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Riscaldamento climatico e raffreddamento dei rapporti umani

Il Limite / Raniero Regni / 257

 Ne parlano tutti, perché il clima è una cosa seria. Il clima, non il tempo. Sì, perché c’è una bella differenza, non sempre chiara, tra quello che è l’andamento climatico nel lungo periodo, studiato dalla climatologia, e le condizioni metereologiche che giorno per giorno vengono studiate dalla meteorologia. La prima scienza dice, senza ombra di dubbio, che il clima globale, ovvero dell’intero pianeta, non qui e ora, ma dappertutto, si sta surriscaldando. L’aumento di un grado e mezzo della temperatura della Terra sembra niente, ma è la stessa cosa che succede ad un individuo quando da una temperatura corporea di 37 gradi passa a 38, 5. La prima è la temperatura normale, la seconda è febbre.  Al di là dei negazionisti interessati, globali o nostrani, al di là del sudore e del senso di oppressione implacabile che si prova nelle città tutte asfalto e cemento nei giorni di afa, la verità è che stiamo passando ad un regime climatico nuovo e questo avviene in pochissimi anni, con un cambiamento così rapido che anche le nostre brevi vite possono registrare. Allora adattamento e mitigazione, con soluzioni che, come sempre oramai accade, fanno parte del problema. Le oasi di aria condizionata, che cerchiamo affannosamente per difenderci dal caldo, contribuiscono a rendere il clima ancora più rovente. Ed è proprio in queste roventi estati recenti che il consumo di energia, tratta ovviamente da fonti fossili, raggiunge il picco, superando, anno dopo anno nuovi record. La spirale più fame di energia, più combustione, più emissioni di CO2, più effetto serra, più aumento delle temperature, si fa sempre più stretta e vertiginosa.

Ma noi facciamo finta di niente. Per rinfrescarci facciamo il bagno in mare e ci accorgiamo che non sentiamo più alcun brivido entrando in acqua. Oramai il nostro Adriatico assomiglia sempre più al Mar Rosso. E questo è, secondo molti studiosi, il problema più grave, l’incognita più rischiosa. È il mare che sta assorbendo di più le conseguenze dell’effetto serra. Il calore è energia: che cosa succederà alle acque del globo, che sono le straordinarie regolatrici del clima?  Come reagirà il mare alla rottura dell’equilibrio termico costruito in milioni, se non in miliardi, di anni di evoluzione? Come ci restituirà il mare tutta questa energia accumulata oltre ogni limite?

Non sono solo l’Adriatico e il Mediterraneo che si scaldano più di altri mari, ma anche l’Europa che sembra più esposta al global warming. Come osservano gli studiosi, “c’è solo una regione (non un continente) che sta peggio: l’Artico, con temperature salite di 0,75 gradi per decennio. Sarebbe sbagliato considerarli scostamenti tutto sommato contenuti: dai livelli preindustriali (1850-1900) i gradi in più in Europa sono ben 2,5, e l’ultimo triennio (2023-2025) è stato il peggiore nella storia”.

Ma la cronaca e le conversazioni di questi giorni, non ci restituiscono solo i monotoni e presto dimenticati servizi televisivi sull’afa. Che, come si diceva un tempo dei giornali, qualche ora dopo servono solo ad avvolgere il pesce al mercato. Non è solo di questa amnesia cronica, di cui soffre l’ambiente dell’informazione, che non si ricorda oggi di quello che gridava ieri, che stiamo parlando. Le cronache ci dicono di un mondo di relazioni umane sempre più indebolite, di persone sempre più arrabbiate e spaventate, che stanno sulla difensiva, che non partecipano alla vita pubblica, che non vanno a votare. Che cercano la sicurezza nei sistemi di allarme e protezione delle case, che mai come oggi godono di una pubblicità senza precedenti nei media. Ci mostrano esseri umani sempre più soli e spaventati, aggressivi e impauriti. E questo non solo a livello individuale e micro-sociale, ma anche a livello collettivo, dove le nazioni si armano le une contro le altre a tutti i livelli. Le masse sempre più impoverite vengono spinte da forze politiche interessate a vedere negli immigrati il capro espiatorio del peggioramento delle loro condizioni di vita. Perché?

Al riscaldamento globale sembra coincidere un raffreddamento dei rapporti umani, sociali, interpersonali. Le ragioni del nostro vivere assieme sembrano fortemente indebolite.

Al di sotto dei fatti di cronaca, enfatizzati dai complici media, sembra che si stia combattendo uno scontro per imporre, di nuovo, una visione antropologica che dipinge l’esser umano come un animale egoista, perennemente in lotta con gli altri per accaparrarsi risorse scarse e di beni e di felicità. E questo proprio nel momento in cui la scienza ci dice proprio il contrario.

Sono diversi secoli, dall’inizio della modernità che pensatori importanti come Hobbes, Smith, Darwin, Freud, solo per fare qualche nome, cercano di convincerci che l’essere umano è un animale egoista, tutto unghie e denti in perenne lotta con gli altri. Un essere mosso più dalla paura degli altri, che dalla sua capacità di collaborare con loro. Oggi è proprio la scienza, soprattutto le neuroscienze a dirci che siamo animali empatici, che siamo programmati geneticamente per capire e sentire gli altri. I neuroni specchio e le dodici parti del circuito cerebrale dell’empatia stanno lì a dimostrarlo. Anche la psicologia dello sviluppo e la pedagogia portano il loro contributo sperimentale. Sin dalla nascita e forse anche prima, siamo degli esseri che hanno un indispensabile bisogno dell’altro: l’indispensabile esperienza della relazione.

All’inizio della nostra vita è la relazione. Quindi, parafrasando il Vangelo, in principio era il dia-logos. La relazione precede l’individuazione, il due precede l’uno, l’interumano precede l’umano, la coesistenza precede l’esistenza. C’è una specie di primato ontologico: prima la relazione, poi la sostanza. L’essere con gli altri precede l’essere con se stesso.

Uno dei più importanti studiosi del mondo interpersonale del bambino piccolo, lo statunitense D. Stern, unendo l’approccio psicoanalitico con quello della psicologia sperimentale, delle neuroscienze e dell’etologia, ci dice che il bisogno di relazione è un bisogno primario e non una motivazione secondaria come vuole Freud e la psicoanalisi. Il neonato è biologicamente pre-adattato a instaurare relazioni sociali con la madre e non è chiuso in un’orbita narcisistica. Le relazioni interpersonali sono riconosciute come il maggiore organizzatore della struttura e del funzionamento del cervello.  Le relazioni con oggetti del desiderio non sono determinate dalla convenienza e dalla necessità di soddisfare la libido, bensì dal bisogno di rapporti umani, di amore, di affetto e di compagnia. Si fa avanti così una nuova idea di natura umana che ci dice che noi siamo esseri che hanno bisogno della collaborazione.

Questo ci dice la scienza, sia al riguardo del riscaldamento globale che a proposito della natura umana. Allora dovremmo basare la nostra educazione su questa base scientifica andando oltre ogni negazionismo climatico e contro ogni antropologia pessimistica.

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