Oggi scrivo in dissenso dal resto della redazione.
Il punto riguarda la locandina apparsa la scorsa settimana sulla prima pagina della Rivista. A parte il fatto che non è mai opportuno esprimere giudizi definitivi quando l’iter parlamentare non solo non è concluso ma non è neppure avviato, mi spiace che tali giudizi siano stati formulati senza coinvolgere tutti i componenti della redazione, tra i quali figura anche il sottoscritto. Sarebbe bastato confrontarsi un attimo per accorgersi che i numeri dicono tutt’altra cosa. Invece si è preferito dar spazio a una narrazione già confezionata, pronta per la piazza e per la televisione, senza verificare se corrispondesse alla realtà. È proprio questo il problema: si alimentano polemiche senza fondamento e poi ci si stupisce se qualcuno ancora ci crede.
L’istruzione è un tema sensibile, d’accordo. Ma c’è un limite alla credulità. Quando una parte del paese si lascia riempire la testa da qualsiasi castroneria sparata in televisione o gridata in piazza, non stiamo più parlando di “opinione pubblica informata”. Stiamo parlando di ingenui che non si prendono la briga di controllare un numero, e di politici senza scrupoli che su quella ingenuità ci campano. È inaccettabile. E allora vediamoli questi numeri. In Italia ci sono circa 1 milione di insegnanti, 150.000 in più della Francia, nonostante la Francia abbia 4,5 milioni di studenti in più. Rapporto docente/alunni: Italia 1 ogni 10, Francia 1 ogni 17, media UE 1 ogni 14.
Negli ultimi dieci anni gli studenti italiani sono calati del 10%, mentre i docenti sono aumentati del 16%. Nei prossimi anni, gli studenti caleranno ulteriormente (circa -10% in 5 anni, -19% in 10). Non sostituire 4925 professori a fronte di un calo previsto di 1,7 milioni di utenti è una riduzione dello 0,5% del corpo docente e farà risparmiare 587 milioni in tre anni e assicurerà un tunover al 99,5%. Non è un “depauperamento” e non c’è neppure un licenziamento ma un semplice adeguamento al calo demografico e alla denatalità. Un adeguamento, se non ricordo male, derivante da un rimodulazione strutturale concordata con l’Europa dai precedenti governi di sinistra e dal governo Draghi che corresse la prima stesura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).
Aggiungo qualche altro dato non per fare polemica ma per ricordare a chi sostiene che le cosiddette “classi pollaio” sono uno “schiaffo in faccia agli studenti”. Ebbene nella Scuola primaria la media è di 18 alunni per classe (3 in meno della media UE), mentre nelle Superiori è di 20 contro una media occidentale di 23. Chi non guarda questi numeri ha già deciso, non ascolta più. Ha già la sua indignazione pronta.
Laura Boldrini e compagnia hanno la protesta già in canna prima ancora di leggere le norme e capire le cifre Non importa se è falsa. Importa che scaldino la piazza. Questa non è più opposizione. È calcolo politico a danno della realtà. Si preferisce un paese di giovani convinti di essere vittime di un complotto contro l’istruzione, piuttosto che giovani che controllano una statistica. E chi ci casca non è “dalla parte dei più deboli”. È solo disinformato, o troppo pigro per non esserlo. La scuola merita discussioni serie, non slogan. Meritano rispetto gli studenti che vogliono capire e studiare, non quelli che sfilano o distruggono con la certezza di avere sempre ragione perché qualcuno in TV gliel’ha detto. Chi alimenta questa fabbrica di indignazione priva di fondamento non sta difendendo l’istruzione. Sta solo cercando di fare danni, e di farli con le mani degli altri, come quelli dell’Istituto Ferrari di Roma di qualche giorno fa appena ristrutturato. E questo, sì, è inaccettabile.




