Attualità/Paolo Rico/ 218
| FISCO, UN SALASSO PIÙ CHE “PERCEPITO”!
«Fisco subito da tagliare!», questa raccomandazione per il governo arriva non solo da UnImpresa. Mentre la cosiddetta economia della percezione invita a rivalutare «quel che non si ha più» per colpa del carotasse. Dibattito aperto. |
—Occorre riservare ai poveri la fiscalità. Hanno poco, ma sono tanti»
ETTORE PETROLINI, cabarettista, Roma 1884 – 1936
Ha raggiunto il 42,5% del Pil la pressione fiscale, con una crescita di poco meno di un punto e mezzo in un anno. A certificarlo l’Istat, provocando l’immediata reazione di diverse organizzazioni rappresentative: ManagerItalia come UnImpresa, ad esempio. Il presidente di quest’ultima associazione, PAOLO LONGOBARDI ha, in particolare, tuonato: «E’ urgente avviare un percorso strutturato di riduzione delle tasse». E chi non è d’accordo su questo? Si risponderebbe: «tutti!», a conferma dell’unanime concordanza di vedute – sempre – quando c’è in ballo l’argent-de-poche di ogni contribuente. Ma non è così nel caso. C’è chi crede, ad esempio, che bisognerà pur guardare al bicchiere-mezzo-vuoto e liberarsi finalmente delle censure in proposito; tipo: 730 lunare; pagare le tasse è bello e doveroso; senza fisco, addio intervento dello Stato per i suoi cittadini in condizioni di disagio per emergenze e fragilità varie. Non perché sono falsità o esagerazioni o censure parzialmente immotivate.
In realtà, al rovesciamento, non del “bicchiere”, ma di prospettiva più favorevole all’imposizione fiscale si spende una recentissima trovata di una testata finanziaria on line. Vi si consiglia un «giochino linguistico», che permetta di utilizzare come acronimo il ribaltamento in “ocsif” del termine “fisco”, talché ne derivi, all’occorrenza, tutt’un’altra realtà, costituita piuttosto da: opportunità, consapevolezza, sensibilità, investimento, fiducia. Fiducia, appunto, come fattore fondamentale del rapporto economico; opportunità di innovativi traguardi o di più favorevoli procedure; consapevolezza come ingrediente di una coraggiosa abilità ad orientare le scelte; sensibilità per un salto dalla rigidità di calcoli e numeri alla flessibilità di sentimenti gratificanti e di percezioni attraenti; investimento in tali positività. Insomma, una scala speciale, certamente insolita, per edificare un contesto di possibilità, per un atterraggio morbido, come usa dire, sul territorio della cosiddetta economia della percezione, nel cui perimetro – spiega, appunto, l’autrice (ANNAMARIA SPINA) dell’articolo, apparso su il denaro.it – si riesca «nella valorizzazione di ciò che è invisibile eppure è reale».
Nel senso che la forma-monetaria del potere, come può venir considerata la fiscalità, passi da un comune apprezzamento finanziario ad un proposito; ad un capitale della positività. Si richiamano diversi esempi storici. Uno: la nascita di odiati mercati globali nel XX secolo. Odiati originariamente, per i contrastativi effetti sull’eguaglianza di scopi e mezzi e ora incipriati comunque di brand, prestigio nel marchio, benefit sociali. Tutto, ottenuto con la conseguìta prevalenza del pensiero del minimo-mezzo (ossia: dà un pochino e esita tanto, che vale, nel caso: nel “più” ci sta benissimo il “meno”) contro la soverchieria della potenza. Merito della formula, che sottoscrive l’autrice, a favore di una tale economia-della-percezione, sicuramente ascrivibile al filone più strutturato della neureconomia; quella, basata sulla corrispondenza predittiva oppure sull’acclarata consequenzialità dell’incrocio tra decisioni dii valore monetario e scelte individuali e collettive sia materiali che mentali, perfino emotive quando indotte da noti meccanismi endocrini, neurofisiologici, anatomo-funzionali. «Comprendere l’economia della percezione significa allenare lo sguardo», conclude l’articolo summenzionato, precisando che: «si può imparare a percepire ciò che non appare palesemente»; segnatamente, si può “decostruire” la stessa fiscalità, per ridurla ad incentivo di un altro modo di fare economia dal lato dell’”assenza”, semplicemente dando valore e riconoscibilità a ciò che si sente. Senonché un salasso, appunto, di 120mld, pari ad un incremento di fiscalità del +11,6%. Per contro, UnImpresa calcola un sostanzioso decremento degli investimenti pubblici del -16,8%.«Non si può costruire crescita del Paese se si pagano troppe tasse e se, del pari, si sacrificano i capitoli del bilancio più legati allo sviluppo», chiosa il presidente dell’organismo, Longobardi.
Subito mette le mani avanti il governo, sentenziando, per contro, che: «il rallentamento è coerente con lo scenario globale» e che: «l’inflazione, ad agosto, si è attestata sull’1,6% su base annua, in discesa rispetto ai mesi precedenti», permettendo: «con il mercato del lavoro caratterizzato da andamento positivo» di concludere che: «le prospettive restano di moderata crescita ovvero +0,6% nel ‘2025 e +0,8% nel ‘2026, in ulteriore espansione se si rileverà positivo l’impatto del Pnrr». Da qui è conseguito il parere positivo, osserva il ministero dell’Economia, da parte dell’Ufficio Parlamentare del Bilancio, deputato ad una prima, significativa valutazione tecnica, della manovra di finanza pubblica nazionale. Insomma, il consueto quadro di preoccupazione e soddisfazione, solitamente manifestato dalle parti, coinvolte nei nostri destini congiunturali.
Resta, comunque, che il fisco si sostanzia ancora come croce e delizia del contribuente. Tant’è che su questo tema si arriva, come si è sintetizzato precedentemente, addirittura ad un rovesciamento di senso. Chi prosegue nella condanna del prelievo e chi prova timidamente ad esorcizzarne ogni negatività. Perciò, mentre ci si divide tra tradizione economica e novità della neureconomia, su quest’ultimo filone arriva pure una stimolante riflessione statistica. L’Ufficio Studi della CGIA di Mestre sentenzia: «Gli occupati più felici d’Italia lavorano tra le vette alpine», se è vero che in Valle d’Aosta quasi il 62% degli addetti ai vari settori produttivi si dichiara “pago” della propria condizione di lavoro. Quasi sulla stessa linea i colleghi altoatestini. E, in coda alla graduatoria nazionale della CGIA: Calabria; Basilicata e Calabria, ciascuna con molto meno della metà degli occupati complessivi in regione innamorati di quel che fanno e di come lo fanno. Le ItaliE, appunto!
di Paolo G. Rico (cliternum@yahoo.it)






