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Crisi iraniana, Patto di Stabilità e sovranità: il tabù da rompere

Valori & Valori / Mario Travaglini / 248

 La crisi iraniana ha riportato al centro un tema che in Europa si finge di non vedere: il Patto di Stabilità non è solo una regola contabile, è un vincolo politico. E, come tutti i vincoli politici, regge finché la realtà non lo travolge.

Se la tensione sullo Stretto di Hormuz dovesse protrarsi, l’Europa si troverebbe davanti a uno shock energetico pieno: prezzi in salita, margini industriali compressi, crescita sotto pressione. In questo contesto, chiedere all’Italia di rispettare rigidamente il rapporto deficit/PIL non è rigore: è miopia. Sforare il deficit, in presenza di uno shock esterno, non è una scelta “lassista”. È, al contrario, una misura di stabilizzazione.
Quando un’economia subisce un colpo improvviso – aumento dei costi energetici, calo della domanda, compressione dei margini – il settore privato reagisce istintivamente riducendo investimenti e consumi. Se anche lo Stato si contrae nello stesso momento, il risultato è una caduta amplificata dell’attività economica.

È il meccanismo più semplice – e più dimenticato – della politica economica: quando i privati frenano, il pubblico deve compensare. Non per ideologia, ma per evitare che una crisi temporanea si trasformi in recessione strutturale. Per questo, in presenza di shock esogeni, il deficit non è il problema: è parte della soluzione. Serve a sostenere redditi, a evitare fallimenti a catena, a mantenere in vita capacità produttiva che altrimenti verrebbe distrutta. In altre parole, serve a comprare tempo. E comprare tempo, in economia, è spesso la differenza tra una crisi gestibile e una crisi irreversibile. Ecco perché la risposta è sì: l’Italia ha ragione a chiedere più spazio. Ma fermarsi qui significa non aver capito il punto. Perché il vero errore, già visto troppe volte, è trasformare ogni crisi in una richiesta di flessibilità a Bruxelles. Una dinamica quasi automatica: arriva lo shock, si invoca la deroga, si negozia qualche decimale di deficit. E nel frattempo, nulla cambia dentro i confini nazionali. È qui che entra in gioco la sovranità, quella vera. Non quella declamata, ma quella esercitata. La leva più immediata non è nei corridoi della Commissione guidata da Ursula von der Leyern. È nel bilancio dello Stato. E passa, inevitabilmente, da una parola che la politica evita con cura: tagli. Non tagli lineari, ma chirurgici. Non austerità, ma selezione. Il punto più evidente – e anche il più politicamente simbolico – è quello degli enti inutili. Un arcipelago di strutture che sopravvivono per inerzia: comunità svuotate di funzione, consorzi senza missione, agenzie di coordinamento che coordinano il nulla, fondazioni pubbliche che producono soprattutto governance e costi.

Non è una questione ideologica. È una questione di efficienza minima. Parliamo di una spesa che oscilla tra i 7 e i 10 miliardi annui di pura corrente, spesso priva di risultati misurabili. Ridurla non richiede riforme epocali, ma una decisione politica chiara: censimento pubblico, soppressione automatica degli enti inattivi o in perdita strutturale, mobilità obbligatoria del personale, divieto di ricostituzione sotto altre sigle. Un’operazione del genere libererebbe, in pochi anni, risorse strutturali tra i 3 e i 6 miliardi. Non una cifra risolutiva, ma sufficiente per interventi mirati: sostegno alle bollette, aiuti selettivi alle imprese energivore, investimenti credibili nella diversificazione delle forniture. Ed è qui che il discorso cambia natura. Perché un Paese che sfora per gestire un’emergenza mentre mette ordine nei conti manda un segnale radicalmente diverso da uno che sfora per rinviare i problemi. Nel primo caso, i mercati leggono una strategia; nel secondo, leggono una debolezza.  Lo spread non è un destino. È una conseguenza. La cosiddetta “via europea” – clausole di salvaguardia, scorpori, aiuti di Stato temporanei – può aiutare. Ma resta una soluzione derivata, non la leva principale. E soprattutto arriva sempre con un ritardo strutturale rispetto agli eventi. Continuare a considerarla l’unica opzione significa accettare una sovranità condizionata, esercitata solo nei margini concessi da altri. Il punto, allora, è più radicale: il Patto di Stabilità diventa un tabù quando viene usato come alibi. Quando serve a giustificare l’inerzia interna o, al contrario, a coprire richieste di spesa senza riforme. Romperlo – temporaneamente, in presenza di uno shock esogeno – non è un atto di indisciplina. È un atto di razionalità economica.      In mezzo a una crisi geopolitica che rischia di diventare energetica ed economica, l’Italia ha una scelta davanti a sé. Può limitarsi a negoziare margini, oppure può usarli.

La differenza sta tutta qui: tra chiedere spazio e dimostrare di saperlo riempire. E se davvero si vuole dare un segnale credibile – ai mercati, all’Europa, ma soprattutto ai cittadini – il punto di partenza non può che essere uno: tagliare ciò che non serve. Non per obbedire a Bruxelles. Ma per tornare a decidere da soli.

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