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QUANDO PASOLINI ERA CONTRO I RIVOLUZIONARI FIGLI DI PAPA’ IN DIFESA DEI VERI FIGLI DEL POPOLO DELLE FORZE DELL’ORDINE

Attualità&Amarcord /Marcello Martelli/ 220

 Oggi più che mai, sentiamo l’assenza di Pier Paolo Pasolini, una voce autorevole e rispettata, capace di riconoscere nella divisa non l’emblema dell’oppressione, ma il volto concreto di una classe popolare che, con disciplina e rischio personale, garantisce la tenuta democratica del nostro Stato. Quel che spesso si dimentica, o si preferisce non dire, è che le Forze dell’Ordine, fin dagli anni più bui della Repubblica, sono composte in larga parte da giovani del Sud, figli di contadini, operai, artigiani. Ragazzi cresciuti nel rispetto delle regole, mandati nelle città universitarie e industriali a contenere l’onda lunga di una rivolta giovanile che si dice rivoluzionaria, ma spesso assume i tratti della violenza di classe rovesciata. Non la classe oppressa contro i privilegi, ma i figli dei borghesi contro i figli del popolo.

Pasolini, in quegli anni, fu una figura intellettuale che — da sinistra — ebbe il coraggio di dirlo apertamente. Denunciando che, nelle piazze, tra slogan libertari e molotov, agivano molti giovani cresciuti nell’agio, che parlavano di rivoluzione con il conto in banca dei genitori, e giocavano con le armi come se la Storia fosse un palco per la loro adolescenza politicizzata. Troppi di loro sarebbero poi rientrati nei ranghi del potere, magari nelle redazioni, nelle università, nei consigli d’amministrazione, lavati e reintrodotti come “pentiti” o “pensatori critici”.

Chi invece tornava e torna nelle caserme con le ossa rotte o nei sacchi neri, erano e sono agenti, carabinieri poco più che ragazzi, mandati a fare da argine tra lo Stato e il caos. Non eroi retorici, ma persone reali con famiglie, sogni, senso del dovere. Eppure, nell’immaginario di una parte, furono e sono troppo spesso dipinti come servi, repressori, addirittura “fascisti” per il solo fatto di indossare una divisa.

Oggi, con il senno e la distanza storica, almeno dobbiamo riconoscere  che allora mancò l’equilibrio. E ci accorgiamo che, proprio da sinistra, sarebbe dovuta arrivare una difesa della legalità come presidio dei più deboli. Un riconoscimento che la forza legittima dello Stato non è il nemico della democrazia, ma il suo fondamento.

 Oggi serve un nuovo Pasolini, che sappia leggere quei fatti con occhi onesti, che smetta di dividere il mondo in buoni e cattivi in base al cliché ideologico. Qualcuno che dica, senza paura, che i veri figli del popolo non sono quelli con il pugno chiuso e il foulard rosso, ma quelli che con la divisa, in piedi sotto la pioggia, sono a proteggere chi manifesta il proprio dissenso — spesso con rabbia e persino con armi improprie.

Non è revisionismo. È verità ed è tempo di dirla sempre. Anche se Pasolini non c’è più. Specialmente adesso che la situazione è solo peggiorata: mentre non si contano i danni del caos in varie città, c’è persino una “onorevole” eurodeputata che parla della strage di carabinieri a Verona come “frutto della disperazione degli occupanti”.

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