Attualità /Paolo Rico /197
Siamo i primi consumatori di prodotti nutraceutici. E ad “ingrassare” con questa dieta salutista è l’industria sanmarinese. Nella piccolissima Repubblica del Titano si concentra, infatti, un megapolo industriale di prim’ordine, il cui dinamismo è per lo più dovuto all’altissima domanda italiana di nutraceutica. Ma cos’è questo neologismo? È una crasi, per tenere assieme, nella nomenclatura come nella filiera manifatturiera, nutrizione e farmaceutica. Si tratta di una felice novità terminologica, lanciata con successo nel 1980 dal ricercatore italo-statunitense STEPHEN de FELICE, particolarmente impegnato nella prevenzione cardiovascolare e nelle difese del sistema immunitario. Invero, avevano subito cominciato antiche civiltà protostoriche a convincersi dell’uso terapeutico di taluni alimenti. Anche IPPOCRATE, il nume tutelare della medicina occidentale degli albori, insisteva per una salute mai disgiunta dal cibo, rilanciando le stesse conclusioni di 4mila anni prima, adottate, ad esempio, da guaritori ayuverdici. Ai loro lasciti cultural-professionali, per così dire, sembra doversi la fortuna dell’industria giapponese, negli anni ’80 del secolo appena decorso molto attiva, nel continente asiatico, a veicolare l’opportunità di affidarsi alla nutraceutica grazie alla grande capacità trasformativa e combinatoria delle più moderne tecnologie di mixing tra piante, alimenti e fonti microbiche, per derivarne paradigmaticamente vitamine, complessi enzimatici, antiossidanti, acidi polinsaturi, copiosamente proposti alla correzione di stili di vita fortemente degradanti.
Difatti, ai nutraceutici si ricorre tendenzialmente contro la cronicizzazione di patologie severe e per migliorare la tonicità della risposta umana quotidiana, ritardando il proprio processo di invecchiamento a sostegno di programmi incrementali dell’aspettativa di vita. Basta riferirsi alle politiche sanitarie inquadrate nella cosiddetta Silver Economy, afferente ai matusa over 65, al mondo d’argento, appunto, come la canizie pressoché di quanti gravitano in un ambito di alternative consumistiche tra età inziali di avvicinamento alla domanda autonoma di beni e merci e maturità nell’acquisto. Ma è tutto il panorama della nutraceutica che… si nutre di valori consistenti.
L’anno scorso la fattura del settore è stata di 178mld di $. Si stima una crescita annuale del 9% fino al 2030 quando il budget della nutraceutica potrebbe attestarsi sui 330mld di $. Vertigini finanziarie, che assegnano al nostro paese una spesa di oltre 5mld nel comparto dei soli integratori alimentari. Si tratta di un trend, per nulla avulso da fondamentalismo estetizzante e narcisista, formidabile sollecitatore di comportamenti nutrizionali lontani dalla tradizione, ad esempio, dalla stessa dieta mediteranea. Comunque San Marino lucra su queste novità dietetiche nostrane e nel variegato luxury del fitocosmetico. Una trentina di aziende produttrici è dentro la costellazione sanmarinese della nutraceutica. Assai gagliarda per profitti, occupazione, innovazione tecnologica, export, margini operativi. Insomma, davvero «piccolo è bello», come appariva negli anni ‘70 ai demografi del Censis l’abortita alba dell’effimero ritorno nei centri minori dopo l’emigrazione forzosa dal Mezzogiorno povero al Nord industrializzato.
Oggi la fortuna sorride a San Marino: 61 kmq la superficie totale dello staterello, con 34mila abitanti, ma con 550 addetti nel solo ramo della nutraceutica e della fitocosmesi, capace di muovere più di 200mln di eu di capitali, parte dei quali garanzia fiscale, peraltro, connotata da un regime impositivo agevolato per i contribuenti, ma non lesivo della dotazione erariale sanmarinese. E’ vero questo cluster di imprese dialoga con le università italiane vicine: Bologna, Urbino, Ancona. 3 atenei nei quali si intensifica la ricerca scientifica, ma pure economica, che interessa il comparto sanmarinese. Rappresentato da 3 grandi realtà manifatturiere e da decine di aziende medio-piccole nella dimensione insediativa, ma non nel movimento economico.

Perché proprio le Pmi del polo del Titano si propongono come modello da imitare nella costante diversificazione produttiva, indotta da un’intensa attività di innovazione e studio, capace di supportare un’attrattiva per ulteriori mercati esteri, in costanza dell’alta specialità merceologica, ritagliata per le esigenze della domanda italiana.
Per la sollecitazione, impressa dai mutati profili della tarda-età, necessitata da alternative di gusto, ricette e perfino confezionamento delle porzioni. E questa capacità di costumerizzazione ovvero di flessibilità della proposta di mercato ad una domanda in ridefinizione è apprezzata dagli anziani, che comprano microporzioni (tra 15 anni, 1 anziano/3 vivrà in casa o fuori da solo, con le specificità inerenti l’attitudine al consumo soggettivo), pronte da consumare, composte dai nutrienti occorrenti alla fascia demografica, convenienti nel prezzo. D’altronde è l’ecosostenibilità che spalanca il futuro alla nutraceutica. Si profila una sostituzione di carne animale con surrogati vegetali a ridotta emissione. Le risorse idriche scarse sono la croce dell’agricoltura e dell’allevamento intensivi; le alghe, non da oggi, sollecitano crescente interesse, specialmente, da parte di investitori. Eppoi, l’entomofagia non rende tutti schizzinosi nel consumo alimentare di insetti. Pertanto, integrare la dieta sembra parola d’ordine e ricorrere all’estetica naturale si offre come soluzione obbligata contro allergeni di ogni tipo. Alla ricerca dell’orizzonte palingenetico della nutrizione di prospettiva.
Perciò, la cosiddetta alimentazione responsabile si farà largo alla conquista del podio nei regimi dietetici, e magari spingerà ulteriormente la nutraceutica sanmarinese, come indicano i report settoriali già oggi così corposamente favorevoli. Infatti, le cronache delle transazioni industriali e immobiliari della zona segnalano costanti dinamiche di capitalizzazione e ampliamento operativo di talune realtà produttive del piccolo Stato. L’Italia non può rimanere semplicemente a guardare. Se vorrà almeno soddisfare la domanda interna senza sacrificare la bilancia commerciale.






