COMUNITÀ DI ACCOGLIENZA E VOLONTARIATO TRA PASSATO E FUTURO: LA STORIA UN PRETE CARISMATICO.

 Il Limite / RANIERO REGNI / 224                      

Carisma, la grazia, è un termine del lessico religioso che è diventato famoso, nell’ambito sociale e storico, ad opera di quello che forse è stato il più grande sociologo di tutti i tempi: M. Weber. È stato lo studioso tedesco a parlare di potere carismatico e di capi carismatici e si riferiva a particolari doni spirituali o intellettuali, che rendevano certe persone particolarmente affascinanti e perciò capaci di esercitare un grande potere sulle altre. È in momenti di crisi e di cambiamento, che una personalità carismatica emerge grazie ad una rivoluzione interiore, che lui stesso ha affrontato, e che si presenta sulla scena con la sua proposta radicale di cambiamento, generando entusiasmo nei suoi seguaci.

  1. Weber aveva posto anche il tema di che cosa succede quando un capo carismatico muore e i suoi seguaci hanno il problema di come conservare la spinta ideale, capace però di diventare organizzazione quotidiana, ovvero la routinizzazione o “quotidianizzazione” del carisma.

Questa premessa teorica è forse utile a inquadra la storia di un sacerdote straordinario, Don Angelo M. Fanucci che, giovane prete post-conciliare a metà degli anni ’60 del secolo scorso, come altri suoi confratelli, dette vita ad un movimento per reinserire le persone disabili o diversamente abili, come le si definisce oggi, in una vita pienamente vissuta. Persone con difficoltà fisiche e psichiche vennero tirate fuori dagli istituti e dalle case e iniziò un movimento che portò poi alla chiusura dei manicomi come all’inserimento delle persone disabili nel lavoro e nella scuola, nello sport e in ogni altro ambito sociale. Don Angelo fondò, all’inizio degli anni ’70, una comunità di accoglienza dove le persone affette dalle più diverse forme di fragilità vennero accolte assieme a volontari e altri operatori, creando una comunità, il Centro lavoro-cultura di S. Girolamo. Quel prete divenne punto di riferimento per centinaia di giovani che vennero coinvolti nei campi di lavoro, per edificare, fisicamente e simbolicamente, la nuova comunità in un vecchio convento francescano. Vennero mobilitati nel volontariato e nell’impegno a favore di chi aveva avuto meno dalla vita. Certo, erano gli anni della contestazione giovanile e di impegno sociale e civile. Poi quei fuochi si sono spenti ma uno dei risultati migliori, di quello che viene definito genericamente, il ’68 è stato proprio quello che hanno realizzato tanti sacerdoti, tanti uomini e donne, in tutta Italia. Il ’68 minore, come lo definiva Don Angelo, è stato in realtà un frutto prezioso che ha cambiato la sensibilità delle persone verso la diversabilità e ha modificato la vita di milioni di uomini e donne, giovani e meno giovani, che il destino e la società aveva indirizzato verso l’emarginazione. Persone non autosufficienti, anziani malati, persone fragili, sono stati aiutati a conquistarsi una esistenza degna di questo nome. Spinti da questi leader carismatici che non si sono fermati davanti a nulla. Come succede a tutti gli utopisti, essi non sapevano che quella cosa era impossibile e perciò l’hanno fatta!

Don Angelo, come altre personaggi di quella levatura umana e spirituale, sono stati dei maestri straordinari e hanno inciso su molti allievi. Dopo quella esperienza molti giovani, coinvolti in questa azione, non sono stati più capaci di pensare solo a sé stessi, al loro lavoro, alla loro famiglia, alle loro carriere, ma hanno sentito i bisogni di dedicarsi un po’ anche agli altri. Molti giovani di allora hanno fatto un’esperienza di impegno e volontariato che molti giovani di oggi hanno meno possibilità di fare, e questa è una perdita enorme.

Poi Don Angelo se ne è andato, poco dopo il periodo del Covid. La sua Comunità resta, è la Comunità di Capodarco dell’Umbria, con le sue due sedi di Gubbio e Perugia. Per coloro che ne hanno la responsabilità sorge il problema intercettato dal genio di M. Weber: come trasformare il carisma, unico e inimitabile, del fondatore in una organizzazione stabile? Come conservare lo spirito religioso e umano che spingeva Don Angelo all’impegno e rendeva viva la vita comunitaria in cui le persone più deboli potevano trovare ascolto, accoglienza e condivisione, in un’istituzione altrettanto accogliente sul piano umano? Come unire il lato umano alla gestione manageriale e all’organizzazione economica?

Centro Congressi Santo Spirito,l’intervento dell’economista Luigino Bruni, alla sua destra il Pedagogista Raniero Regni, che a introdotto i lavori del Convegno “Accoglienza e Condivisione” del 12 novembre 2025

Luigino Bruni, il noto economista rappresentante di una scuola importante di economia civile, ha affrontato questo problema con studi e un’analisi di straordinaria finezza. Per questo è stato chiamato a Gubbio dalla Comunità di Capodarco dell’Umbria per affrontare questo tema. Il carisma può essere un dono per il bene comune. È uno sguardo che permette di vedere con occhi diversi i poveri e gli emarginati verso i quali non si va per pietà ma per interesse, ha detto Bruni, perché ci stanno a cuore come portatori di un modo di vivere più giusto. Don Angelo era un appassionato, un utopista ovvero era il primo di un mondo nuovo e l’ultimo di un mondo vecchio. Le sue azioni erano contrarie al buon senso. Il buon senso è il nemico del fondatore. L’istituzione è il buon senso.

Gubbio Centro congressi Santo Spirito. Il Pubblico ha occupato ogni ordine di posti

Ma quando Don Angelo non c’è più che cosa succede? Il carisma non è replicabile e neanche l’organizzazione a cui esso ha dato vita. Si può far sopravvivere lo spirito comunitario cambiando le regole e adattandole alle nuove esigenze del mondo. Il valore della nuova comunità di accoglienza deve conservare lo spirito cambiando la lettera. Questa è la sfida di chi ha incontrato il fuoco di un maestro carismatico e, pur non avendone la forza, cerca in qualche maniera di farne sopravvivere la luce e il calore. Come? Unendo la spinta umana del volontariato con la professionalizzazione dell’assistenza. Ma questo è possibile solo se intorno alla Comunità verranno chiamati di nuovo i giovani e se l’intera città di Gubbio parteciperà a questa impresa collettiva.