MEDITERRANEO IN FIAMME: RISCALDAMENTO GLOBALE E I LIMITI DI “SAN MERCATO”

 Il Limite / RANIERO REGNI / 210

 Alcuni seri studiosi della questione ambientale (per esempio, G. Giaccio, su “Diorama Letterario”, 385, maggio-giugno 2025), quando si tratta delle questioni del clima, invitano ad evitare due opposti atteggiamenti: quello tecno-ottimista o “lietopensante”, e quello catastrofista. L’invito è ad appoggiare le proprie analisi ad un alto standard di evidenza scientifica e ad arricchire il discorso cercando interpretazioni sempre più approfondite. Eppure, anche studiosi che vogliono evitare ogni semplificazione ideologica finiscono per approdare alla conclusione che il global warming, il riscaldamento globale è dovuto principalmente all’azione antropica, ovvero alle attività umane basate sull’uso dei combustibili fossili, che fa aumentare la concentrazione di CO2 nell’atmosfera, moltiplicando l’effetto serra (quell’effetto che è simile a quello che succede ad un’auto lasciata al sole con una temperatura esterna di 40°, che fa registrare una temperatura interna di 70°). Questa situazione provocherà una serie catastrofica di conseguenze sull’ambiente vitale degli esseri umani e dell’intera biosfera. Questo non è catastrofismo ma realismo. E lo vediamo soprattutto osservando quello che accade al Mediterraneo, che è un piccolo mare quasi chiuso, molto ricco di biodiversità e generatore di straordinarie civiltà, ma con un ecosistema delicatissimo, uno dei più fragili del pianeta.

Sul nostro mare, sulle nostre coste l’aumento delle temperature dell’acqua di 5° può avere conseguenze inimmaginabili, senza considerare poi anche la tragedia palestinese ed altri conflitti che surriscaldano la situazione sociale e umana.

L’altra conclusione a cui si può arrivare, anche non volendo concedere nulla alle tradizionali critiche al capitalismo, è che l’economia capitalistica, che è basata fondamentalmente sui combustibili fossili, che garantiscono ancora il più alto tasso di profitto, ci porta a sbattere contro i limiti ecologici del pianeta. E questo perché il meccanismo regolatore dell’economia capitalistica, ovvero il mercato, è cieco nei confronti dei danni ambientali.

Granchio blu (1)

Se, infatti, come abbiamo segnalato la scorsa settimana, sarebbe meglio piantare alberi che comperare dei climatizzatori, per il mercato potrebbe essere più conveniente, e quindi più vero, il contrario. Il mercato non calcola e non sa calcolare il danno ecologico. L’abbattimento delle foreste potrebbe essere un buon affare e, se le temperature aumentano, si possono vendere più condizionatori, ovvero si possono fare due buoni affari. Il mercato, così efficiente in tante situazioni, mostra limiti evidenti. È nell’interesse dell’economia di mercato non considerare i danni ambientali, fino a negare il riscaldamento globale e i costi ecologici, perché questo imporrebbe un ripensamento totale del suo funzionamento. Infatti, spingendo ancora più a fondo l’analisi, si scopre che la società capitalistica e di mercato si basa essenzialmente sull’accelerazione di tutte le sue attività che provoca non solo alienazione (come sostiene, con molte ragioni, il sociologo H. Rosa), ma anche un’inerzia che spinge il capitalismo ad un accumulo illimitato di plusvalore tramite lo sfruttamento illimitato di tutte le risorse umane e naturali.

San Mercato, come lo definiva G. Sartori, mostra ora i suoi limiti e gli effetti negativi non possono essere compensati neanche dalle innovazioni tecnologiche, che vorrebbero perseguire una crescita illimitata attraverso il miglioramento tecnico. E, lo notiamo di sfuggita, scomodare la dimensione teologica non appare fuori luogo, perché il capitalismo è evidentemente anche una religione. Invece, probabilmente, dovremo imparare ad autolimitarci nei nostri consumi e nelle nostre attività. Sarà possibile un’economia e una società della non crescita o della post crescita? Sarà possibile più crescita umana e meno crescita economica? Sarà possibile un cambiamento di paradigma economico e sociale? Su quale consenso condiviso e autoimposto democraticamente? Ma la parola rinuncia appare troppo amara, inaccettabile per il nostro palato delicato, per le nostre menti e per i nostri cuori educati dalla mentalità del supermercato. Eppure è convinzione di chi scrive che proprio praticando una pedagogia del limite che potremmo evitare la catastrofe e costruire una pedagogia della speranza per le nuove generazioni.

(1) Il granchio reale blu (di origine atlantica) e il granchio blu del Mar Rosso; è soprattutto il primo ad avere avuto un impatto impressionante sulle specie autoctone e sulla nostra economia. Si stima addirittura che abbia causato danni per circa 100 milioni di Euro al settore della pesca. Questo perché è un predatore onnivoro che in alcune zone, come il delta del Po e in genere le coste dell’alto Adriatico, ha letteralmente decimato le popolazioni di vongole veraci, telline, cozze, ostriche, gamberi, astici, scampi, aragoste, pesci di fondale (si pensi alle sogliole) e alghe.( Foto e nota da e-on 18/10/24)