ANIMA MEDIEVALE

 Il Limite / RANIERO REGNI / 202

    “Pubblichiamo volentieri il testo del nostro collaboratore Raniero Regni, testo che è uscito nel numero annuale della rivista ceraiola “Viacheccoli” pubblicata in occasione della Festa dei Ceri di Gubbio di quest’anno” 

                                           Alla memoria di mia madre Emma

Velocità. Rumore. Simulazione. Superficialità. Il nostro mondo gira sempre più in fretta. Corriamo sempre più veloci e siamo sempre in ritardo. Ci stiamo perdendo dietro ad uno sviluppo illimitato, un cannibale che divora se stesso.

Gubbio è (era?) un luogo dove posare l’anima. L’anima? Ma se oggi esistono solo le cose e i simulacri delle cose, che girano in quel non-luogo che è la rete, piena di oggetti da vendere e comprare?  Anima, dal greco ànemos, che vuol dire vento. Perché come il vento agisce, si muove ma non si vede. Come il vento, potente e impalpabile, è il respiro della terra, così l’anima è il soffio vitale del corpo. Quando se ne va, il corpo muore. L’anima è invisibile agli occhi. Ci sfugge anche nelle persone. Oggi, che sembriamo diventati ciechi a questa dimensione spirituale, la possiamo vedere addirittura in un luogo?  Può l’anima appartenere ad una città?

Gubbio ha un’anima medievale e la Festa dei Ceri conserva ancora quest’anima, impalpabile e forte. Chi è nato qui, tra queste mura, ha un’anima medievale? Che vuol dire? Che appartiene a quelle pietre nude e cariche di promesse, dure eppure vibranti, semplici eppure ricche di senso. L’eco della corsa dei ceraioli tra quelle strade si riverbera nei secoli. Viene da lontano. Gubbio non è la nostra città, non ci appartiene, siamo noi ad appartenere ad essa. Noi apparteniamo a questa città di pietra e di silenzio, che torna ad essere se stessa quando la furia e il rumore della Festa si acquietano. Allora capiamo che cosa è accaduto. Allora nel nostro cuore, che ha ripreso a battere regolarmente dopo la corsa a perdifiato, sentiamo tutta la bellezza, semplice e potente, della Festa dei Ceri.   E capiamo che tutto quello che modernizza appesantendo la Festa, che sembra arricchirla, invece la corrompe e la impoverisce.

Che cosa vediamo quando guardiamo una città, magari la nostra città? Vediamo case, strade, piazze, chiese, palazzi, e poi automobili, persone, forse qualche animale. Vediamo colline e monti che la circondano. Vediamo spazi e superfici. Con i nostri sensi impoveriti, che pensano per segmenti e tagliano la realtà in settori produttivi e servizi, vediamo solo la superficie delle cose, non ne vediamo la storia e i suoi simboli, e, soprattutto, ci sfugge completamente l’anima.

Una città possiede un’anima di madre e, come una madre, ci ha dato la vita. Anche quando muore, in quell’ora che non ha sorelle, non ci lascerà mai soli. Ai figli e alle figlie una madre non muore mai. Una madre è una luce sempre accesa alla finestra. L’anima e il ricordo ci accompagneranno per sempre.

L’anima medievale di Gubbio è un’anima semplice e forte, delicata e rude, silenziosa ma carica di preghiera e gratitudine per gli antenati che ci hanno lasciato questa eredità e questa Festa. La possiamo capire solo nel silenzio che, come scriveva Leopardi, “è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore, dell’ira, della meraviglia, del timore”.

È paradossale. Nel culmine della folla che grida al momento dell’alzata o nel vortice della corsa, c’è silenzio, come nell’occhio di un ciclone. Lì l’anima medievale di Gubbio parla e tace. Ci dice che dobbiamo essere forti e gentili, generosi e attenti. Che non dobbiamo dimenticare l’antica madre. Ci dice che dobbiamo aver cura dei luoghi, degli edifici e dei loro significati. Che dobbiamo pregare, colmi di gratitudine, per quello che abbiamo ricevuto e per la ragionevole speranza in una Trascendenza, che ci spinge a guardare verso l’alto, verso S. Ubaldo. Ci dice che dobbiamo ammirare i migliori e aiutare i più deboli ed essere sempre fedeli a noi stessi.