L’OPERA E LA VOCE DI UBAH CRISTINA ALI FARAH

Ubah Cristina Ali Farah si impone nel panorama letterario contemporaneo come una delle voci più originali della letteratura diasporica italiana. Nata a Verona e cresciuta a Mogadiscio fino allo scoppio della guerra civile nel 1991, la sua identità si configura come una stratificazione complessa di appartenenze culturali, linguistiche e storiche, che si riflette in modo incisivo sia nella sua scrittura narrativa che in quella poetica.

La scelta di definirsi somalo-italiana e non italo-somala non è un semplice vezzo linguistico, ma una dichiarazione politica e culturale che sovverte le gerarchie identitarie implicite nella narrazione eurocentrica. In questo gesto linguistico risiede un rovesciamento prospettico fondamentale: la sua voce si radica nel Sud globale, rifiutando di essere assimilata passivamente all’interno della cultura dominante. Questo posizionamento discorsivo è cruciale per comprendere la poetica dell’autrice, che si alimenta di contro-narrazioni, di memorie silenziate e di spazi liminali.

Il corpus narrativo di Ubah Cristina Ali Farah si configura come una forma di resistenza alla cancellazione delle identità marginali, in particolare di quelle femminili e postcoloniali. L’esperienza della migrazione, della guerra e della maternità si intrecciano in una trama esistenziale che diviene materia viva della narrazione. L’ossimoro maternità-guerra, che segna profondamente la biografia dell’autrice, funge da chiave interpretativa del suo immaginario letterario: la vita e la distruzione, il grembo e la fuga, si sovrappongono in immagini potenti che restituiscono tutta la complessità dell’essere donna in contesti di conflitto e transizione.

Le sue protagoniste, spesso donne che abitano spazi di soglia tra culture, lingue e generazioni, agiscono come mediatrici simboliche e pratiche. Non si tratta di figure idealizzate, ma di soggetti concreti che si muovono all’interno di società patriarcali e postcoloniali, spesso caratterizzate da una profonda frattura identitaria. In queste dinamiche, i personaggi maschili appaiono frequentemente disorientati, incapaci di decifrare o di adattarsi ai mutamenti imposti dalla storia e dalla diaspora. Le donne, invece, emergono come depositarie di saperi intergenerazionali, capaci di tenere insieme passato e futuro, memoria e sopravvivenza.

Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Ali Farah si distingue per una prosa densa, stratificata, ricca di oralità e contaminazioni linguistiche. Il plurilinguismo, la commistione tra italiano, somalo e altre lingue africane o migranti, non è solo uno strumento espressivo, ma un dispositivo narrativo che restituisce la complessità dell’identità diasporica e postcoloniale. La sua voce letteraria si articola così come voce corale, che include e fa parlare molteplici soggetti storicamente silenziati: donne, bambini, migranti, esuli.

ROSSO 

Alba spumosa, ci sorprendesti offuscati e soli,
mentre andavamo per sempre.
Io, sulla camionetta sudicia e un involucro prezioso tra le braccia…
Fuggo dalla morte e la porto con me…
Tra le dune scivolose, rare capanne…
E vedo un lungo cordone di guerriglieri circondare la spiaggia.
Poi al centro un mantello rosso. Che fluttua, si contorce, si allarga.
Aspetta.
Questo è l’addio definitivo.
L’angoscia non ha ancora invaso i loro volti. Percepisco il loro presentimento.
Ora mi rendo conto di avere le labbra salate.
Ma il cielo è limpido, pulito, ceruleo.
Fuggo dalla morte e la porto con me.
Se non fosse per i volti sereni dei bambini.
In lontananza si delinea l’oceano.
E vedo, ferruginosa e pesante, una goffa nave da guerra.
Un guerrigliero solleva il mantello rosso al vento, un altro ne afferra due pieghe.
Sventolando fluido come un pesce marino, il mantello rosso.
E dalla goffa nave da guerra si alza una libellula d’acciaio.
Mio padre dice: “L’elicottero sarà qui presto, corri”.
Ma le mie gambe si muovono con difficoltà.
Solo poche ore fa è nata dal mio grembo la mia tenera e palpitante creatura.
Ora stringo al petto il prezioso fagottino.
La libellula si alza in volo. Mio padre gesticola freneticamente.
Ma non sento la sua voce. E mi volto.
Vedo il guerrigliero con il mantello rosso.
È molto giovane, come me. Forse ha diciotto anni.
E nasconde il torso con il mantello rosso.
Sorride.
“Ora tornerà a cercare anche te”, mi dice.