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Quella del 4 novembre 1966 fu una delle più grandi tragedie del dopoguerra italiano. L’Arno travolse Firenze, sommerse case, strade, chiese e tesori d’arte. Migliaia di giovani arrivarono da ogni parte d’Italia e del mondo per aiutare una città ferita. Ma nella ricostruzione di quei giorni c’è anche una figura istituzionale che merita di essere ricordata: Remo Gaspari.
Ci sono tragedie che il tempo non riesce a cancellare. E ci sono uomini che, pur avendo avuto un ruolo importante in momenti difficili della storia nazionale, finiscono troppo spesso ai margini della memoria collettiva.
A sessant’anni dall’alluvione di Firenze, il pensiero corre inevitabilmente a quella terribile notte tra il 3 e il 4 novembre 1966, quando l’Arno ruppe gli argini e si riversò sulla città, trasformando le strade in torrenti impetuosi e lasciando dietro di sé una distesa impressionante di fango e distruzione. Firenze si ritrovò in ginocchio. Case, negozi, biblioteche, chiese e musei furono investiti dalla furia delle acque. Il patrimonio artistico e culturale della città subì ferite profondissime. Le immagini di quei giorni fecero il giro del mondo, mostrando una città ferita nel cuore della sua storia e della sua identità.
Eppure, proprio da quella tragedia nacque una delle più straordinarie manifestazioni di solidarietà civile del Novecento. Furono gli “Angeli del fango”: ragazzi, studenti, giovani volontari provenienti da ogni parte d’Italia e dall’estero, che raggiunsero Firenze senza aspettare ordini o riconoscimenti. Arrivarono con gli stivali, le pale e tanta buona volontà. Si immersero nel fango per liberare le strade, salvare libri, recuperare documenti e mettere in salvo opere d’arte che rischiavano di andare perdute per sempre.
Alla Biblioteca Nazionale Centrale, come in tanti altri luoghi simbolo della città, il loro contributo fu prezioso. Non si limitarono a spalare il fango: restituirono speranza a una comunità che sembrava aver perso tutto.
Ma nella memoria di quella straordinaria mobilitazione c’è un altro capitolo che merita maggiore attenzione: quello delle istituzioni e degli uomini chiamati a rappresentare lo Stato in una situazione di emergenza senza precedenti.
Tra questi vi era Remo Gaspari, allora sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno nel Governo Moro III. Un ruolo istituzionale tutt’altro che marginale. Gaspari apparteneva a quella classe dirigente che, nei momenti più difficili, era chiamata a confrontarsi con le emergenze del Paese, a mantenere i collegamenti con le amministrazioni locali e a riferire al Parlamento sulla risposta del Governo. La sua presenza nella vicenda dell’alluvione è documentata anche dagli atti parlamentari.
Nella seduta del Senato dell’11 novembre 1966, Gaspari intervenne in qualità di sottosegretario all’Interno, ricostruendo gli interventi istituzionali nelle ore della calamità e le difficoltà incontrate dai soccorsi. È un passaggio storico significativo, che contribuisce a restituire il quadro di una macchina pubblica chiamata a misurarsi con una catastrofe per la quale il Paese non disponeva ancora di un sistema organizzato di protezione civile.
Naturalmente, gli “Angeli del fango” non furono un’organizzazione nata dall’alto: la loro fu soprattutto una mobilitazione spontanea, generosa e straordinaria. Ma proprio quella mobilitazione pose anche il problema di come accogliere, coordinare e rendere efficace l’enorme disponibilità di giovani volontari arrivati a Firenze. In questo contesto si colloca il ruolo delle istituzioni e dei loro rappresentanti, chiamati a confrontarsi con una realtà nuova: migliaia di persone desiderose di aiutare, una città da liberare dal fango, un patrimonio culturale da salvare e una popolazione bisognosa di assistenza. L’alluvione del 1966, del resto, rappresentò uno spartiacque nella storia italiana. Mise a nudo l’insufficienza delle strutture di emergenza e la mancanza di un sistema nazionale capace di affrontare calamità di simili proporzioni. Da quella drammatica esperienza maturò anche una nuova consapevolezza, che avrebbe contribuito negli anni successivi allo sviluppo della Protezione civile e al riconoscimento del volontariato organizzato. Sessant’anni dopo, ricordare Firenze significa dunque ricordare tutti: le vittime, i cittadini che persero le loro case, i soccorritori, i militari, i vigili del fuoco, gli amministratori, i funzionari dello Stato e quei giovani che, senza chiedere nulla in cambio, accorsero per salvare una città.
Ma significa anche recuperare quei nomi che la storia rischia di lasciare in secondo piano. Tra questi c’è Remo Gaspari. Non per sottrarre spazio agli Angeli del fango, autentici protagonisti di una straordinaria pagina di solidarietà, ma per restituire completezza al racconto di quei giorni e riconoscere anche il lavoro di chi, nelle istituzioni, fu chiamato ad affrontare un’emergenza nazionale. La memoria non dovrebbe essere una selezione di nomi da celebrare e di altri da dimenticare. Dovrebbe essere, piuttosto, la capacità di ricostruire la verità storica nella sua interezza. Perché Firenze risorse grazie a tante mani, tante energie e tante responsabilità. E la grande lezione del 1966 resta ancora oggi la stessa: davanti a una tragedia, la solidarietà dei cittadini è indispensabile, ma deve poter contare anche su istituzioni presenti, responsabili e capaci di agire.
Sessant’anni dopo, gli Angeli del fango continuano a essere un simbolo universale di generosità. È giusto che accanto alla loro memoria trovi spazio anche quella degli uomini delle istituzioni che parteciparono alla gestione di una delle più difficili emergenze dell’Italia repubblicana. Remo Gaspari merita di essere ricordato anche per questo.