LA POESIA COME NICCHIA E IL VUOTO DEL DISCORSO COLLETTIVO:LA CRISI DEL DIRE, LA POESIA COME LINGUA ALTRA

La poesia è diventata, oggi, una forma di espressione che vive in una nicchia. Non perché abbia smesso di parlare del mondo o di rappresentarlo, ma perché è sempre più distante dalla comunicazione di massa, dalla logica della semplificazione e dell’intrattenimento. La sua marginalità non è solo una questione editoriale o commerciale; è soprattutto sintomo di una trasformazione profonda della soggettività contemporanea.

Nella poesia si rivela un aspetto cruciale della nostra condizione: la separatezza interiore dei singoli, la loro inappartenenza ai gruppi, alle identità collettive, alle grandi narrazioni comuni. Theodor W. Adorno ha descritto questo fenomeno come «individuazione senza riserve»: una forma estrema di singolarità che non si riconosce più in alcun “noi”, e che nemmeno lo desidera. La poesia è la voce di questa solitudine, e può esprimerla in forme diverse: attraverso il lirismo, quando dà corpo alla soggettività irriducibile di un io, o attraverso lo straniamento, quando sottrae il linguaggio al suo uso abituale per rivelarne l’artificiosità.

Questa forma di estraneità, tuttavia, non riguarda solo l’ambito estetico o esistenziale. Ha ricadute profonde anche sul piano politico. La povertà del dibattito pubblico, l’incapacità di costruire uno spazio comune di confronto, sono anch’esse effetti della frammentazione delle soggettività. La politica – come luogo simbolico e pratico in cui le differenze si incontrano e si articolano – si è impoverita perché è venuto meno il tessuto che teneva insieme le diversità: le ideologie, con tutti i loro limiti, fungevano da dispositivi collettivi di semplificazione. Permettevano alla pluralità di trovare sintesi provvisorie, visioni del mondo compatibili con l’agire comune.

Oggi queste sintesi non ci sono più. Al loro posto, una pluralità disgregata di voci, desideri, interessi e identità che spesso non comunicano tra loro. La poesia, in questa condizione, continua a parlare, ma lo fa da una posizione laterale. Non propone soluzioni, non produce coesione. Eppure, proprio per questo, ci costringe a vedere ciò che non funziona: l’assenza di un linguaggio condiviso, la fatica del senso, la solitudine delle esperienze.

Se vogliamo tornare a immaginare un discorso collettivo significativo, forse dovremmo ascoltare di più queste voci marginali. Non per riportarle al centro, ma per capire come si è svuotato il centro stesso.

Uno degli esempi Il linguaggio come rovina e possibilità ovvero “la crisi del dire, la poesia come lingua altra” possiamo trovarla nel lavoro di Louise Glück , Premio Nobel per la Letteratura nel 2020. La sua scrittura è scarna, lucida, a tratti spietata.

“At the end of my suffering / there was a door.”
(da The Wild Iris, 1992)

Glück lavora sul confine tra individualità e mito, tra esperienza psichica e natura, senza mai indulgere nella consolazione.

Il Trionfo di Achille (1975)

Nella storia di Patroclo

Nessuno sopravvive nemmeno Achille, che era quasi un dio.

Patroclo gli somigliava; indossavano la stessa armatura.

Sempre in queste amicizie

L’uno serve l’altro, uno è meno dell’altro:

la gerarchia è sempre apparente

anche se delle leggende non ci si può fidare

la loro fonte è il sopravvissuto

quello che è stato abbandonato.

Quali erano le navi greche in fiamme

Rispetto a questa perdita?

Nella sua tenda, Achille addolorato

con tutto il suo essere

e gli dèi videro

che era un uomo già morto, una vittima

della parte che amava,

la parte che era mortale.

Raccolto (Iris Selvatico, Giano Editore 2003)

E poi viene il gelo; del raccolto è inutile parlare.

Comincia la neve; finisce la finzione della vita.

La terra adesso è bianca; i campi splendono al sorgere della luna.

Io siedo alla finestra accanto al letto, guardo la neve cadere.

La terra è come uno specchio:

calma su calma, distacco su distacco.

Ciò che vive, vive sottoterra.

Ciò che muore, muore senza lotta.

Chandra Livia Candiani – Il silenzio è cosa viva (2018)

Candiani scrive per sottrazione. Le sue poesie sembrano scritte “in ascolto” di qualcosa che non vuole farsi dire. Una lezione sulla parola che non occupa, ma fa spazio.

Io è tanti
e c’è chi crolla
e chi veglia
chi innaffia i fiori
e chi beve troppo
chi dà sepoltura
e chi ruggisce.
C’è un bambino estirpato
e una danzatrice infaticabile
c’è massacro
e ci sono ossa
che tornano luce.
Qualcuno spezzetta immagini
in un mortaio,
una sarta cuce
un petto nuovo
ampio
che accolga la notte,
il piombo.
Ci sono parole ossute
e una via del senso
e una deriva,
c’è un postino sotto gli alberi,
riposa
e c’è la ragione che conta
i respiri
e non bastano
a fare tempio.
C’è il macellaio
e c’è un bambino disossato
c’è il coglitore
di belle nuvole
e lo scolaro
che nomina e non tocca,
c’è il dormiente
e l’insonne che lo sveglia
a scossoni
con furore
di belva giovane
affamata di sembianze.
Ci sono tutti i tu
amati e quelli spintonati via
ci sono i noi cuciti
di lacrime e di labbra
riconoscenti. Ci sono
inchini a braccia spalancate
e maledizioni bestemmiate
in faccia al mondo.
Ci sono tutti, tutti quanti,
non in fila, e nemmeno
in cerchio,
ma mescolati come farina e acqua
nel gesto caldo
che fa il pane:
io è un abbraccio.

***

a L.V.

Perché non c’è pericolo
nel tuo amore
che ci espone alla nuda
luce,
perché la conoscenza è radicale vigilia
dell’altro
e chiede: “Dove sei?
“Dove vivi?”
“Cosa tocchi?”
Perché ogni opera non è
che gratitudine.
Perché è un luogo spazzato
e solo
il luogo delle interrogazioni,
perché distilla uno strumento
sufficientemente delicato
per non spaventare la nostra
carne umana
che trema ai soffi
e alle voci e resiste
ai bisturi.
Perché è ancora tutto
da dire
e insieme
già tutto detto,
perché sappiamo insieme
e l’universo è tutto
tutto abitato
mirabilmente.