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SIAMO OSTAGGIO DELLA PAURA: SERVE UNA SCOSSA PER IL CONTROLLO DELLE CITTA’

Attualità&Amarcord /Marcello Martelli/ 222

 Da Roma a Milano, da Torino a Napoli, la cronaca quotidiana racconta un’Italia inquieta. Aggressioni, rapine lampo, accerchiamenti nei sottopassaggi o nei bus notturni. Ragazzi accoltellati per una collanina, donne derubate sotto casa, anziani che non escono più la sera. Non è solo un’impressione: secondo gli ultimi dati, il 38,1% degli italiani ha rinunciato almeno una volta a uscire di casa per paura.

La violenza urbana non è più un’emergenza isolata ma un fenomeno diffuso, che colpisce anche le città medie e i centri di provincia. Bande giovanili, gruppi organizzati, piccola criminalità che agisce con modalità sempre più spavalde. E mentre la risposta dello Stato appare spesso lenta, la sensazione è che si stia perdendo il controllo del territorio. Il problema non è solo di ordine pubblico, ma di civiltà.

Dove mancano presidio, prevenzione e regole condivise, cresce la legge del più forte. La saldatura fra frange radicali, microcriminalità e parte dell’immigrazione irregolare rende il quadro ancora più esplosivo. Non si tratta di generalizzare o alimentare paure, ma di riconoscere che il degrado sociale produce violenza, e che la sicurezza è un bene collettivo da ricostruire subito, non da delegare.

La prima risposta è visibile: più presenza delle forze dell’ordine. Non bastano le telecamere o le ordinanze spot; servono pattuglie di quartiere, controlli costanti, presidi fissi nelle aree più esposte. Ma non è solo una questione di divise. La certezza della pena è altrettanto decisiva: chi aggredisce o rapina deve sapere che sarà punito in tempi brevi e in modo effettivo. L’impunità quotidiana, anche per i “piccoli reati”, alimenta la sfiducia e rende la violenza una scorciatoia conveniente.

C’è poi la riconquista degli spazi urbani. Quartieri illuminati, puliti, vissuti dai cittadini sono naturalmente più sicuri. Dove il degrado si accumula, arriva la criminalità. Serve una politica urbana che unisca sicurezza e decoro, controllo e inclusione.

Infine, l’integrazione. Non quella di facciata, ma quella reale: basata su regole, lavoro, formazione, rispetto reciproco. L’immigrazione incontrollata crea sacche di marginalità dove prosperano devianza e sfruttamento. L’inclusione deve essere una responsabilità, non un alibi.

La  paura non è un sentimento astratto: è la misura di quanto i cittadini percepiscono l’assenza dello Stato. Ricostruire sicurezza significa ricostruire fiducia — nelle istituzioni, nelle regole, nei vicini di casa. L’Italia non può diventare un paese dove si vive chiusi dietro le serrature. Servono decisioni, coordinamento, fermezza.

Le città vanno riprese, non abbandonate.  Così potremo tornare a chiamarle, senza retorica, “luoghi di vita” e non di paura.

 

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