Hanno convinto gli italiani che il massimo traguardo sia sopravvivere. Non crescere. Non costruire. Non conquistare. Sopravvivere. È questa la più grande vittoria del declino: non la povertà, ma la rassegnazione. Un popolo smette di essere grande molto prima di diventare povero. Smette di esserlo quando perde l’ambizione. Da trent’anni ci raccontano la stessa favola. Che l’Italia è finita. Che è troppo vecchia, troppo indebitata, troppo litigiosa, troppo corrotta per rialzarsi. Ogni volta si cambiano le parole, mai il copione. Ogni stagione politica promette una rinascita e consegna un rinvio.Così il Paese del lavoro è diventato il Paese delle pratiche. Quello delle fabbriche, il Paese della burocrazia. Quello degli imprenditori, il Paese dei sussidi. Quello dei costruttori, il Paese dei commentatori.Le élite hanno fatto il resto. Hanno smesso di guidare e hanno iniziato a giudicare. Hanno guardato gli italiani dall’alto in basso, spiegando loro che erano troppo provinciali per competere, troppo ignoranti per decidere, troppo egoisti per meritare fiducia.È il vecchio vizio di chi non sa costruire: disprezzare chi produce.Eppure la storia italiana è una smentita vivente di questa arroganza.Nel 1945 avevamo macerie. Macerie vere, non metaforiche. Città distrutte. Fame. Emigrazione. Dolore. Nessuno avrebbe scommesso una lira sull’Italia.E invece arrivò il miracolo.Non perché qualcuno distribuì ricchezza, ma perché milioni di italiani la crearono. Non perché lo Stato prometteva. Perché i cittadini facevano. L’operaio, l’artigiano, l’imprenditore, il contadino, il tecnico, il commerciante. Persone normali che fecero cose straordinarie.Quella fu l’unica autentica rivoluzione italiana.Non quella delle piazze. Quella delle officine.Non quella degli slogan. Quella dei cantieri.Non quella delle ideologie. Quella del lavoro.Oggi, invece, sembra quasi sconveniente pronunciare certe parole. Merito. Profitto. Impresa. Rischio. Come se produrre ricchezza fosse una colpa e consumarla un diritto.Una nazione che sospetta di chi crea valore ha già imboccato la strada della decadenza.L’Italia non ha bisogno di un salvatore. I salvatori arrivano sempre con molte promesse e se ne vanno lasciando molti debiti.Ha bisogno di una classe dirigente che dica finalmente agli italiani una verità semplice e rivoluzionaria: siete migliori dell’Italia che vi hanno fatto credere di essere.Perché il problema non sono gli italiani.Sono le aspettative che la politica ha abbassato.È l’orizzonte che ha ristretto.È il coraggio che ha smesso di chiedere.Una nazione vive finché coltiva un sogno comune. Muore quando si convince che il proprio destino sia amministrare il declino.Gli italiani non meritano un bonus in più.Meritano una ragione in più per alzarsi la mattina.Meritano uno Stato che non li ostacoli, una politica che non li infantilizzi, un’élite che non li disprezzi.Meritano di tornare a credere che il futuro non sia un luogo dove difendersi, ma un luogo da conquistare.Perché la storia non ricorda i popoli che hanno imparato ad adattarsi. Ricorda quelli che hanno avuto il coraggio di immaginare l’impossibile. L’Italia lo ha già fatto una volta.
La domanda non è se possa rifarlo. La domanda è se avrà ancora il coraggio di volerlo.
..ma c’ era De Gaspari..e pure Fanfani…e tanto altro




