Home La Rivista PERCHE’ NON LA PACE? Guerre per il petrolio e Green New Deal?

PERCHE’ NON LA PACE? Guerre per il petrolio e Green New Deal?

IL Limite /Raniero Regni / 248

Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l’esempio.

 (J. Prevért)

                       Nessuno vuole la guerra, tutti vorrebbero la pace. Da sempre. Eppure i conflitti e le tensioni aumentano. Più volte abbiamo sostenuto in questa rubrica che il mondo ha un assoluto bisogno di collaborazione, collaborazione tra i popoli, collaborazione tra gli umani e collaborazione con la natura, compresi gli altri esseri viventi non umani. Eppure siamo in guerra.

Tra i conflitti recenti sicuramente c’è un filo conduttore che non è solo quello dell’egemonia geopolitica delle grandi potenze, ma c’è il controllo delle fonti energetiche, che rendono soprattutto l’Europa dipendente da catene di approvvigionamento che non controlla. La minaccia è allo stesso tempo energetica e politica, perché i grandi produttori di combustibili fossili sono oramai regimi se non espressamente dittatoriali, sicuramente antidemocratici.

Stare sulla difensiva forse non è la strategia migliore ma l’Unione Europea appare sempre più, nonostante i suoi limiti, un’isola di democrazia, di diritti, di Welfare State, che va difesa. Ho l’impressione che noi giochiamo con il fuoco quando critichiamo i meccanismi di controllo europeo, il bilanciamento dei poteri, le clausole di salvaguardia e le interpretiamo come qualcosa che ci limita, quando invece rappresentano la possibilità stessa di sopravvivenza dell’Unione Europea.

Forse non ci rendiamo conto della crisi d’epoca che si prospetta. Se non facciamo nulla, se non ci preoccupiamo e tiriamo avanti, siamo perduti. C’è una strana inerzia nella nostra democrazia liberale, che non è in grado di reagire in maniera appropriata. Siamo ad un punto di svolta, quasi un punto di rottura della civiltà la quale sembra che vada verso una forma di autodistruzione.

Di fronte a questo scenario, sembra condivisibile l’idea del brillante filosofo sloveno ma intellettuale globale, Slavoj Žižekche, “L’Europa è più forte, anche economicamente, se resta unita. “Mega” power: Make Europe Great Again, invece dello slogan americano. Dobbiamo rivalutare la nostra libertà europea per fare una democrazia efficiente. – e continua – Sono favorevole a tutte le iniziative che portano a un’Unione Europea più forte. Non è un’utopia”. Gli Stati Uniti d’Europa, almeno a sei, tanto per cominciare, non sono un’utopia. Oramai non è più il problema del “perché” ma solo del “come”.

Questo progetto politico ha il suo corrispettivo economico nel Green New Deal, che per alcune forze al governo anche nel nostro paese, viene visto come il problema mentre rappresenta la soluzione. Lo spingere su di una politica energetica basata sulla transizione alle rinnovabili, su di un’economia circolare su larga scala, capace di orientare sia la produzione che il consumo, sono per l’Unione Europea una necessità. Questo non significa che non di debba criticare l’attuale assetto ma non per demolirlo, come fanno anche i sovranisti “de noantri”, ma per migliorarlo. Le soluzioni non soluzioni, la procrastinazione, il tirare a campare per arrivare a fine legislatura non servono, anzi, sono soluzioni che fanno parte del problema.

Allora è necessario riprendere in mano il Green New Deal come lo aveva disegnato l’economista e intellettuale globale J. Rifkin. Un Green New Deal globale. Il crollo della civiltà dei combustibili fossili entro il 2028 e l’audace piano economico per salvare la Terra. Questo era il titolo del libro uscito, anche in Italia, nel 2019. Certo, a rileggere adesso la proposta di Rifkin, che è stato uno dei promotori della transizione verso una nuova civiltà a livello planetario, si nota un elemento utopico perché nel 2019 lui pensava all’intero pianeta, ma credo che la sua proposta ha una sua precisa concretezza e realizzabilità, se non altro a livello dei paesi europei. Il paradigma della terza rivoluzione industriale appare ancora a portata di mano. I tre presupposti, che sono un mezzo di comunicazione, una fonte di energia, un meccanismo di trasporto, si sono ulteriormente sviluppati. Come nel XIX secolo la stampa e il telegrafo, le reti ferroviarie e l’abbondanza di carbone, hanno permesso la prima rivoluzione. Come nel XX secolo l’elettricità, il telefono, la radio e la televisione, assieme al petrolio e ai veicoli a combustione interna, hanno permesso la seconda rivoluzione industriale. Così oggi Internet delle comunicazioni e l’Intelligenza Artificiale sta convergendo con la rete dell’energia rinnovabile, con elettricità di origine solare e eolica, con veicoli a energia elettrica e ad idrogeno e a quella che viene chiamata “Internet delle cose”, ciò rende possibile la terza rivoluzione industriale.

L’Europa se non può proporre al resto del mondo questa transizione la può senz’altro realizzare all’interno di una area che comprende quattrocento milioni di persone. Se non può imporre la pace, la può difendere al suon interno.  Parafrasando l’aforisma di Prevért, messo in esergo, noi europei dovremmo provare a realizzare la pace tra noi e la pace con il pianeta se non altro per dare il buon esempio.

Dobbiamo smontare l’idea di destino e immaginare e poi realizzare un cambiamento. Dobbiamo non solo sperare, ma immaginare e poi fare. Concludo con un pensiero tratto ancora da Žižekche, “parlare di speranza per il futuro equivale ad accettare la generale tendenza verso le catastrofi. Abbiamo ancora delle chance. Ma preferisco non parlare di speranza, perché quando si parla di speranza, si nasconde sempre un segreto opportunismo. Invece di accettare lo status quo, dobbiamo mobilitarci. Ora”.

 

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