MASSIMO DEL PRETE: LA SOGLIA COME FORMA E DESTINO DELLA PAROLA POETICA

La poesia di Massimo Del Prete si inserisce con discrezione e rigore nel panorama della lirica italiana contemporanea, rivelando una voce che unisce la riflessione linguistica alla tensione etica della parola. Nato a Taranto nel 1993 e formatosi tra Pisa e Milano, Del Prete coniuga nella propria biografia intellettuale due saperi apparentemente distanti — l’ingegneria chimica e la filologia — ma che nella sua scrittura trovano un punto d’incontro nell’idea di precisione: la precisione del verso, del lessico, del gesto poetico che si misura con il reale.

Già dal titolo della sua prima raccolta, Soglie (Ladolfi, 2018), emerge una poetica della liminarità. La soglia non è soltanto uno spazio di passaggio, ma un luogo in cui la parola si interroga sul proprio diritto d’esistenza, sul suo stare “fra” — fra il mondo e il linguaggio, fra l’io e l’altro. In questo senso, Del Prete si muove entro un orizzonte fenomenologico: la poesia diventa il tentativo di rendere visibile il punto d’incontro tra percezione e coscienza, tra la materia e la sua nominazione. La soglia, tuttavia, non è mai del tutto varcata. È piuttosto un punto di equilibrio instabile, un “bordo” dove l’esperienza linguistica si misura con il rischio del silenzio. La parola poetica, allora, diventa il luogo di una resistenza — resistenza al disincanto, alla frammentazione del senso, alla superficialità comunicativa del tempo presente.

Con Termini per una resa (Aragno, 2022), Del Prete approfondisce e radicalizza questa tensione. Il titolo, ambiguo e risonante, allude a un duplice movimento: da un lato la resa come abbandono, dall’altro la resa come restituzione, come atto di traduzione del mondo in parola. La poesia qui non cede, ma “si arrende” solo nel senso di farsi interprete di ciò che sfugge, di ciò che non può essere pienamente dominato dal linguaggio. L’attenzione alla lingua è eredità diretta della sua formazione filologica. Lo studio della grammaticografia ottocentesca di matrice manzoniana emerge non tanto nei contenuti, quanto nella disciplina del dettato, nella tensione verso una lingua che sia insieme precisa e viva, normata e pulsante. Del Prete si colloca così in quella linea di poeti-filologi che da Contini a Zanzotto hanno inteso la parola come campo di ricerca, come laboratorio di pensiero.

Incluso in antologie come Abitare la parola (2019) e Distanze obliterate (2021), Del Prete rappresenta una delle voci più meditate della generazione dei poeti nati negli anni Novanta. La sua scrittura si distingue da quella più esplicitamente performativa o diaristica di alcuni coetanei per un carattere riflessivo e concettuale, in cui l’io lirico tende a farsi figura di osservazione, piuttosto che centro d’emozione. Nella poesia di Del Prete, la rete — tema caro alla generazione digitale — non è un luogo d’esposizione, ma di distanza. È un filtro, una lente che separa e insieme avvicina, che amplifica la domanda di autenticità. L’esperienza poetica si fa così indagine sull’abitare la parola in un’epoca di disabitualità linguistica, di rumore comunicativo.

La rubrica Camera Oscura, da lui curata per il blog Menti Sommerse, offre una chiave interpretativa ulteriore. La metafora fotografica della “camera oscura” implica un processo di rivelazione: come nella fotografia, la poesia di Del Prete lavora con l’ombra, con l’immagine latente che solo la parola può portare alla luce. La sua è una poesia che sviluppa la realtà, più che rappresentarla. Il linguaggio, allora, non è soltanto strumento, ma atto etico: un modo di rendere giustizia al mondo, di non lasciarlo cadere nell’indifferenza. Ogni parola diventa una scelta di responsabilità, un gesto che misura il confine tra il dire e il tacere.

DILATAZIONE DI AGOSTO

La mia voce deve avere il calore
dell’estate, se t’incanta col nome
dei quasar, se scintilli di un albore
di comete poi afferri le sue chiome
fin quasi al margine di un buco nero.
Il tuo viso non sa se abbandonarsi
al mio sermone o l’animo severo
fermare le mie dita e i loro intarsi.
Ma c’è per me una via tra i tuoi occhi
di un verde oltremarino? nell’atollo
sereno e cristallino la mia nave
va a spirale dentro il gorgo ed è grave
il dolcissimo sospetto che a mollo
nel mare del tuo cuore io sempre tocchi.

LA SOGLIA

“Non tornare se non intendi ri-iniziare”
scrissi a caso per saggiare l’ultimo
inchiostro della penna. A caso, sì,
ma forse lo sapevo che questo
è l’ultimo ritorno silenzioso
a cui mi arrendo, che domani già rincaso
salutando a voce piena, senza sguardi
muti né brillii che non significano,
senza azioni luminose e scivolate
come un fumo d’alba nel mezzogiorno
che abbaglia e abbuia il mondo in cecità.

Domani giungerà la parola a dirmi,
quella che sentirai, che capirai
– chiunque tu sia, e dovunque –
quella che rumina il dentro indicibile
e lo traduce in senso intero –
la vibra la lingua come un bacio
in settembre, il corpo che materia il pensiero
(la mente da sola arriva molto tardi
questa lentezza mi ha tolto tanti anni)
e l’Altro rasserenato infine in limite
toccato, travalicato in gloria.

Di me saprà l’amor che non si volta
l’amicizia che difende da tutta la stanchezza
quando la soglia sarà un nome e solo questo
e il suo confine sarà rotto da un portale
trasmigrato dal cielo alla mia terra
le trombe che ne annunciano il colore
il passaggio permesso – e la festa si disserra.