In una Sassari spenta e priva di slancio culturale, soffocata da un affarismo miope che trova espressione nei centri commerciali – becere strutture anonime, architettonicamente discutibili e prive di anima, fucine di omologazione e povertà intellettuale – accogliamo con piacere l’iniziativa del fotografo Marco Ceraglia. La sua scelta di aprire il proprio studio, il MCLab, ad un ciclo di esposizioni d’arte rappresenta un prezioso segnale di resistenza culturale, nell’offrire alla città uno spazio di espressione e confronto di cui sentiva profondamente il bisogno. Ospitiamo il testo critico della mostra ospitata al MCLab e curata dallo storico e critico dell’arte Mariolina Cosseddu. (R.P.)
LI HO VISTI PASSARE
Di Mariolina Cosseddu
La distanza che separa l’occhio di chi guarda dai personaggi catturati sulla tela è del tutto proporzionale alla stessa distanza che separa il solitario studio di Ruben Mureddu nella macchia mediterranea del promontorio di Capo caccia e il resto del mondo. Una postazione, la sua, lontana anni luce da una condizione urbana effervescente di vita esibita e condensata nell’impeccabilità di un vissuto che passa attraverso l’abito.

Blu elettrico possibilmente, nelle varianti di un grigio acceso o di nero fumè. A cui si accompagna camicia d’ordinanza e scioltezza di portamento e, se si ascolta l’eco di quel passaggio, qualche sommessa ilarità nel chiacchiericcio della città distratta. Brandelli, in realtà, di un transito occasionale, frammenti di immagini disfatte dalla luce, residui di umanità in dissoluzione. E’ l’ostentata esistenza in cui vivono i protagonisti senza identità dell’ultimo lavoro di Ruben Mureddu, grandi oliche mostrano l’affresco desolante di un tempo senza storia.

Sono personaggi e situazioni sottratti dall’webb, dai cartelloni pubblicitari, dallo schermo della TV, o visti semplicemente passare in una strada metropolitana, silhouette in movimento fagocitati da un immaginario collettivo che li vuole esseri felici e vincenti, modelli inarrivabili di successo e piaceri in tempi di nuovo edonismo. Perchè di questo si tratta: ammettere che siamo precipitati, ancora una volta, nel reflusso vorticoso della ricerca di gaudio a tutti i costi, di bella presenza assicurata, di aperitivi, colazioni di lavoro, comunioni di risate e gesti dimostrativi. O, forse, non ne siamo mai usciti e all’occorrenza, per mettere riparo a momenti tragici, si rispolvera, con insistenza, l’antico senso della socialità funzionale a far sentire che tutto va bene, tutto va per il meglio.

Soprattutto se ti capita di appartenere ad una élite che si muove nel pianeta annullando le differenze tra Milano e New York, tra Londra e Dubai. Manager e imprenditori di ogni cosa assicuri quotazioni in borsa. Con emulazioni quasi grottesche persino in provincia. Dove ogni tanto capita di veder passare abiti blu, fare sicuro, camminata artificiosamente concitata, mocassini splendenti.

Eppure, su quelle figure svelte, e colte come in occasionali immagini fotografiche, si addensa qualcosa che a prima vista non appare immediatamente chiaro. Sono figure acefale, prive di mani e di consistenza fisica, forme vuote destinate a svanire nel nulla. Una muffa luminosa corrode i corpi in movimento, gli toglie peso e consistenza, li scolpisce nella leggerezza di masse cromatiche in evidente dissoluzione, estranee a chi li ritrae come esseri di un’altra galassia. Su cui si accanisce con crudeltà pittorica. Il tempo di esecuzione è lento e riflessivo. Perché consente di riflettere sugli esiti di una pittura che sperimenta tecniche e modalità esecutive sempre rinnovate, senza mai rinunciare agli oli che permettono luminosità intense e sdrucciolevoli. Dove il colore gioca una partita doppia.

Illustra, come in un raffinato fumetto, i personaggi di questo mondo alieno legandoli allo spazio che.li contiene in maniera indissolubile e, contemporaneamente, li proietta in una condizione allucinata attraverso un cromatismo irreale ed evidentemente simbolico, giocato tra toni eccessivi e bruscamente ribassati, tra stridori e spegnimenti, tra apparizioni e azzeramenti. Come a dire che queste strambe figure sono solo una tra le tante manifestazioni di un presente senza senso. Le immagini appaiono così visionarie, oniriche e surreali, sempre sul punto di essere inghiottite in una sinistra luminosità. Il colore che sgocciola, le imperfezioni volute, il senso di precarietà di ogni forma dicono la volontà di inappartenenza, sottolineano tra ironia e beffa la propria alterità, la propria difesa solitudine. Perchè, in fondo, il gioco appare scopertamente lucido: guardare gli altri per dire di se stessi è strategia consolidata, persino ovvia in un autobiografismo inverso che Ruben Mureddu pratica nella consapevolezza che il vero e il falso sono interscambiabili.
Tra vita e finzione non corre nessuna differenza.






