IL MACAAL E LA COLLEZIONE PERMANENTE: UN DISPOSITIVO CURATORIALE DI ATTIVAZIONE CRITICA DELLE PRATICHE ARTISTICHE AFRICANE CONTEMPORANEE

Dopo un’importante fase di ristrutturazione e ripensamento del proprio modello museale, il Musée d’Art Contemporain Africain Al Maaden (MACAAL) di Marrakech presenta per la prima volta la propria collezione permanente, articolata attraverso un impianto curatoriale radicalmente performativo. L’allestimento si struttura secondo sette sezioni tematiche, ciascuna incarnata da un verbo d’azione: Decolonizzare, Trascrivere, Iniziare, Coabitare, Confluire, Promettere, Tessere.

La curatela, firmata da Morad Montazami e Madeleine de Colnet di Zamân Books & Curating ( 4 ), è concepita come un dispositivo epistemico e politico, volto ad interrogare criticamente le narrazioni istituzionali dominanti ed a valorizzare l’eterogeneità delle pratiche artistiche africane. In tal senso, il progetto risponde alla necessità – fortemente avvertita in ambito museologico contemporaneo – di concepire il museo non più come semplice contenitore, ma come spazio di enunciazione e di conflitto simbolico, in linea con le riflessioni di Okwui Enwezor, per il quale “il museo deve diventare una piattaforma aperta alla pluralità e alla dissonanza delle storie” (Enwezor, 2001).(1)

Ogni verbo attiva un campo semantico e performativo specifico:

  • Decolonizzare invita a smantellare le strutture epistemiche ereditate dalla colonizzazione e a recuperare forme autonome di conoscenza;

  • Trascrivere pone l’accento sulla necessità di riscrivere le memorie marginalizzate;

  • Iniziare allude a un gesto generativo, fondativo, ma anche utopico;

  • Coabitare evoca la costruzione di spazi condivisi, attraversati da differenze e tensioni;

  • Confluire suggerisce intersezioni tra identità, media e temporalità;

  • Promettere guarda all’avvenire come campo di possibilità;

  • Tessere implica il lavoro lento della ricostruzione, della relazione e della cura.

Queste categorie non sono ne esaustive e neppure gerarchiche: esse si presentano come modalità critiche d’interrogazione del presente, ispirate da una visione decoloniale che rifiuta le tassonomie occidentali dell’arte e della cultura. In questo senso, si iscrive nel solco tracciato da Achille Mbembe, che in Critique de la raison nègre (2013) (2) denuncia la razionalità coloniale come “dispositivo di spossessamento del mondo” e rivendica l’urgenza di pratiche culturali capaci di restituire soggettività.

La sezione Connettere, posta all’inizio del percorso, propone un excursus cronologico della storia dell’arte contemporanea africana dalla stagione delle indipendenze ad oggi nel fornire gli strumenti per leggere la complessità storica e teorica delle produzioni artistiche africane contemporanee. Le successive sezioni tematizzano, attraverso opere provenienti dalla collezione del museo, questioni centrali della produzione artistica postcoloniale: la decostruzione degli immaginari coloniali, la riscrittura della memoria storica, la negoziazione identitaria, le forme di comunità e solidarietà, le estetiche diasporiche, e le genealogie intersezionali che attraversano il continente africano e le sue molteplici diaspore.

La medesima sala, intesa come elemento di fusione di tutte le altre voci , propone quindi  una narrazione diacronica e contestuale, capace di restituire la complessità delle traiettorie artistiche africane post-indipendenza, nel ripercorrere snodi storici, come le Biennali panafricane, la diaspora intellettuale e la trasformazione delle grammatiche visive. In questa prospettiva, il museo si avvicina all’idea di Simon Njami, secondo cui “l’arte africana non è una categoria, ma un processo in continua negoziazione, una tensione tra località e universalità, tra storia e immaginazione” (Njami, 2007).(3)

Il MACAAL, dunque, si propone non solo come spazio espositivo, ma come laboratorio critico e transculturale, in cui la collezione permanente è intesa come archivio dinamico, in costante riscrittura, che riflette la condizione diasporica, transnazionale e postcoloniale dell’arte africana contemporanea.

L’adozione di una grammatica curatoriale fondata sul “verbo” permette infine di ribaltare l’ontologia passiva dell’opera a favore di una fenomenologia del gesto: l’arte non come oggetto da contemplare, ma come atto che interroga, destabilizza e reinventa.

 

Per i lettori che volessero approfondire:

  • (1) Enwezor, Okwui. The Short Century: Independence and Liberation Movements in Africa, 1945–1994. Prestel, 2001.

  • (2) Mbembe, Achille. Critique de la raison nègre. Paris: La Découverte, 2013.

  • (3) Njami, Simon. Revue Noire: African Contemporary Art. Revue Noire Éditions, 2007.

    (4) Montazami, Morad, e de Colnet, Madeleine. Zamân: Texts and Projects 2015–2020. Zamân Books, 2021.