Nel panorama della poesia italiana del secondo Novecento, vi sono figure che, pur agendo ai margini dei grandi centri editoriali o delle principali correnti critiche, hanno contribuito in maniera sostanziale alla vitalità della scena letteraria. Giovanni Zampi, nato tra Arezzo e Siena, rappresenta una di queste voci autonome, il cui percorso intreccia pratica poetica, attività didattica e organizzazione culturale, in una prospettiva di continuità tra vita e letteratura.
Zampi è stato redattore della rivista di poesia Titus tra il 1984 e il 1992, un periodo in cui la riflessione sulla forma breve e sulla lirica individuale conosceva nuove declinazioni, in parte come reazione alla stagione dell’impegno ideologico e alla disgregazione delle grandi narrazioni storiche. Titus si inserisce in quella costellazione di riviste letterarie che, come osserva Romano Luperini, “hanno svolto la funzione di laboratori di linguaggio, luoghi di confronto e di selezione estetica” (Luperini, 1998). In tale contesto, Zampi assume un ruolo attivo, promuovendo una poesia essenziale, lontana da ogni forma di spettacolarizzazione.
Durante gli anni Ottanta e Novanta, Zampi partecipa a numerosi eventi letterari di rilievo: Un fiume di poesia. La stagione dell’Intimo a Padova (1987–89), le letture al Caffè Portnoy di Milano, introdotto da Roberto Mussapi, e al “Teatrino del guerriero” di Bologna su invito di Roberto Roversi. Luoghi simbolici della militanza letteraria, questi appuntamenti testimoniano una rete di dialogo tra poeti, critici e pubblico che cerca di rinnovare il patto comunicativo della poesia con la società.
Particolarmente significativa è la sua presenza a Firenze, al Gran Caffè Giubbe Rosse, dove partecipa alla rassegna Riviste come funghi. Confronti tra riviste italiane di letteratura, e nel 1987 al convegno nazionale “Inventari” a Figline Valdarno, entrambi segnali di un interesse critico verso la pluralità delle forme editoriali e delle poetiche allora in circolazione.
Parallelamente alla sua attività poetica e didattica, Zampi si è distinto come promotore di eventi culturali per il Comune di Arezzo. Negli stessi anni, organizza la rassegna Dai trenta ai Quaranta, che si configura come uno spazio di valorizzazione della poesia contemporanea. Tra gli autori invitati si segnalano figure centrali della poesia italiana come Alessandro Ceni, Mario Baudino, Giancarlo Pontiggia e Pier Massimo Forni. Questo impegno nella costruzione di un dialogo intergenerazionale e interregionale conferma l’orientamento di Zampi verso una poesia intesa come pratica collettiva, anche se intimamente radicata nella soggettività.
Dopo anni di attività diffusa ma non sistematizzata editorialmente, Zampi pubblica nel 2013 la sua raccolta Qui è sempre inverno presso la casa editrice Italic-Pequod di Ancona. Il titolo della silloge suggerisce un’atmosfera rarefatta, quasi sospesa, che si riflette nel tono meditativo e disilluso dei testi. In una recensione apparsa su “La Voce di Romagna”, Matteo Fantuzzi ha evidenziato come la raccolta si configuri come “un viaggio nella stasi dell’anima, tra interni domestici e paesaggi mentali dove il tempo pare essersi congelato”.
Nel 2014 il volume è stato presentato all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, nell’ambito della rassegna Poesia dal vivo. Incontri con i poeti, promossa dalla professoressa Silvia Zoppi. Questo evento testimonia il riconoscimento istituzionale della scrittura di Zampi e ne colloca l’opera all’interno di un più ampio discorso accademico sulla lirica contemporanea.
Divano di madreperla
Lasciamo passare la notte con te sdraiato sul divano di madreperla e io che parlo alla fosforescenza del sonno – domani tra le lattine e l’odore di carta bruciata – domani nel principio del mattino l’angelo del giudizio indosserà ali di madreperla e uno sguardo di specchio che parla oltre il suono alle vene.
Lasciamo passare il giorno con me sdraiato sul divano color di pece con te che parli al pulsare nero dell’insonnia e nessun angelo suonerà le trombe del giudizio. Stai immobile come un’idea, io dico.
Posti
Bisogna vederli i posti. Che si chiudono
che si allargano come macchie luminescenti
o si cancellano dopo una sera – questa per esempio –
breve d’inverno. E poi che non sono mai gli stessi quelli
a cui si torna, penso. Non dico di sterminate partenze,
dico che basta lasciarli appena.
Da Qui è sempre inverno






