non sa, tra chi inganna e chi svela l’inganno, ovvero ingredienti eterni delle favole, il moltiplicarsi delle narrazioni porta alla polarizzazione della società. Se poi demagoghi populisti soffiano su tale polarizzazione, spingendo verso la sfiducia nei confronti della nostra civiltà democratica, la polarizzazione politica può spaccare la società e può provocare la fine della convivenza.
Oggi il termine narrazione sembra che svolga la stessa funzione che ieri svolgeva il termine ideologia. Che cos’è un’ideologia? Era, ed è, un sapere finalizzato ad un potere, ovvero un sapere interessato che vuole convincere per poter vincere e dominare. Un’altra, un tempo famosa, definizione di ideologia è quella di L. Althusser, “l’ideologia offre soluzioni immaginarie a conflitti reali”. Faccio un esempio. Se i miei interessi economici sono legati a industrie inquinanti, farò di tutto per negare il loro impatto sull’ambiente e sulla salute, sostenendo che ciò che esce dalle ciminiere sia vapore acqueo. Ancora, se i miei interessi economici sono legati alla produzione di idrocarburi, farò di tutto per negare l’impatto della combustione sul riscaldamento globale o sull’inquinamento da plastiche che invadono ogni ecosistema. Certo l’ideologia era ed è un inganno e un autoinganno, ma poteva e può essere in qualche modo smascherata, non solo dalle sue contraddizioni, ma anche dalla verità.
Oggi, non solo abbiamo gruppi di persone fortemente contrapposte come interessi economici ma anche chiuse in delle bolle dell’informazione che appaiono sempre più credibili. Con l’aggiunta dell’Intelligenza Artificiale, anche le storie più strampalate non saranno delle semplici fake-news ma diventeranno delle deep-fake, menzogne totalitarie profonde, ovvero assumeranno sempre più una qualche verisimiglianza. Il mondo si sta avviando verso un complesso di storie contrapposte e inconciliabili che non hanno più un metro nella verità condivisa. Il mondo della post-verità non è un mondo di relativisti scettici, ma un mondo di persone assolutamente convinte e prigioniere delle loro certezze, ognuna di loro chiusa nel proprio mondo.
Ancora un esempio intorno al quale questa rubrica ha cercato di attirare più volte l’attenzione. La comunità scientifica è unanimemente concorde nel sostenere le cause antropiche dell’inquinamento e del riscaldamento globale. Ma siccome la maggioranza degli studiosi è orientata in senso progressista o liberal, chi appartiene ad orientamenti politici opposti tende a considerare i loro argomenti come non credibili. Anzi, come frutto di una narrazione e di una vera propria cospirazione, da combattere con una contro-narrazione negazionista. Allora ha ragione Gottschall quando si domanda in maniera accorata, “se non possiamo essere d’accordo su ciò che costituisce un pericolo reale, come ci riuniremo per affrontarlo?”.
La crisi del pensiero è come l’inquinamento da polveri sottili, entrambi sono spesso invisibili e per questo molto pericolosi. Come uscirne? La risposta è sempre quella del muro della verità contro l’onda delle narrazioni tendenziose. I mezzi? L’informazione corretta e la ricerca scientifica, ovvero il giornalismo e l’accademia, strumenti indispensabili alla trasparenza democratica. E poi, soprattutto e come sempre, un’educazione di qualità.