ANNE STEVENSON POETA

Da una nota di Anne Stevenson sulle Bloodaxe Lectures, 2016

Tra il 23 febbraio e il 3 marzo 2016 ho viaggiato da Durham per tenere le tre Bloodaxe Lectures annuali a un pubblico attento e caloroso all’Università di Newcastle. Il titolo provvisorio delle conferenze era We thought we were living now, but we were living then, tratto dal mio poema “The Fiction-Makers”, ma quando Bloodaxe Books le pubblicherà nel 2017 appariranno con il nome, forse più intrigante, ABOUT POEMS, and how poems are not about. Il nuovo titolo è nato da un’idea che Wallace Stevens ha esposto nel suo libro sull’immaginazione poetica, The Necessary Angel. Stevens riteneva che la poesia si differenziasse dalla prosa per il fatto di non parlare direttamente di cose, persone, idee o eventi pubblici. Ho citato Stevens: “Le parole del poeta sono di cose che non esistono senza le parole” e “Al di sopra di ogni altra cosa, la poesia è parole: e le parole, al di sopra di ogni altra cosa, sono in poesia suoni”. Il punto di vista di Stevens non è, ovviamente, definitivo o finale; esistono molte buone poesie che parlano di cose – poesie politiche, versi comici e satirici, poesie narrative, poesie della memoria.

 Ma sono passati cento anni da quando i cosiddetti modernisti hanno spezzato le catene delle regole prosodiche del verso inglese, e sospetto che l’ampia popolarità odierna della poesia fai-da-te sia nata almeno in parte come reazione all’elitarismo altezzoso di poeti come Stevens e T.S. Eliot, spostando l’accento dalla lettura o dalla recitazione di poesie note alla scrittura di poesie proprie. La poesia non è più un bene prezioso degli specialisti, degli insegnanti, degli accademici, dei poeti stessi e dei critici. Né le grandi poesie sono considerate opera di pochi uomini morti, scritte per essere memorizzate o studiate da ammiratori meno dotati. Le poesie, si sostiene, possono e devono essere scritte da chiunque voglia comunicare i propri sentimenti. A che cosa servono le parole se non riguardano ciò che dicono? Ho fatto appello a Stevens e ad altre figure importanti per sostenere la tesi opposta: che la poesia è effettivamente una forma d’arte in cui le parole implicano sentimenti e impressioni che non sono traducibili in un “senso” immediato; che la poesia è nata insieme alla musica e alla danza come espressione indefinibile di emozioni.

Come la danza e il mimo si esibiscono per un pubblico attraverso il corpo, la poesia, come il canto, si esibisce attraverso la voce di un poeta alle orecchie dei suoi ascoltatori. Scriverla è ascoltarla; non è certo più facile scrivere una poesia memorabile di quanto non lo sia scrivere una musica memorabile

Naturalmente, le parole non sono solo suoni. Come è stato tanto sottolineato dalla critica letteraria verso la fine del secolo scorso, le parole sono anche “significanti”, simboli, puntatori di oggetti, idee, sentimenti, prove, che tutto il linguaggio (compreso quello della musica e della matematica) esiste per identificare. Il linguaggio, nella sua immensa varietà, si relaziona con la realtà in così tanti modi che i filosofi non rischiano di essere presto fuori dal mercato. Non lo sono nemmeno i pittori e gli artisti visivi che, come i musicisti, lavorano con significanti non verbali, creando immagini per impressionare l’occhio umano, così come i poeti e i compositori creano modelli sonori per l’orecchio. Ciò che tutte le arti forniscono e hanno fornito per lungo tempo può essere meglio compreso con la parola preferita da Wallace Stevens, immaginazione: quel fattore umano comune che ci rende unici tra gli animali, attraverso il quale le nostre menti sono in grado di comunicare e compiacersi a vicenda al di là delle pretese dell’istinto o del momento immediato.

 L’arte e la religione, la storia e il mito, la visione e l’aspirazione, nonché le prove matematiche e le invenzioni tecnologiche non esisterebbero se non fosse per l’immaginazione umana, fonte di tutta la nostra creatività. Eppure, nonostante i sempre più meravigliosi (e terrificanti) progressi tecnologici di oggi, siamo ancora banditi, come Adamo ed Eva, da qualsiasi certezza di paradiso sociale o personale. Al di fuori di ogni Eden di perfezione immaginaria si trova la “realtà” della nostra vita animale – la “nascita, la copula e la morte” di Eliot -, la “verità”, le “falsità” e le complessità sociali del mondo reale che conosciamo e mettiamo alla prova ogni giorno attraverso la nostra esperienza sensoriale e le nostre menti intenzionali e speculative.

A mio avviso, è troppo facile separare l’“immaginazione creativa” nelle arti dall’immaginazione investigativa che dà origine al pensiero logico e al metodo scientifico. Gli scrittori fantasiosi, come i credenti religiosi, o proiettano sulla realtà un proprio linguaggio convincente tratto da un’osservazione simpatica (il realismo di Robert Frost, per esempio, o di Elizabeth Bishop, ma anche di Sigmund Freud) o sostituiscono la realtà con un linguaggio persuasivo o fantasioso di finzione (il ricamo verbale di Gerard Hopkins, o di Wallace Stevens – ma forse anche dei teorici speculativi delle stringhe e degli astrofisici di oggi).

 La mia tesi, implicita in tutte e tre le conferenze di Bloodaxe, è che la parola “immaginazione” significa molte cose per molte persone, che il “far credere” è solo una delle sue forme, e che le intuizioni di specialisti, scrittori e scienziati non differiscono in natura da quelle della maggior parte delle persone pensanti. Tutti noi attingiamo a diversi aspetti della facoltà immaginativa, che fa parte del pensiero umano come la circolazione del sangue fa parte del corpo. Si potrebbe persino dire che la conoscenza stessa è immaginaria, o almeno che è impossibile senza proiettare le conclusioni della nostra mente e dei nostri sensi sulla natura del mondo al di fuori di noi. Perché cosa “sappiamo”, come hanno sostenuto molti filosofi, che non sia un processo del nostro cervello?

Tenendo a mente i limiti di ogni conoscenza e data la differenza tra ciò che un’immaginazione vivace conclude dall’osservazione, dall’esperienza o dal sentito dire e ciò che è in grado di proiettare dai suoi desideri privati o socialmente indotti e dalla sua volontà di credere, è facile comprendere la tesi di Wallace Stevens secondo cui il linguaggio della poesia, distinto da quello di uso comune per la comunicazione, ha una propria sfera di significato e si riferisce solo obliquamente alle “verità” di cui siamo testimoni nella nostra vita quotidiana.

 Una poesia, per essere un’opera d’arte, deve rivelare, come un brano musicale o un dipinto, elementi emotivi trasmessi da suoni, ritmi e riferimenti intraducibili in un linguaggio semplicemente istruttivo o comunicativo. Per sopravvivere, una poesia deve essere più che “parlare” di un argomento specifico; deve essere, per dirla con Stevens, astratta.

da Astonishment, 2012

Uno Scambio alla Banca del Tempo

Appoggiai delicatamente la mia vita sul bancone
…..e ne chiesi il controvalore.
“Come lo volete?” sorrise il cassiere.
…..“Sono certo potremo accordarvi
un giusto profitto. Accettereste giorni?”
…..“Giorni d’estate,” suggerii.
“La nostra politica è di concedere dividendi dimensionati [all’età”
…..“Dunque investendo tutta la mia vita,
quanto, diciamo, potrei ricavare da depositi
…..vincolati da tre a quindici anni?”
“In memorie riscattabili?” “ Si, intendevo questo.”
…..“Beh, dipende
da quanto capitale avete investito nell’infanzia
…..e dagli interessi che avete maturato.”
“Ma con i bonus salute e buona sorte, dovrei,
…..se permette, aver messo da parte
a sufficienza nei tempi favorevoli per far fronte
…..alle perdite negli anni di depressione.”
Il cassiere mi lanciò uno sguardo scaltro. “Fidatevi,”
…..disse, “Tutti gli arretrati
verranno accuratamente conteggiati una volta che il vostro [conto
…..sarà al sicuro nei nostri database;
ma badate che le regole societarie
…..non possono venire infrante per voi,
né le indennità liquidate sulla vostra durata di vita sono,
…..mi spiace dirlo, rinnovabili.
E benché per gli investitori senior facciamo quel che si [può,
…..non è possibile
per i risparmi degli over-settanta dare un rendimento [garantito.”
…..Lanciai una triste occhiata alla mia vecchia vita
posata lì, guardava all’insù, in attesa di essere inserita,
…..non assicurata, nel l’eternità.
“OK, me la riprendo!” Scosse la testa.
…..“Mia cara, non c’è più”
Allungai la mano, ma afferrai qualcosa che si disintegrò,
…..uno sbuffo di fumo,
una liquidità sognata, una valuta fuori corso,
…..una moneta, di certo una rarità,
qualcosa di valore, in cui si è confidato, sperato, sempre [creduto –
…..evanescente come il denaro.

 

Demetra e Sua Figlia
Parla Demetra:

Quando peggio non si poteva, a Maggio!
Stavo insegnando a quei suoli ignoranti
Come vada gestita la fioritura
Guardavo dunque da un’altra parte
Quando quella stupida se ne va a spasso sulle spire
Serpentifere dei Poteri Infernali,
E quel bastardo me l’ha rapita.

A giugno e luglio, furente,
Punii i prati e le erbe.
Strizzai le nuvole a secco
E lasciai che i fiori morissero.
Ordinai al sole in transito
Di bruciare il grano collaborazionista;
Poi cacciai anche lui dal cielo in un nembo!

Bene, alla fine me lo disse dov’era andata,
Mi aprì perfino un varco con qualche cannonata-
Un buco sozzo – dentro il suolo
Che genera tuberi e radici.
E proprio là, sedeva Persefone
Mano nella mano con quel criminale
In trono su un mucchio di letame.

“Sei tu, mamma?” si mette a urlare,
“Fottiti! Non mi venire a rompere anche qui,
Questo spazio è mio!
Non ti basta di farla da padrona
Lassù in alto
Per i due terzi dell’anno
Senza avermi incollata al fianco?”

“Bada a come parli”, le dissi,
Mi controllavo. L’aria fetente
Puzzava di bitume,
Era umido come un urinale, l’ambiente.
Nel rendermi conto che la mia piccolina era morta
Prima ancora di arrivare ad essere donna,
Crollai e piansi.

Come credete abbiano reagito?
Si sbellicarono. Si fecero uno spinello!
Fumavano ostentatamente la mia erba
Avvinghiati sul loro letto letamaio-
Finché, con vero stupore,
Si accorsero che ogni lacrima da me versata
Diventava un seme, e ogni seme

Gemmava uno stelo,
Dicotiledoni dapprima
Ma ben presto furono grovigli,
Sotto, dietro, dinnanzi a loro,
Come il deserto diventa giungla
Dopo un acquazzone.
Ordinai a quel miracolo di legarli,

Dimenticando che così offendevo quel tanghero
Di Ade, come erano soliti chiamarlo,
O Plutone – lascio a voi la scelta della terminologia-
che pure era anche lui un dio, e il fratello
con cui avevo spartito l’eredità.
Là sotto nelle viscere della terra
Era lui a comandare.

Così le mie liane spinose s’indebolirono
In quell’aria viziata.
Affamate di energia celeste,
Si protesero e si sentirono male,
Ricaddero come chiome sordide-
Come vermi, come fruste, come graffiti,
Come son et lumière.

Poi un fango caldo come gli effluvi di una sbornia
Colò fuori da una grotta
Impastato a melma lucente.
Il posto era una fossa comune
Dove la Morte, nell’elemento suo proprio,
Rimescola e compatta senza fine
Il mio disgustoso concime.

Oh, come aveva potuto il mio tesoruccio-
Una minorenne anoressica depressa-
Diventare la sua Regina?
Ora ascoltate bene, perché
La storia – il mito se vogliamo – non è andata
Così come l’hanno raccontata al peggio i giornali
Distorcendo i fatti.

Insisto acciocché venga ristabilita la verità.
Ade non coltiva nessun tipo di frutto.
Quel melograno fu sopravvalutato,
Era oro indigeribile.
Persefone non l’ha mai toccato.
Tutto quello che mangiò fu una bacca
Vizza e muffita.

Ma aveva il sapore delle mie lacrime.
Fu allora che si tirò su e venne verso di me
Appariva confusa.
Forse per la prima volta da anni
Stava riflettendo su di sé.
Forse aveva fame
O bisogno di lavarsi i vestiti.

Comunque fosse, scelse
Di lasciare il suo amante
Senza una parola e grazie tante.
La loro storia, a quanto pare, era finita,
Benché io, sapendo come va il mondo,
Sospettassi che la rottura fosse solo temporanea.
Grazie a dio, lo fu.

Perché una volta che Persefone fu a casa,
Non passava giorno
Senza un litigio.
La primavera arrivò, il grano spuntò, il sole rifulse,
I boccioli fiorivano. Ci odiava. Tutti.
Finché, smaniando di restare sola,
Le permisi di andare, la lasciai libera.

Poi che in una giornata piovosa di ottobre
se ne fu andata, mi sentii quasi felice.
Non faceva altro che fumare,
sempre apatica e a muso duro
ogni volta che cercavo di parlare con lei.
Io le voglio bene. Ero certa che sarebbe tornata.
E così fa, ancora, un’estate dopo l’altra.

Oh dei ingiusti, io c’ho provato!
Ma non riesco a farcela con lei.
Sono sempre stata rispettosa e piena di dignità,
Lei – ebbè, una zoccola.
Tutto ciò che fa schifo l’ attrae,
Adora il suo sudiciume.
Che sia lei a decidere del suo futuro.