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FRANCO SCATAGLINI, IL POETA CHE REINVENTÒ IL DIALETTO E TRASFORMÒ ANCONA IN UN LUOGO UNIVERSALE

Dalla lingua delle origini alla riscrittura del «Roman de la Rose», il percorso di un autore appartato che ha fatto della memoria, dell’amore e della morte una delle esperienze più originali della poesia italiana contemporanea.

Ci sono poeti che trovano la propria voce nella lingua del presente e altri che, per parlare al proprio tempo, devono risalire indietro di secoli. Franco Scataglini, nato ad Ancona nel 1930 e morto a Numana nel 1994, appartiene a questa seconda, rarissima categoria. La sua poesia nasce dal dialetto anconetano, ma non ha nulla a che vedere con il vernacolo inteso come riproduzione spontanea del parlato o celebrazione folcloristica di un’identità locale. È, al contrario, il risultato di un lavoro rigoroso sulla lingua, un laboratorio nel quale il mondo popolare marchigiano incontra la tradizione romanza, la musicalità medievale, la filosofia moderna e una sensibilità profondamente contemporanea.La sua è una lingua insieme antica e nuova, familiare e misteriosa, capace di restituire la concretezza di una strada, di un corpo o di una giornata di vento e, nello stesso tempo, di interrogare il destino dell’uomo. Una lingua costruita pazientemente, nella quale il dialetto diventa materia letteraria e il passato non è mai un rifugio nostalgico, ma una riserva di possibilità per il presente.

La pubblicazione di Tutte le poesie, uscita nel 2022 per Quodlibet, ha restituito al pubblico l’intero percorso di un autore a lungo conosciuto soprattutto da lettori e studiosi particolarmente attenti. Il volume, arricchito dall’avvertenza di Giorgio Agamben, dalla prefazione di Pier Vincenzo Mengaldo, dal saggio introduttivo di Paolo Canettieri e da un ampio glossario, consente finalmente di cogliere la coerenza di un’opera che attraversa oltre vent’anni di ricerca e che oggi appare sempre più centrale nella storia della poesia italiana del secondo Novecento. Per capire Scataglini bisogna partire dalla sua lingua. Il poeta non si limita a scrivere in anconetano: lo reinventa, mescolando le forme della parlata locale con arcaismi, latinismi e suggestioni provenienti dalla poesia medievale. Nelle sue pagine risuonano Giacomo da Lentini, Dante, Jacopone da Todi e i trovatori provenzali, ma anche Leopardi, Saba, Montale, Carlo Betocchi e Pier Paolo Pasolini.Non si tratta di citazioni esibite né di un esercizio erudito. Questi autori entrano nella struttura stessa del verso, nella scelta delle parole, nelle rime e nelle cadenze. Il dialetto diventa così una lingua plurale, capace di conservare la memoria di epoche diverse senza perdere il legame con la vita quotidiana. Scataglini, autodidatta, arrivò alla poesia attraverso un percorso personale e appartato. Nato nel quartiere popolare di Valle Miano, frequentò le scuole di avviamento professionale e lavorò alle Poste italiane fino al 1976. La lettura di Montale, scoperto casualmente durante gli anni della guerra, fu una delle prime esperienze decisive della sua formazione. La sua maturazione letteraria non seguì i percorsi consueti dell’accademia. Fu piuttosto un lungo lavoro di ricerca, sostenuto dalla lettura dei poeti, dei filosofi e dei teorici dell’arte. Simone Weil, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin e Paul Klee contribuirono, in modi differenti, a definire il suo sguardo sulla realtà, sulla sofferenza e sulla possibilità di trovare una forma capace di preservare ciò che il tempo distrugge. Scataglini spiegò la propria scelta linguistica con parole che aiutano a comprenderne la natura più intima: «Mi trovo ad usare il dialetto ogni volta si tratti di esprimere un senso affettivo della circostanza». È il dialetto della famiglia, dell’amicizia, dell’amore, della malinconia e persino della rabbia. Una lingua della prossimità che, proprio perché nasce dall’esperienza concreta, riesce a confrontarsi anche con il mistero e con l’assoluto. Ancona non è soltanto il luogo in cui Scataglini è nato e cresciuto. È il centro di una geografia sentimentale che comprende Valle Miano, il mattatoio, la ferrovia, il porto, le mura antiche, le strade popolari e il mare Adriatico. Luoghi apparentemente marginali, spesso lontani dalle immagini convenzionali della città, diventano nella sua poesia i punti di partenza di una riflessione sulla memoria e sulla condizione umana.

Il poeta non idealizza il mondo da cui proviene. Ne conosce la durezza, la frugalità, le contraddizioni e la fatica. Eppure proprio da quella realtà ricava una materia capace di parlare a tutti.

«M’ha seminato l’vento / in tra le mura antighe: / un arboro me sento / qui davanti a ‘ste righe», scrive in E per un frutto piace tutto un orto, il libro del 1973 che segna il suo esordio maturo.

L’immagine dell’albero seminato dal vento racconta una condizione di appartenenza che non è mai del tutto volontaria. L’uomo cresce in un luogo, ne riceve la lingua e le abitudini, ma deve conquistare attraverso la scrittura una consapevolezza della propria origine. La pagina diventa il terreno sul quale la memoria personale può trasformarsi in esperienza condivisa. È questa l’idea di «residenza» alla quale Scataglini attribuiva un significato anche filosofico: abitare un luogo senza chiudersi in esso, riconoscere nel particolare una possibilità di accesso all’universale. Ancona diventa così una piccola rappresentazione del mondo, una città nella quale si riflettono le grandi questioni dell’esistenza.Nella poesia di Scataglini l’amore è una delle poche esperienze capaci di sottrarre l’uomo, almeno per un momento, alla durezza della vita. Ma non è mai una promessa di felicità definitiva. Il desiderio porta con sé la consapevolezza che ogni incontro è destinato a finire, che la bellezza si manifesta proprio nella sua fragilità.

In E per un frutto piace tutto un orto si legge:

«Quando te godo un grido / me smore ne la boca / – afondo in una cioca / dei tui capelli e rido».

Il piacere si traduce in un gesto fisico, immediato, nel quale la parola sembra quasi spegnersi. Il corpo diventa il luogo di una felicità che non ha bisogno di spiegazioni, ma che non può essere trattenuta per sempre. L’eros rappresenta una resistenza alla vita offesa, per usare una formula vicina al pensiero di Adorno, uno degli autori più importanti nella formazione di Scataglini. Il desiderio apre uno spazio di libertà, ma non cancella la precarietà dell’esistenza. La donna amata appare sovrana di un mondo che non esiste stabilmente, un luogo immaginario nel quale il soggetto può trovare una momentanea riconciliazione con se stesso. È proprio questa tensione a rendere la poesia amorosa di Scataglini qualcosa di più di una celebrazione dei sentimenti. L’amore diventa una forma di conoscenza: rivela la bellezza del mondo e, nello stesso momento, la sua vulnerabilità.

Con Carta laniena, pubblicato nel 1982, la poesia di Scataglini raggiunge una maturità particolarmente intensa. Il titolo rimanda alla carta da macelleria e al mattatoio di Valle Miano, luogo legato alle origini popolari del poeta. La materia quotidiana si carica così di un significato più inquietante: la vita appare esposta alla violenza, alla trasformazione e alla distruzione .La natura, tuttavia, continua a rigenerarsi. L’erba cresce, gli uccelli riprendono il volo, le stagioni si susseguono. Ma il ritorno della vita non cancella la consapevolezza della morte. In uno dei passaggi più incisivi della raccolta, Scataglini scrive: «La morte è ‘l cruciverba / che dètta la scritura». La morte è un enigma che impone alla scrittura di cercare una forma. Il poeta non pretende di risolverlo: tenta piuttosto di raccogliere le tracce di un’esistenza, di dare un nome alle cose prima che scompaiano. È una poesia che non offre consolazioni facili. Le immagini rimangono concrete, legate agli oggetti e ai luoghi, ma acquistano una forza simbolica che permette di intravedere, dietro ogni presenza, l’ombra della sua fine. La lezione di Walter Benjamin, con la sua riflessione sul carattere allegorico della caducità, aiuta a comprendere questa particolare sensibilità: le cose raccontano anche la propria distruzione, e proprio per questo custodiscono la memoria della storia. Nel 1992, con La rosa, Scataglini raggiunge uno dei risultati più straordinari della sua ricerca. Il libro è una riscrittura dei primi 1692 versi del Roman de la Rose di Guillaume de Lorris, grande poema allegorico medievale dedicato al desiderio amoroso.La storia è quella di un giovane che sogna di entrare in un giardino per conquistare una rosa, simbolo della donna amata e della sessualità. Il percorso è ostacolato da figure allegoriche che rappresentano sentimenti e comportamenti negativi, mentre altre personificazioni favoriscono l’avvicinamento all’oggetto del desiderio.

Scataglini non traduce semplicemente il poema francese: lo ricrea attraverso una lingua nella quale convivono dialetto marchigiano, arcaismi e reminiscenze della tradizione romanza. Il settenario e le rime baciate restituiscono una musicalità che richiama il Medioevo, ma che porta il segno inconfondibile della sensibilità moderna.L’impresa è tanto più significativa perché dimostra come una lingua apparentemente periferica possa sostenere un’opera di grande complessità letteraria. L’anconetano non è più soltanto la voce di una comunità locale: diventa lo strumento attraverso cui un classico europeo torna a parlare al presente. Il sogno, l’eros, la conoscenza e gli ostacoli che si frappongono al desiderio sono temi che attraversano anche la poesia originale di Scataglini. Per questo La rosa non costituisce una parentesi erudita, ma il punto di arrivo di una ricerca che ha sempre cercato nella tradizione le forme per comprendere la vita contemporanea. La sua modernità consiste proprio in questo: non nel rifiuto del passato, ma nella capacità di farlo rivivere attraverso una lingua nuova.

Pubblicato postumo nel 1995, El sol è considerato da molti critici il vertice dell’opera di Scataglini. Il libro ripercorre l’infanzia, la guerra, lo sfollamento, il dopoguerra e il mondo popolare di Ancona, nel trasformare la memoria autobiografica in un racconto collettivo. Il titolo richiama il sole, ma anche la sigla della fabbrica di ossigeno liquido di Chiaravalle, la S.O.L., legata ai ricordi del poeta. In questa duplice immagine si incontrano la natura e la storia, la luce del paesaggio e la fragilità delle opere umane. Il mattatoio, la ferrovia, le mura, la casa, la chiesa e il vecchio cinema rionale diventano le tappe di un viaggio nel tempo. La guerra, con i bombardamenti e le distruzioni, interrompe la continuità di quel mondo e lascia ferite che la memoria tenta di ricomporre. Non c’è, però, alcuna nostalgia consolatoria. Scataglini sa che il passato non può tornare e che la poesia non può restituire ciò che è stato perduto. Può soltanto conservarne le tracce, dare nuovamente voce alle persone e ai luoghi che il tempo rischia di cancellare. La sua attenzione si rivolge soprattutto alle esistenze minime, a chi non occupa il centro della storia ma ne subisce gli effetti. È una scelta insieme letteraria ed etica: restituire dignità a ciò che normalmente rimane ai margini. In El sol la memoria individuale diventa così una forma di testimonianza. Il poeta torna nei luoghi della propria infanzia non per ricostruire un mondo intatto, ma per riconoscere quanto di quel mondo continua a vivere dentro di lui.

Scataglini è stato a lungo un poeta per pochi, penalizzato anche dalla distanza dai principali centri culturali italiani e dalla difficoltà di reperire i suoi libri. L’inclusione nell’antologia Poeti dialettali del Novecento, curata da Franco Brevini per Einaudi nel 1987, contribuì a consolidarne la reputazione. Successivamente, l’attenzione di critici come Massimo Raffaeli, Francesco Scarabicchi e Pier Vincenzo Mengaldo ha permesso di riconoscere sempre più chiaramente la portata della sua ricerca. Oggi appare riduttivo collocarlo semplicemente fra i poeti dialettali. La sua opera supera le classificazioni regionali perché trasforma il dialetto in uno strumento di conoscenza, capace di mettere in relazione la memoria locale con la grande tradizione letteraria europea. La sua poesia dimostra che il linguaggio non è soltanto un mezzo per comunicare, ma una forma attraverso cui l’esperienza viene organizzata, ricordata e interrogata. Il ritmo salva le immagini dalla dispersione, la lingua restituisce voce agli affetti, la memoria conserva le tracce di ciò che scompare. In un’epoca dominata dalla velocità della comunicazione e dalla progressiva uniformazione dei linguaggi, Scataglini rappresenta una lezione di rigore e di attenzione. La sua scrittura richiede tempo, ascolto e familiarità con una lingua che non si concede immediatamente. Ma proprio questa difficoltà costituisce una parte essenziale del suo valore. Il poeta anconetano non ha cercato di sottrarsi alla morte, alla storia o alla precarietà dell’esistenza. Ha cercato, piuttosto, di dare loro una forma. La poesia non restituisce ciò che il tempo distrugge, ma impedisce che scompaia senza lasciare traccia.

È in questa resistenza fragile e tenace che risiede la sua grandezza: aver trasformato una lingua locale in una voce universale, una geografia marginale in un luogo dell’anima e la memoria di una vita in un’opera capace di attraversare i secoli.

da: E PER UN FRUTTO PIACE TUTTO UN ORTO

Cosa sai de ‘sto cargo
Cosa sai te che ciai
aprile ‘nte’l cappoto
guarnito de tasso,
el fioleto che ‘l passo
cimenta (risi e lai)
sui breci, ‘nt’un fagoto
de panni chiari;
te che così sigura
scioi a la vita ‘l core
de cura in cura,
moie e madre, signora,
in mezo al fiato largo
de vento e de foiame;
cosa sai de ‘sto cargo
d’assoluto che insabia
la rena d’un fondale,
de ‘sta povera rabia
d’angelo e d’animale?

I cani bastardoni
Smusane i vigoleti,
i involti ‘nt’i portoni,
coi ochi lunghi e streti,
i cani bastardoni.

Da cani disperati
cercamo pure no’
tozi de dio avanzati
‘nte’l fondo d’un bido’.

Bei ochi de topazio
Se comoda ‘na fieza
su la tempia, distrata.
Cià ‘n viso l’amareza
de la dona inganata.

Bei ochi de topazio,
pur io mastigo fiele.
Non so che antigo strazio
m’ha fato ca’ infedele.

Questo vol di’ ‘na tresca?
Quando te godo un grido
me smore ne la boca
– afondo in una cioca
dei tui capelli e rido.

So’ un cocale sospeso
in cima l’onda, sazio:
e tut’intorno spazio
per chi non cià più peso.

Te sento nova, fresca
venimme su dai fianchi.
Picoli seni bianchi,
questo vol di’ ‘na tresca?

Voce senza figura
In ’sta conca de vechi
muri de cità scura,
chi te porta ai orechi,
voce senza figura?

Chi ‘n cor mio te fa drita
come punta de chiodo,
in ‘sta carne ferita
chi me t’ha fato nodo?

Io so’ un pedo’ che bada
L’aria è sopra la strada
colore de lillà.
Io so’ un pedo’, che bada
a non anda’ più ‘n là.

M’ha seminato ‘l vento
in tra le mura antighe:
un arboro me sento
qui davanti a ‘ste righe.

Teatrini d’ombre
Finestre iluminate
pe’ le viuze sgombre:
pare teatrini d’ombre
in ‘ste noti d’estate.

Se move senza posa
le snele figurine
in rilievo, turchine
sopra quei schermi rosa.

Recite senza ‘n filo
de trama, come ‘n sogno.
Però resta ‘l bisogno
d’indovina’ ‘n profilo.

M’hai lasciato un giardi’
C’è chi lascia un poema
e chi non lascia niente
perché esse muto è il tema
de vive, in tanta gente.

Però te m’hai inganato,
vechio, e pe’ non mori’
muto com’eri stato,
m’hai lasciato un giardi’.

E per un frutto piace tutto un orto
La pazienza de i orti
dietro a le reti lasche.
Arbori e ciafi morti:
cassete, pelli, fiasche.

Però ‘na luce splende
su quei grovigli imoti:
sopra ‘n ramo s’acende,
rotondi, i fruti loti.

Chi ha capito ‘l mondo
In ‘sta via c’è ‘l rialzo
de ‘n orticello tondo:
ce ‘riva solo ‘l balzo
de chi ha capito ‘l mondo.

Mezo a ‘na verde cova
splende la dalia gialla:
ce ‘riva, senza prova,
chi non cià peso in spalla.

Te sei la voragine
Dona che sei sovrana
d’un mondo che no’ esiste,
io so’ ‘n arboro triste
‘nt’un spechio de fontana.

El tuo remoto fondo
è dietro la mia imagine.
Io so’ ‘l ciglio del mondo
e te sei la voragine.

Un’antiga obedienza
‘Sta dona che se bea,
nuda, de le sue forme,
s’insogna d’esse dea
nel letto ‘ndo’ s’indorme.

Un guinzaglio m’ha chiuso
tut’intorno a la gola:
ciò ‘nt’i ochi un recluso
desio senza parola.

Me piega in ver de lia
un’antiga obedienza
co’ la malinconia
de chi se fa imanenza.

‘Sta nudeza tua prima
‘Sta nudeza tua prima
‘ndove s’incastra forte
el mio desio, è ‘na rima
de silenzio e de morte.

A l’esenziale, el sesso
pare ‘n’allegoria:
ie se pò trova’ ‘l nesso
solo co’ l’agonia.

Guardame in ‘sta caduta:
fiato roto, disfato
come un cane de muta
disperso in mezo al ghiacio.

da: SO’ RIMASO LA SPINA

Maledito languore
O cessi molli e zozi,
quaderni dei proscriti
de l’amore, singhiozi
de temperi’ grafiti

su l’intonaco liscio
‘mpregnato dal fortore
che viene su dal piscio
(maledito languore),

chi ve lege se perde
‘nt’un vivo labirinto
d’ansia e de mufa verde
‘ndove s’afonda tinto

de perdizio’ infelice
e a la luce del giorno,
com’a Orfeo Euridice,
guarda senza ritorno.

Banchine invernali
Framezo bite e cavi
come trova’ ‘n giardi’?
Cià ‘l gelo per desti’
‘sta rugine de navi.

Picio’ de l’arca gaia
non ce trovò rameto.
Fugì col core streto
‘ntra rampi de tenaia.

Tuto è corpo d’amore
Tuto è corpo d’amore
la tera ‘l cielo ‘l pa’
i ucceli de cità
spenati, senz’unore,

gati cessi arboreli
drento l’aiole grame,
l’esse sazi e ave’ fame,
el coce sui forneli

– ‘st’ora de mezogiorno –
de mile e mile pasti,
i luoghi streti e i vasti
liberi dal contorno,

i scolari che sorte
in massa da le scole
e le composte fiole
de sé più meio acorte,

i operai del cantiere
co’ le sue azzure tute
(inteligenze mute
coi tapi del potere)

i ladri i questuri’
sempre dal sud sortiti
– musi guzi aneriti
schiene da signorsì –

le casalinghe (strane
anime d’umidicio)
quele che va in uficio
le operaie le putane,

i fenochi estromessi
de l’ama’ ‘nte ‘l dicoro,
tuti i ribeli, loro,
che manco a vive è amessi

ma pure l’obediente
da la fadiga zita
scartato da la vita
quando non dà più niente.

Tuto è corpo d’amore
mischiato al bene e ‘l male,
tuto è ‘l fenomenale
essece: serpe o fiore

ortiga o albaspina
infedeltà, costanza
fortuna, malandanza
sesso d’omo o vagina

e te, dialeto caro
che da l’infanzia sorti,
t’ha cinguetato i morti
su l’alto colombaro

e te, arboro mio,
c’arfoi a tute le lune,
‘nte le tue fieze brune
io so’ pedochio e dio.

El senso del mio testo
Resto solo in uficio:
la fronte contro i vetri.
Sorte da l’edificio
i miei colleghi tetri.

C’è sopra el tavoli’
una spasa de pratiche.
Su la sedia, ‘l cuscì
col segno delle natiche.

In ‘sto fondo mio morto
de piata situazione,
senza vede raporto,
ciò come ‘na visione.

D’un quadro me sovieno:
un scuro de taverna,
‘n omo a sede, ‘l baleno
fermo de ‘na ma’ eterna

che chiama quela vita
fori dal suo binario.
‘Na facia sbigotita
fa quel’omo ordinario:

fissa la ma’ fatale
come sperso ‘nte’l niente,
ma ai ochi già ie sale
la passione splendente.

L’imperativo muto
de quela ma’ ‘nte’l sguardo
quanto io avria voluto
trova’, come pe’ azardo.

L’assenza de quel gesto
da sempre me tortura.
El senso de ‘l mio testo
è ‘na cancelatura.

Vita e scritura
Per me vita e scritura
ene compagni, el sai,
tuta scancelatura
dopo dulor de sbai.

Se cerca ‘n sono lindo
drento de sé e se trova
el biatola’ d’un dindo
spersose ‘nte la piova.

da: CARTA LANIENA

*
O cità, crucifisse
a ochi de poeta
estragne case, in seta
(come chi se confisse

da bregno siderale
su marciapiede cupo)
va i angioli a lo sciupo
senza resiste.
Vale

——-come nodo scursore
che stroza la parola
al nasce scura in gola
(però senza dulore)

ogni logo.
————-Ah le bare
vote, de nisciun evo,
del cimitero abrevo
portato via dal mare

*
In giardineto al fondo
d’antiga via –
————-(murato
da pietre bigie, mondo
de le piante
————-beato

al cumpari’, d’inverno,
quando ogni sole falla
come un lume d’interno
fulminato) –
————-lla gialla
dalia.

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