FRANCO ARMINIO, IL POETA DEL “NOI”: LA PAESOLOGIA COME ARTE DELLA PROSSIMITÀ

 

Franco Arminio è una delle voci più  riconoscibili della poesia italiana contemporanea. Autodefinitosi “paesologo”, ha fatto del racconto dei piccoli paesi e della loro progressiva scomparsa la propria missione artistica e civile. Nei suoi versi, nelle prose brevi e nei reportage poetici, Arminio indaga con sguardo lucido e partecipe la dissoluzione dei legami comunitari che un tempo costituivano il tessuto vivo dell’Italia minore.

I paesi, per Arminio, non sono solo luoghi fisici: sono organismi viventi, custodi di una memoria collettiva che si sta sfilacciando sotto il peso dello spopolamento, della solitudine e dell’indifferenza. Le sue poesie, apparentemente semplici nel lessico e nello stile, rivelano una profondità emotiva che tocca corde universali. “Si sta soli in ogni paese / anche nei più piccoli. / Si vive in mezzo a pochi / e non si riesce a parlarne con nessuno”, scrive in uno dei suoi versi più citati, riassumendo con disarmante precisione una condizione esistenziale sempre più diffusa: la solitudine condivisa, l’assenza di dialogo, il silenzio che avvolge i luoghi e le persone.

Ma il sentimento dominante nella sua opera non è solo quello della perdita. Arminio coltiva anche un desiderio ostinato di prossimità, di ricostruzione di un senso del “noi”. La sua è una poesia civile e affettiva, che cerca nel passato e nella dimensione del piccolo una possibilità di riscatto per il presente. Nei suoi viaggi tra le valli dell’Irpinia e le piazze vuote dell’Appennino, Arminio cerca segni di vita, chiede attenzione per ciò che è fragile, invoca una cura collettiva per i territori marginali e per le anime che li abitano.

La “paesologia” è dunque più di una poetica: è una forma di resistenza, una disciplina dell’anima. È lo sforzo di mantenere vivo il legame tra terra e parola, tra identità e comunità. In un’epoca dominata dall’individualismo e dalla fuga verso i grandi centri urbani, Franco Arminio ci ricorda che la salvezza, forse, passa proprio da ciò che abbiamo dimenticato: l’ascolto, la vicinanza, la lentezza, il coraggio di restare.

 

“Accorgersi di essere vivi” 

“La mia vita è divisa tra paura e sguardo.
Ora guardo il cielo dell’alba,
c’è una bella luce rosata.
Ora riesco a vedere il colore della terra,
riesco a sentire il segreto delle cose,
le piccole rivelazioni della giornata.

“Prendi un paese piccolo e vacci a vivere”

“Prendi un paese piccolo e vacci a vivere,
non è necessario che sia il tuo,
prendi la lingua del posto,
impara a riconoscere la pioggia e il vento,
chiedi ai vecchi di raccontarti storie,
… cammina, attraversa, ascolta il respiro delle pietre,
diventa parte del paese che hai scelto,
fa’ in modo che lui scelga te.”

Da “Cedi la strada agli alberi” (Poesie d’amore e di terra, 2017)

“Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.
Ascolta con clemenza.
Guarda con ammirazione le volpi,
le poiane, il vento, il grano.
…
Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro,
vai a fargli visita prima di partire
e quanto torni.
…
Attenzione a chi cade, al sole che nasce
e che muore, ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione,
a un muro scrostato.”