SOSTENIBILITA’: UNA CRITICA ECOSOCIALISTA:

 Il Limite / RANIERO REGNI / 188

È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo

F. Jameson

 

Non siamo poveri perché non produciamo abbastanza, ma perché il capitalismo fa della scarsità la propria essenza.

È il conflitto tra valore d’uso e valore di scambio

K. Saito

 

Sostenibilità, una parola abusatissima, quasi una coltre di ipocrisia stesa su ininterrotti misfatti contro l’ambiente e contro la salute delle persone. Per questo è diventata una parola impronunciabile, sì perché chi ne fa un ampio uso sono spesso proprio quei soggetti che sono la causa prima della drammatica crisi climatica con cui siamo alle prese.  Anche per questa ragione, in questa rubrica che pure si occupa di ambiente, è stata usata con grande parsimonia. L’insostenibilità del nostro modo di vita appare evidente, più problematica è la nozione di sostenibilità. Nei casi migliori si tratta di buone intenzioni e di buone pratiche che però hanno comunque come obiettivo quello dello sviluppo. È vero che è necessario riciclare i rifiuti, ma sappiamo oramai che la stessa plastica non può essere riciclata più di una volta e questo nei casi migliori, per il resto più del 70% dei rifiuti plastici finisce nelle discariche e negli inceneritori. Per questo dovremmo produrne di meno. Certo è meglio ricaricare la propria borraccia di acqua piuttosto che acquistare l’ennesima bottiglietta usa e getta, ed anche in alcuni bar e ristoranti c’è un cartello che indica questa possibilità per pochi centesimi di euro, ma sarebbe più logico avere un’acqua non inquinata nei rubinetti come bene comune. Certo è meglio un’auto elettrica, il cui l’unico liquido che metti è quello per il tergicristallo, ma sappiamo a quale costo vengono prodotte le stesse auto elettriche che comunque vanno ricaricate, e lo sono molto spesso da fonti fossili.

Certo la sostenibilità va perseguita comunque e in ogni settore, sia a livello individuale che a livello politico, contro ogni deregolamentatore selvaggio che vorrebbe ignorare la gravità del riscaldamento globale. Ma, se si scava a fondo, ci si accorge che tutte queste soluzioni tecnologiche possono andare bene se si comincia a pensare non alla crescita ma alla decrescita, ovvero ad un cambiamento di modi di vita.

Chi pone questo problema in maniera molto chiara è lo studioso giapponese Saito Kohei. Si tratta di uno dei curatori della gigantesca pubblicazione (un centinaio di volumi) delle opere complete di Marx, che è in corso in Germania a cura di un’equipe internazionale. Studiando tutti i lavori inediti e i quaderni di appunti di Marx, a partire dalla pubblicazione del primo libro de Il capitale, Saito ha scoperto che dal1867 in poi il filosofo di Treviri aveva cambiato in modo molto significativo le sue idee. Stava infatti lavorando su di un filone che lo portava, attraverso lo studio approfondito di biologi e agronomi, a capire che la vera contraddizione del capitalismo non è quella tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione, su cui aveva basato la sua stessa idea di rivoluzione, ma tra il capitalismo e la capacità della natura di rigenerarsi, ovvero quello che lui chiama il rapporto metabolico. L’ultimo Marx, quello dopo il 1870 fino alla morte avvenuta nel 1883, era arrivato alla scoperta che una produzione che cerca un aumento illimitato di valore del capitale si allontana dal ciclo naturale, e porta ad una frattura insanabile tra l’uomo e la natura.

Questa nuova interpretazione di un Marx inedito, tutto il contrario del Marx sviluppista che puntava proprio sull’industrializzazione più forte per far scoppiare le contraddizioni del capitalismo, serve allo studioso giapponese come punto di partenza per una critica radicale delle diverse soluzioni ecologiste che vogliono salvare il capitalismo, concentrandosi sulla produzione piuttosto che sul consumo, a favore di un “comunismo della decrescita”.

Il capitalismo trasforma l’uomo e la natura in bersagli da saccheggiare. Più crescita, più ricchezza, più tecnologia, più prosperità, appaiono oramai illusorie per molti abitanti delle periferie del mondo e il loro impatto ambientale insostenibile è invece reale. La frattura metabolica tra uomo e natura non è dovuta alla società industriale in sé ma al modello capitalistico. Non si tratta certo di sostituire il mercato con lo stato, visto il catastrofico fallimento del comunismo storicamente sperimentato. Che rende tra l’altro, inutilizzabile, a parere di chi scrive, il termine “comunismo” anche nella versione della decrescita, per cui sarebbe preferibile parlare di “ecosocialismo”.

La proposta dell’ecosocialismo della decrescita appare molto interessante perché sposa l’idea di limite. Se si persegue lo sviluppo, in qualunque versione lo si faccia, lo scontro con i limiti della natura sarà inevitabile. Nei testi di Saito, che meritano un’attenta riflessione e su cui torneremo, c’è una critica molto persuasiva non solo del neoliberismo, del “capitalismo del disastro”, che vuole una libertà illimitata del saccheggio delle fonti naturali e appare indifferente a tutte le diseguaglianze che questo possa portare, ma anche delle proposte alternative di “capitalismo verde” o “keynesismo verde”, come le varie forme di sviluppo sostenibile che vorrebbe fare affari con le rinnovabili e persino della prima forma di decrescita. Saito porta molti elementi per criticare la possibilità di separare la crescita economica e l’impatto ambientale, per cui non può esistere strutturalmente un capitalismo del limite che accetti la de-accelerazione. Così come la separazione tra il valore di mercato, che persegue l’utile e che crea paradossalmente una continua scarsità, e il valore d’uso, che invece si basa sull’utilità sociale e sul bene reale, non solo economico. In altre parole, perché una badante o un’insegnante, il cui lavoro di cura è così indispensabile e utile, e a basso impatto ambientale, dovrebbero guadagnare così tanto meno di un broker che gioca nella finanza? Il capitalismo si basa su questa sproporzione. Il problema è come uscirne. E qui, anche le geniali analisi di Saito appaiono più deboli.