Home La Rivista Attualità e Amarcord COCKTAIL EN ROSE: LE DONNE TIFANO SPRITZ

COCKTAIL EN ROSE: LE DONNE TIFANO SPRITZ

Attualità /Paolo Rico /194

 Sembra una storia estrema la ricostruzione diacronica del cocktail, legata  – come si ritiene autorevolmente –  all’emancipazione femminile. Un po’ come il divorzio. Tema, quest’ultimo, dibattuto, sempre in circoli femminili nel XVIII secolo a Napoli, nella fiorente stagione  – fiorente e pure fiorita per l’intellettualità dell’epoca –   del cosiddetto “illuminismo partenopeo”, pregno di svolte culturali inattese e insospettate, particolarmente nelle discipline scientifiche, non meno, in verità, che in ambito filosofico, purtroppo non nelle dinamiche socio-economiche, però. Proprio come si pensa sia accaduto quando si ascrive ai movimenti di riscatto della donna l’affermazione, se non specificamente il “battesimo”, del cocktail. Origine, che si fa risalire  – nella vulgata più convincente –  all’azione delle numerose organizzazioni di riscatto rosa.

   Ma conviene passare al presente, per confermare come, nel cocktail, tutto sembra muoversi al femminile. A cominciare dalla speciale “vocazione” dell’altra-metà-del-cielo per questo rito, oramai collettivo, dell’aperitivo liquido e solido in uno. Perché cocktail significa seconda pratica sociale nella graduatoria dei consumi nazionali. E a portarla in alto tale scelta collettiva sarebbe particolarmente l’universo femminile, stando alle analisi di istituti accreditati nelle rilevazioni socio-statistiche di settore, i quali partono dalla definizione  – per dire: istituzionale –  della bevanda come miscela di almeno due ingredienti, uno dei quali, di necessità, alcolico. E quest’associazione tendenzialmente mediana ovvero alcolica, ma non esclusivamente alcolica, porterebbe le donne a preferire il cocktail, secondo gli analisti dei comportamenti sociali. Anzi, di femminile  – praticamente, di coerente con le condotte parsimoniose e onnicomprensive tipiche delle donne –  nel cocktail confluirebbero la soglia contenuta del prezzo e la sua tendenziale esaustività ristoratrice,

   Tra gli “eletti” della consumazione classica da bar troviamo, perciò, donne tra i 35 e i 55 anni; per lo più, metropolitane; redditualmente messe benone e, soprattutto, socievoli. Consumatrici, invero, dello spritz perché bevanda creativa e flessibile, secondo tendenziali priorità, che le donne riconoscerebbero ad un’ideale scala  – definisco così –  dei valori di largo impiego quotidiano. Le statistiche osservano pure , però, come la propensione al risparmio  – nota caratteristica della “casalinga” (per favore, senza pregiudiziale etichettatura socialmente discriminante); insomma, dell’accorta mamma di famiglia –  sia, nel caso, stranamente solo al settimo gradino inferiore delle esigenze, riferite dalle consumatrici di spritz. Segno di scarsa attenzione a qualità e servizio? No!, riferiscono gli esperti, sottolineando come quella del prezzo e l’altra del gusto sembrano passare in sottordine a favore dell’impellente priorità-socializzazione delle donne, le quali più che gustare l’aperitivo, sono invogliate segnatamente a considerare lo spritz occasione amicale.

   Difatti, il “rito” verrebbe “celebrato” dalle donne  – al 75% –  almeno una volta a settimana. Tanto che stakeholders sono già in azione per investire culturalmente sullo spritz come cerimonia collettiva, puntando sulla componente mista tra tartina e bevanda, simbolicamente rappresentative di quel mondo dell’enogastronomia totale, in cui nessuna componente può rimanere fuori da ogni strategia di nicchia. Anzi, circola una sorta di decalogo dalle pretese sociologiche, per decodificare i singoli gusti. Nel senso che allo champagne, per esempio, si attribuirebbero retropensieri di sensualità e vigore, indubbio alimento di sconfinamento, com’è stato alle origini secoli fa della pratica femminile dell’aperitivo. Così, a prediligere lo champagne sarebbero donne attive nel mondo della moda e dell’intrattenimento. Mah, come commentare? Forse, nel segno di montanti interessi neurocognitivi nelle descrizioni più etnografiche (gruppali; suddivise per spicchi di comuni interessi) tra gli studiosi della società quotidiana. Gli stessi, che rimproverano al vino bianco, ad esempio, lo stigma della parsimonia nel quadro delle reali possibilità reddituali del consumatore medio e alla tequila un’implicazione choccante e borderline per le donne che la prediligono. Per finire al whisky, interpretato come fattore di effettiva parità di genere da parte delle donne dello spritz. Ci sta, ma alla luce di etnocentrismo, mettono subito le mani avanti gli stessi studiosi di questi comportamenti femminili.

   Magari risalendo a ritroso al giorno ipotizzato della rivolta rosa a colpi di cocktail. Data, fissata alla primavera 1798 quando fu consumata la prima bevanda miscelata e analcolica, secondo l’etimo di cocktail, piuttosto legato all’espressione inglese di cocktails horses ovvero cocktail da cavalli con le code mozzate, come non  – dico: non –  erano i purosangue e, dunque, allo stato composito e non-puro, esso stesso, di cocktail ovvero beveroni mixati. In realtà, da fonti diverse, la storia del cocktail sembra privilegiare le sue radici aristocratiche come quelle, che crescevano nei salotti della buona borghesia ottocentesca, ambiguamente attraversati dalle donne come momento di sfida di genere contro lo strapotere maschile e quali occasioni di ritrovo per sperimentare forme, anche trasgressive, di convivialità. Tutto, con un occhio allo scontro, determinatosi nella società americana negli anni  – intorno al 1920 –  del proibizionismo. Tanto che nel 1930 Vogue vaticinava che quelle donne, amanti di cocktail e fiere oppositrici dei divieti all’uso di alcol, «hanno in sé le qualità mentali e i modi di fare che le rende leader».

Nella foto il Horse’s neck cocktail (da WINEHARMA.COM)

   Non so se è questa la motivazione sottesa alla campagna di “promozione rosa” del cocktail, ingaggiata da talune etichette o da locali di tendenza, perché la consumatrice tipo è profilata come particolarmente attenta al prezzo e consapevole della qualità complessiva di ciò che viene preparato e servito. Tanto che fioccano appuntamenti per un aperitivo day nel quale inscrivere prodotto e significato sociale dell’evento.

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