CHARLES SIMIC: IL POETA TRA DUE MONDI

Charles Simic nasce a Belgrado, nell’ex Jugoslavia, il 9 maggio 1938, nel pieno di un’Europa devastata dalla Seconda guerra mondiale. Sebbene ancora bambino, la guerra segnerà profondamente la sua visione del mondo, divenendo una delle matrici profonde della sua poetica. Nel 1954, a soli 16 anni, emigra negli Stati Uniti per raggiungere il padre che vi si era trasferito da tempo. Si stabilisce a Chicago, dove inizia una dura vita da emigrante, svolgendo ogni genere di lavoro per mantenersi.

Nel 1961 presta servizio militare nell’esercito statunitense e inizia a costruire la propria identità artistica. Si appassiona alla poesia latinoamericana, in particolare a Pablo Neruda e César Vallejo, e si iscrive all’università, dove avvia la pubblicazione delle sue prime poesie. Ben presto, alla scrittura poetica affianca quella saggistica e critica, facendosi apprezzare anche come acuto osservatore del mondo letterario.

La notorietà arriva negli anni Settanta, quando Simic si impone come uno degli esponenti di spicco del minimalismo poetico americano. La sua scrittura, asciutta e essenziale, è spesso accostata a quella di William Blake, per la capacità di coniugare visione e semplicità. Ma Simic è molto più di un minimalista: la sua opera è un crocevia tra culture, dove il rigore formale dell’Occidente incontra la vena visionaria e spesso surreale delle radici balcaniche.

Non a caso, la sua produzione spazia dalla poesia alla filosofia, passando per l’arte e la musica jazz. È stato anche redattore per la sezione poesia del The New York Times Books, contribuendo alla diffusione della cultura poetica negli Stati Uniti.

Uno degli esempi più recenti e significativi del suo stile è Avvicinati e ascolta, raccolta pubblicata nel 2022 in traduzione italiana (a cura di Moira Egan e Damiano Abeni per Tlon). In questa silloge, Simic fonde l’eleganza del minimalismo americano con i toni inquieti e allucinati del surrealismo serbo. La sua voce, profonda e malinconica, esplora i grandi temi dell’esistenza con ironia e leggerezza, come emerge nei versi della poesia Quiz a notte fonda:
«Charles Simic ha paura della morte? / Sì, Charles Simic ha paura della morte. […]
È pronto a incontrare il suo Creatore? / Come uno scoiattolo che attraversa la strada».

Questa capacità di accostare il tragico al comico, il quotidiano al metafisico, fa di Simic una figura unica nel panorama poetico contemporaneo. La sua opera continua a ricordarci che la poesia è, in fondo, uno sguardo lucido e immaginifico sul mistero dell’esistenza.

Sono cresciuto chino
su una scacchiera.

Amavo la parola scaccomatto.

Il che sembrava impensierire i miei cugini.

Era piccola la casa,
accanto a un cimitero romano.
I suoi vetri tremavano
per via dei carri armati e caccia.

Fu un professore di astronomia in pensione
che m’insegnò a giocare.

L’anno, probabilmente, il ’44.

Il Re bianco andò perduto,
dovemmo sostituirlo.

Mi hanno detto, non credo sia vero,
che quell’estate vidi
gente impiccata ai pali del telefono.

Ricordo che mia madre
spesso mi bendava gli occhi.
Con quel suo modo spiccio d’infilarmi
la testa sotto la falda del soprabito.

Anche negli scacchi, mi disse il professore,
i maestri giocano bendati,
i campioni, poi, su diverse scacchiere
contemporaneamente.

E si ammassavano le nuvole

Sembrava il tipo di vita che volevamo.
Fragole di bosco e panna al mattino.
La luce del sole in ogni stanza.
E noi a camminare nudi sulla riva.

Qualche sera, però, ci siamo trovati
incerti sul domani.
Come attori tragici d’un teatro in fiamme,
con gli uccelli a ruotare in cerchio sulle nostre teste,
ed i pini scuri inspiegabilmente ancora lì fermi,
abbiamo calpestato ogni roccia insanguinata dal tramonto.

E poi di nuovo sul nostro terrazzo a sorseggiare vino.
Perché sempre questo senso di tragico finire?
Nuvole dalle sembianze quasi umane si ammassavano
all’orizzonte, mentre ogni cosa era piacevole
nell’aria mite ed il mare sereno.

Poi la notte ancora ci sorprese, una notte senza stelle.
Mentre tu accendevi una candela, nuda la portavi
in camera da letto ed in fretta la spegnevi,
ancora lì, inspiegabilmente fermi nel buio, i pini e l’erba.

Negozio di vestiti usati

Un’ampia scelta di vite passate
in mezzo a cui frugare
alla ricerca di quella che ti vada bene
pulita e stirata,
però consunta al collo.

Un manichino vestito di nero
è all’ingresso per servirti.
I suoi occhi non ti lasciano andare.
I suoi baffi sembrano disegnati
con la punta di un sigaro spento.

Vedi torri pendenti di pantaloni.
Appena ti volti per scappare,
i cappelli di uomini morti rotolano
sul pavimento per accompagnarti
premurosi all’uscita.

Il vento è finito

Mia picciola barca

abbi cura di te,

non c’è

terra in vista.