Fotografo, pittore, regista e poeta tra le voci più rilevanti della letteratura araba contemporanea, Ashraf Fayadh incarna, nella sua traiettoria biografica e artistica, le tensioni più laceranti del nostro tempo: l’esilio, l’identità negata, la libertà espressiva soffocata dalla censura e dalla repressione politica.
Nato nel 1980 nel Regno Saudita da una famiglia palestinese rifugiata originaria di Khan Yunis, Fayadh cresce nella città di Abha, nella regione montuosa di ʿAsīr, luogo che avrebbe nutrito la sua sensibilità visiva e poetica. Impossibilitato a iscriversi a un’accademia artistica a causa del suo status di apolide, si trasferisce in Egitto per studiare Giurisprudenza all’Università di al-Azhar. L’esperienza egiziana diventa per Fayadh non solo un’opportunità educativa, ma soprattutto un ritorno alle radici e un risveglio identitario che segna l’inizio della sua produzione poetica.
Con la raccolta “Le istruzioni sono all’interno” , Fayadh offre un’opera intima, lucida, disincantata, riflessiva. I suoi versi, privi di toni militanti o retoriche nazionaliste, rivelano una poesia della perdita e dell’assenza, che proprio per la sua forza quieta diventa minacciosa agli occhi del potere.
Dopo il ritorno in patria, Fayadh si unisce al collettivo artistico Al-Miftaha, voluto dal principe Khālid bin Fayṣal, promotore di un ambizioso programma culturale volto a rinnovare il panorama artistico saudita. Qui Fayadh consolida la sua identità di artista multidisciplinare, partecipando alla fondazione di Edge of Arabia, un’iniziativa che ha dato voce alla nuova arte contemporanea saudita su scala internazionale.
Nel 2013, Fayadh cura “Most Visible”, mostra collettiva radicale e “clandestina”, allestita nel centro commerciale di Gedda. Un gesto di rottura e un atto d’amore verso la propria comunità artistica, coinvolgendo artisti esordienti in un progetto corale basato su cooperazione, semplicità e autenticità. Il suo impegno culmina nel 2013 alla Biennale di Venezia, dove è curatore e protagonista di “Rhizoma – Generation in Waiting”, simbolica dichiarazione di identità collettiva che trae forza dalla metafora botanica del rizoma: espansione invisibile, silenziosa, sotterranea ma vitale.
Ma proprio nel momento in cui la sua voce sembra finalmente guadagnare lo spazio che merita, inizia per Fayadh una discesa tragica. Arrestato nel 2013 con l’accusa di blasfemia e apostasia — basata su accuse pretestuose, fraintendimenti intenzionali e la strumentalizzazione della sua poesia — viene condannato prima a quattro anni di carcere e 800 frustate, poi alla pena di morte per decapitazione, sentenza poi commutata, sotto la pressione internazionale in otto anni di detenzione e le stesse 800 frustate.
Il caso di Fayadh testimonia del ruolo dell’arte nei regimi autoritari e sul prezzo della libertà d’espressione in contesti oppressivi. Se il suo arresto è il risultato di una denuncia individuale nata da una banale lite, è evidente che il bersaglio sia stato in realtà la sua opera, il suo pensiero, la sua libertà.
La reazione del mondo culturale e umanitario è stata potente e trasversale: da Human Rights Watch a PEN International, da scrittori come Carol Ann Duffy e Adonis, fino a intellettuali e artisti di ogni parte del mondo, tutti hanno fatto sentire la propria voce per salvarne una.
Nel 2019, a testimonianza della sua incrollabile volontà creativa, esce “Epicrisi”, edita in Tunisia e pubblicata in Italia da Di Felice Edizioni: un’opera che testimonia la forza resiliente della poesia anche nei luoghi del silenzio e della sofferenza.
Ashraf Fayadh è oggi, anche nella reclusione, simbolo vivente di resistenza . La sua opera è traccia e denuncia, memoria e sopravvivenza. Una voce che, pur privata della libertà, continua a parlare a chi ha orecchie per ascoltare.
UN CORVO…CHE VOLA SU STAMPELLE
Le istruzioni sono all’interno
(trad. Alessandro Buontempo)
La piuma nera
non s’addice alle novità
che adesso vanno per la maggiore
né s’addice ai cavi elettrici
né a cadaveri
ricomposti per non marcire.
Iddio sul trono
ascoltava la tua contro-lode
e ti puniva tutto il tempo…
per il tuo volteggiare sospetto sopra i cadaveri profumati.
Iddio sul trono
ha creato gli uccelli e gli ha insegnato il volo,
gli ha insegnato a procacciarsi il cibo
e a cadere… tutte le cadute, le proibite e le permesse.
Iddio sul trono
e tu adesso provi a riparare le tue ali
tu, qua,
apprendi un’altra lezione
da ciò che hai perso
da ciò che fanno gli uccelli
dal loro trovare migliore un’attraente piuma
che l’acqua non abbia lungamente lambito.
Iddio sul trono
ti toglie il volo, perché non rubi lo sguardo
a tetti di città non avvezze al tuo volteggiare
perché non si insozzino dei tuoi escrementi i fili per panni.
Si dice che nutri una speranza di riuscire a volare
sfidare il trono,
contravvenire alle disposizioni del creato
e a ciò che Dio agli altri uccelli ha dato in sorte di fare.
Iddio sul trono
nutre tutti i pennuti,
che la sera tornano satolli
e tu provi a partire la mattina
da una fame,
per racimolare quel che ti si offre degli scarti della gente,
perché si profumino d’una fine pioggia le carogne
che vedi scagliate a perdita d’occhio.
Hanno tacciato la tua stirpe di malaugurio
venduto la tua nerezza a vantaggio di tutte le vittime della fame.
Iddio sul trono
e tu su stampelle
provi a tener salda la tua nerezza nel buio
per non smarrire la via.
E tu… come… te
incancreniscono le pustole del sole
e di nuovo sogni il volo.
Il tuo gracchiare annoverato
tra i rimpianti della notte
e le tue stampelle,
lenirà la delusione adornarle
tingerle all’acqua della tua illusione…
per farle sembrare più sgargianti di quanto siano…
E tu sotto la protezione del mare
resisti all’inabissare delle tue ali.
Iddio sul trono
e tu, con il tuo gracchiare imbratti le quieti della notte
cerchi una luce che esalti il tuo nero per vantarti del malaugurio
e restituire alla dea della sventura
il prestigio perduto.
Inabile al volo
come un pezzo di carbone bagnato
esiliato dal tuo stormo
depredato del tuo nero
e marchiato del vacillare delle tue zampe
come antenna che di notte afferra il tuono cadi. Iddio sul trono
getta le tue ali
alle bocche della gente
perché ti chiamino il loro uccello
perché si proteggano da te con le Sue parole perfette e i Suoi versi… i “di essa Sei più amato.”
E tu, è come se preferissi
esplodere invano la tua bile
per vendicarti
e recitare ciò che riesce facile del gracchiare
dai cavi dell’alta tensione.
Contrastavi qualcosa che affermava il nero
nella tua piuma… nella tua nerezza
nella lode che elevi in nome della notte
in nome dei versi banditi dal Libro
in nome del malaugurio indeclinabile
e in nome del Trono Sublime,
per confermare che la notte ti proteggerà
dall’ingannevole fulgore
quando frugherai in esso tra quel
che si cela dietro l’oscurità dei vicoli,
tra i cumuli di rifiuti…
e un po’ di quanto facilmente cade
delle delizie degli amanti dietro i balconi.
E tu… come… te… come
eri
come desideravi…
sui cavi… cercavi un cattivo presagio
la cui ostilità trasmettere,
e raccoglievi una manciata di gracchiamenti
per uccidere il tempo che ti restava davanti
in modo da riparare le tue ali
e andare.
Dove il tuo posto sia un colore consueto
tra gli speziali i ciarlatani dilettanti…
e i parlanti di lingue sospette.
Dove tu sia… come sei
come… eri…
ti libravi nel cielo di Dio
e ti profondevi nelle oscure lodi
tra le braccia del Trono.






